Padova. Nel cortile dell’università 84 studenti distesi come i ragazzi africani massacrati dai terroristi in Kenya

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Quando, un mese fa, vidi la foto degli studenti riversi a terra nel cortile dell’università di Garissa fui sconcertato dalla mia reazione perfino più che dall’orrore impresso nello scatto. L’immagine che stavo guardando – così sentivo – non riusciva a penetrare la mia emotività quanto avrebbe dovuto. Tutta la cultura cosmopolita, tutto l’apprendistato all’annullamento delle diversità esteriori non sembravano sufficienti a cancellare la distanza con il Kenya e la sorte degli studenti «infedeli». Perciò proposi un esperimento banale, per certi versi perfino ricattatorio: attribuire a quei corpi delle fattezze più simili alle nostre, sostituire al cortile di Garissa il chiostro di un’università europea, e valutare che cosa sarebbe cambiato. Sapevo di lambire un sentimentalismo pericoloso, la semplificazione eccessiva. Ma la nostra pietà è assai più conformista di quanto non vorremmo e, di tanto in tanto, dovremmo avere il coraggio di riconsiderare la sua meccanica primitiva. Certo non immaginavo che qualcuno mi avrebbe preso in parola. Su impulso di Silvia Giralucci, del fotografo Enrico Bossan e dello staff di Fabrica, alcuni studenti dell’università di Padova hanno deciso di posare per uno scatto simile a quello comparso su Internet e sui giornali, con i loro corpi distesi nel luogo che frequentano ogni giorno. Immagine contro immagine dunque, perché – almeno a giudicare dalle motivazioni scritte che in molti hanno allegato per aderire al progetto – non vi è mezzo che comunichi in maniera più ampia ed efficace di una fotografia. Sulle prime ero perplesso. In parecchi si erano interrogati sull’opportunità di far circolare la foto originale: a che scopo, addirittura, replicarla? Su uno scempio come quello di Garissa non erano ammessi esercizi di stile. Sono andato a vedere. E, subito, ho intuito che cosa avesse acceso la fantasia degli studenti. Il Cortile Antico di Palazzo del Bo, sede di uno degli atenei più prestigiosi al mondo – qui è conservata la cattedra-pulpito di Galileo, qui si trova un teatro anatomico a ovali concentrici perfettamente conservato – il Cortile Antico ha una somiglianza evidente con il cortile di Garissa, specie se osservato dalla balconata. Una somiglianza imprecisa, è chiaro, perché se uno è recente e disadorno l’altro è ammantato di una storia secolare, ma comunque una somiglianza. Non si è trattato di un esercizio come temevo, semmai di una performance. Che ha mostrato alcuni risvolti interessanti. Innanzitutto, non è stato troppo facile raggiungere il numero necessario di 84 volontari, tanti quanti le vittime nella fotografia. In molti non avranno apprezzato l’idea, è evidente, ma la freddezza degli altri ha giustificato di per sé l’urgenza dell’installazione. Lasciarsi infettare non è così facile neppure nell’epoca della «viralità», e se aggiungersi al cordoglio multimediale è ormai diventato un gesto semiautomatico, a basso costo, partecipare davvero, in carne e ossa, richiede comunque un investimento di tempo e di energie. A presentarsi, poi, sono state soprattutto ragazze, in una percentuale schiacciante. «La solidarietà è femmina», mi ha detto una di loro, aggiungendo una pacca consolatoria sulla spalla (in un ingresso adiacente al Cortile Antico c’è la statua di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima donna laureata della storia, proprio qui a Padova, anno 1678). Nel tardo pomeriggio gli studenti si sono disposti nel cortile secondo le posizioni assegnate. Una preparazione meticolosa, che ha richiesto del tempo, mentre iniziava a cadere una pioggia leggera che non li ha scoraggiati. Alcuni sono rimasti pazientemente a torso nudo contro il pavimento. Non sembrava esserci particolare commozione nell’aria, almeno al principio. Ma, quando dalla balconata Bossan ha intimato il silenzio per lo scatto, qualcosa è successo, ce ne siamo accorti tutti. Il silenzio è calato all’improvviso, e insieme a esso una particolare concentrazione, un senso di rispetto e insieme di sgomento. Per qualche istante si è creata una corrispondenza autentica con i colleghi trucidati a Garissa: i pensieri di noi tutti erano là. In un certo senso, la performance di Padova è stata un modo di pregare per gli studenti kenioti, di pregare in maniera laica, adeguata a un tempio dell’istruzione e del sapere, uniti non da una fede ma dall’appartenenza comune all’idea di università, qualcosa che non ha veri confini territoriali né temporali, qualcosa di universale, come suggerisce la parola. Spesso la preghiera collettiva è servita anche a questo, ad allargare momentaneamente i limiti meschini della compassione individuale, per abbracciare qualcosa di più grande e, altrimenti, inafferrabile. (Paolo Giordano – Corriere della Sera) 

Quando, un mese fa, vidi la foto degli studenti riversi a terra nel cortile dell’università di Garissa fui sconcertato dalla mia reazione perfino più che dall’orrore impresso nello scatto. L’immagine che stavo guardando – così sentivo – non riusciva a penetrare la mia emotività quanto avrebbe dovuto. Tutta la cultura cosmopolita, tutto l’apprendistato all’annullamento delle diversità esteriori non sembravano sufficienti a cancellare la distanza con il Kenya e la sorte degli studenti «infedeli». Perciò proposi un esperimento banale, per certi versi perfino ricattatorio: attribuire a quei corpi delle fattezze più simili alle nostre, sostituire al cortile di Garissa il chiostro di un’università europea, e valutare che cosa sarebbe cambiato. Sapevo di lambire un sentimentalismo pericoloso, la semplificazione eccessiva. Ma la nostra pietà è assai più conformista di quanto non vorremmo e, di tanto in tanto, dovremmo avere il coraggio di riconsiderare la sua meccanica primitiva. Certo non immaginavo che qualcuno mi avrebbe preso in parola. Su impulso di Silvia Giralucci, del fotografo Enrico Bossan e dello staff di Fabrica, alcuni studenti dell’università di Padova hanno deciso di posare per uno scatto simile a quello comparso su Internet e sui giornali, con i loro corpi distesi nel luogo che frequentano ogni giorno. Immagine contro immagine dunque, perché – almeno a giudicare dalle motivazioni scritte che in molti hanno allegato per aderire al progetto – non vi è mezzo che comunichi in maniera più ampia ed efficace di una fotografia. Sulle prime ero perplesso. In parecchi si erano interrogati sull’opportunità di far circolare la foto originale: a che scopo, addirittura, replicarla? Su uno scempio come quello di Garissa non erano ammessi esercizi di stile. Sono andato a vedere. E, subito, ho intuito che cosa avesse acceso la fantasia degli studenti. Il Cortile Antico di Palazzo del Bo, sede di uno degli atenei più prestigiosi al mondo – qui è conservata la cattedra-pulpito di Galileo, qui si trova un teatro anatomico a ovali concentrici perfettamente conservato – il Cortile Antico ha una somiglianza evidente con il cortile di Garissa, specie se osservato dalla balconata. Una somiglianza imprecisa, è chiaro, perché se uno è recente e disadorno l’altro è ammantato di una storia secolare, ma comunque una somiglianza. Non si è trattato di un esercizio come temevo, semmai di una performance. Che ha mostrato alcuni risvolti interessanti. Innanzitutto, non è stato troppo facile raggiungere il numero necessario di 84 volontari, tanti quanti le vittime nella fotografia. In molti non avranno apprezzato l’idea, è evidente, ma la freddezza degli altri ha giustificato di per sé l’urgenza dell’installazione. Lasciarsi infettare non è così facile neppure nell’epoca della «viralità», e se aggiungersi al cordoglio multimediale è ormai diventato un gesto semiautomatico, a basso costo, partecipare davvero, in carne e ossa, richiede comunque un investimento di tempo e di energie. A presentarsi, poi, sono state soprattutto ragazze, in una percentuale schiacciante. «La solidarietà è femmina», mi ha detto una di loro, aggiungendo una pacca consolatoria sulla spalla (in un ingresso adiacente al Cortile Antico c’è la statua di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima donna laureata della storia, proprio qui a Padova, anno 1678). Nel tardo pomeriggio gli studenti si sono disposti nel cortile secondo le posizioni assegnate. Una preparazione meticolosa, che ha richiesto del tempo, mentre iniziava a cadere una pioggia leggera che non li ha scoraggiati. Alcuni sono rimasti pazientemente a torso nudo contro il pavimento. Non sembrava esserci particolare commozione nell’aria, almeno al principio. Ma, quando dalla balconata Bossan ha intimato il silenzio per lo scatto, qualcosa è successo, ce ne siamo accorti tutti. Il silenzio è calato all’improvviso, e insieme a esso una particolare concentrazione, un senso di rispetto e insieme di sgomento. Per qualche istante si è creata una corrispondenza autentica con i colleghi trucidati a Garissa: i pensieri di noi tutti erano là. In un certo senso, la performance di Padova è stata un modo di pregare per gli studenti kenioti, di pregare in maniera laica, adeguata a un tempio dell’istruzione e del sapere, uniti non da una fede ma dall’appartenenza comune all’idea di università, qualcosa che non ha veri confini territoriali né temporali, qualcosa di universale, come suggerisce la parola. Spesso la preghiera collettiva è servita anche a questo, ad allargare momentaneamente i limiti meschini della compassione individuale, per abbracciare qualcosa di più grande e, altrimenti, inafferrabile. (Paolo Giordano – Corriere della Sera)