Roma. Salva una donna nel Tevere, clandestino premiato con il permesso di soggiorno. Marino: «Gesto eroico e bellissimo»

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L’eroe è tornato a vivere e a dormire nella Cloaca Massima lungo il Tevere, di fronte all’Isola Tiberina, accanto al Ponte Palatino. Una caverna putrida, invasa dai topi e dai rifiuti, il suo unico riparo da circa due anni, da quando ha smesso di lavorare con il fratello Galala, più grande di vent’anni, al banco di fiori di piazza San Cosimato. 

Lui, Sobuj Khalifa, 32 anni, bengalese originario di un paesino vicino Dacca, è l’eroe che martedì pomeriggio non ha esitato neanche per un attimo a gettarsi nel fiume per salvare la vita a una israeliana (ma residente a Roma) di 55 anni che aveva tentato il suicidio. A lui, irregolare, dopo averlo fotosegnalato, i poliziotti del commissariato Celio e della Questura hanno ottenuto che gli fosse concesso un permesso premio di soggiorno di un anno per motivi umanitari.

E ieri Sobuj ha anche ricevuto la telefonata del sindaco Ignazio Marino che lo ha ringraziato «per il bellissimo gesto» a nome di tutta la città: «Mi ha tanto emozionato, non sono mai stato così contento». Sel propone che gli venga assegnata la cittadinanza onoraria. Sobuj non ha niente: vive da sbandato sugli argini del Tevere, quando può si arrangia facendo il parcheggiatore abusivo a Trastevere, insieme ad altri desperados tunisini e marocchini che con lui dividono la fogna. Non ha una casa, non ha un vero letto, solo un cuore grande.

«Ho visto quel corpo che all’inizio mi sembrava un pesce enorme galleggiare e avanzare verso di me – racconta – poi però il mio sguardo ha incrociato i suoi occhi che si spalancavano e poi chiudevano. Ho cominciato a correre lungo l’argine seguendo quella figura trascinata dalla corrente, gridavo di chiamare i soccorsi, tutta la gente guardava dal ponte e urlava e io alla fine mi sono buttato, senza neanche togliermi scarpe e pantaloni. So nuotare bene, andavo sempre al mare e nel mio paese facevo il pescatore. Non ho avuto paura». Sobuj, che è uno scricciolo di neanche 1 metro e 60, aggancia il corpo della donna, che è molto più alta e robusta, e lo trascina fino a riva. «Quella donna aveva la pancia gonfia, enorme. Aveva bevuto acqua. Non l’ho più vista, ma so che si salverà».

Sobuj è arrivato in Italia nel 2008. In Bangladesh ha lasciato la mamma e il papà, tre fratelli e tre sorelle. Galala, invece, vive a Torpignattara e ora lavora come lavapiatti in un ristorante a due passi dal Colosseo. «Ho saputo oggi – racconta – quel che ha fatto Sobuj, è venuto a casa mia dopo essere stato in Questura. Lui non ha telefonino, ho chiamato mamma in Bangadlesh e le ho raccontato di questo gesto.

Quella donna è israeliana, noi siamo musulmani ma, crediamo tutti in un dio, e bisogna aiutarsi sempre. Questo i nostri genitori ci hanno insegnato». Galala si dice «orgoglioso» del fratello anche se ha un rammarico: «Lui ha smesso di lavorare, non si è fatto una famiglia e ha iniziato a bere decidendo di vivere ai margini; ora spero che per lui inizi una nuova vita».

Per ora la vita dell’eroe è quella degli ultimi: «Con i legni accendo il fuoco per cucinare, quando non ho proprio nulla da mangiare vado alla Caritas», dice. E ancora: «D’inverno quando il fiume si alza e i vigili mi cacciano via, dormo nei giardini sul lungotevere. Quando vendevo fiori mi davano 50 euro a settimana, poi ho venduto ombrelli, ma ora non c’è più lavoro. Sì, ho bisogno di tutto, ma non ho pretese». (Il Messaggero)

L'eroe è tornato a vivere e a dormire nella Cloaca Massima lungo il Tevere, di fronte all'Isola Tiberina, accanto al Ponte Palatino. Una caverna putrida, invasa dai topi e dai rifiuti, il suo unico riparo da circa due anni, da quando ha smesso di lavorare con il fratello Galala, più grande di vent'anni, al banco di fiori di piazza San Cosimato. 

Lui, Sobuj Khalifa, 32 anni, bengalese originario di un paesino vicino Dacca, è l'eroe che martedì pomeriggio non ha esitato neanche per un attimo a gettarsi nel fiume per salvare la vita a una israeliana (ma residente a Roma) di 55 anni che aveva tentato il suicidio. A lui, irregolare, dopo averlo fotosegnalato, i poliziotti del commissariato Celio e della Questura hanno ottenuto che gli fosse concesso un permesso premio di soggiorno di un anno per motivi umanitari.

E ieri Sobuj ha anche ricevuto la telefonata del sindaco Ignazio Marino che lo ha ringraziato «per il bellissimo gesto» a nome di tutta la città: «Mi ha tanto emozionato, non sono mai stato così contento». Sel propone che gli venga assegnata la cittadinanza onoraria. Sobuj non ha niente: vive da sbandato sugli argini del Tevere, quando può si arrangia facendo il parcheggiatore abusivo a Trastevere, insieme ad altri desperados tunisini e marocchini che con lui dividono la fogna. Non ha una casa, non ha un vero letto, solo un cuore grande.

«Ho visto quel corpo che all'inizio mi sembrava un pesce enorme galleggiare e avanzare verso di me – racconta – poi però il mio sguardo ha incrociato i suoi occhi che si spalancavano e poi chiudevano. Ho cominciato a correre lungo l'argine seguendo quella figura trascinata dalla corrente, gridavo di chiamare i soccorsi, tutta la gente guardava dal ponte e urlava e io alla fine mi sono buttato, senza neanche togliermi scarpe e pantaloni. So nuotare bene, andavo sempre al mare e nel mio paese facevo il pescatore. Non ho avuto paura». Sobuj, che è uno scricciolo di neanche 1 metro e 60, aggancia il corpo della donna, che è molto più alta e robusta, e lo trascina fino a riva. «Quella donna aveva la pancia gonfia, enorme. Aveva bevuto acqua. Non l'ho più vista, ma so che si salverà».

Sobuj è arrivato in Italia nel 2008. In Bangladesh ha lasciato la mamma e il papà, tre fratelli e tre sorelle. Galala, invece, vive a Torpignattara e ora lavora come lavapiatti in un ristorante a due passi dal Colosseo. «Ho saputo oggi – racconta – quel che ha fatto Sobuj, è venuto a casa mia dopo essere stato in Questura. Lui non ha telefonino, ho chiamato mamma in Bangadlesh e le ho raccontato di questo gesto.

Quella donna è israeliana, noi siamo musulmani ma, crediamo tutti in un dio, e bisogna aiutarsi sempre. Questo i nostri genitori ci hanno insegnato». Galala si dice «orgoglioso» del fratello anche se ha un rammarico: «Lui ha smesso di lavorare, non si è fatto una famiglia e ha iniziato a bere decidendo di vivere ai margini; ora spero che per lui inizi una nuova vita».

Per ora la vita dell'eroe è quella degli ultimi: «Con i legni accendo il fuoco per cucinare, quando non ho proprio nulla da mangiare vado alla Caritas», dice. E ancora: «D'inverno quando il fiume si alza e i vigili mi cacciano via, dormo nei giardini sul lungotevere. Quando vendevo fiori mi davano 50 euro a settimana, poi ho venduto ombrelli, ma ora non c'è più lavoro. Sì, ho bisogno di tutto, ma non ho pretese». (Il Messaggero)