Crisi Auchan. Mobilità per 1500, in Campania i tagli più dolorosi. Chiudono i centri di Napoli, Nola, Mugnano e Pompei

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Segnali di crisi anche nei gruppi aziendali della grande distribuzione. Annunci di chiusura di supermercati, al nord come al sud. L’ultimo è il gruppo francese Auchan, che entro la fine di luglio dovrebbe chiudere i suoi punti vendita in provincia di Milano, come in Campania. Oltre 16 milioni di perdite negli ultimi tre anni, con 6 milioni concentrati nello scorso anno, e ai sindacati sono state già consegnate le lettere con il piano di crisi che prevede 1500 esuberi. In Campania significa la perdita di 46 posti a Nola, 72 nel quartiere napoletano di Argine, 53 a Mugnano e 46 a Pompei. Ma la vertenza è nazionale. Spiega Rino Strazzullo della Uil-commercio: «La formula ipermercato è entrata in crisi da tempo, per la contemporanea crisi delle aziende manifatturiere. I clienti tipo di queste strutture sono gli operai e gli impiegati. La crisi economica porta così i suoi effetti sui consumi e le abitudini di acquisto di questi lavoratori». Qualche anno fa anche il gruppo Carrefour chiuse due supermercati a Casoria e Capodrise. Erano all’interno di centri commerciali che hanno smesso di funzionare. A gennaio, invece, l’Auchan ha ceduto la struttura di Volla al Conad, salvando in questo modo 59 posti di lavoro. Le difficoltà economiche si intrecciano e le crisi alimentano crisi: dalle aziende manifatturiere si estendono a quelle commerciali. Il Sud paga anche l’assenza di politiche industriali. Lo spiega Riccardo Padovani, economista dello Svimez: «La politica ha nei confronti dell’economia un atteggiamento di passività. Domina il liberismo, quando occorrerebbero interventi. Specie al Sud, dove il trend di investimenti pubblici negli ultimi dieci anni sono calati dell’80 per cento rispetto al 20 per cento nel centro-nord. C’è un vuoto di politiche industriali, un disinteresse. Salvo poi a risvegliarsi, quando si annunciano crisi come nel caso della Whirlpool. Anche l’ultimo governo non è stato da meno, l’intervento nelle politiche industriali rispetto al pil pro capite è in Italia dello 0,22 per cento rispetto allo 0,40 della media europea. In Germania è lo 0,60 per cento». I numeri parlano, le crisi delle aziende provocano effetti indotti. Chi non ha soldi non spende, non può fare grosse spese nei supermercati, non può programmare consumi. Dice il sociologo Domenico De Masi: «Il ristagno dei consumi va spiegato. In Italia 10 persone detengono la ricchezza equivalente a quella di 6 milioni di poveri. Nel mondo 84 persone hanno ricchezza pari a 3 miliardi e mezzo di poveri. Sono divari distributivi di ricchezza che determinano crolli di consumi. Ne è derivato un modello di consumo da società post-industriale, vale a dire si compra in modo meditato e razionale. Solo ciò che serve e solo quello che conviene. L’opposto del modello di spesa nella grande distribuzione». Il rovescio della medaglia è il boom dei discount. Negli ultimi cinque anni sono stati chiusi 118 supermercati, 6 ipermercati e 500 piccoli supermercati. Di pari passo, invece, i discount sono cresciuti del 2,1 per cento. Tanto che il gruppo Lidl ha previsto 500 milioni di investimenti nei prossimi tre anni. Nel sud, Lidl significa marchio Md discount, fondato nel 1994 dal cavaliere Patrizio Podini a Gricignano di Aversa. Solo nella sede principale lavorano 400 addetti, ma in totale sono duemila con 315 punti vendita. Concorrente meridionale è il gruppo Todis, con oltre 120 punti vendita tra Campania, Calabria, Lazio e Umbria. E poi Eurospin, Dico e altri. Nel recente rapporto dell’ufficio studi della Coop, viene citata la cifra della caduta dei consumi, tra il 2007 e il 2013: meno 11 per cento. Una caduta pari a 70 miliardi di euro spesi in meno. Si legge nel rapporto: «La caduta del reddito nelle regioni del Mezzogiorno è stata decisamente più marcata rispetto alle regioni del nord del Paese. È evidente come, specie per i meno abbienti, l’arretramento negli standard di consumo comporta una deprivazione sostanziale che porta ad una perdita di benessere». Meno consumi, necessità di risparmi, limitazione dei bisogni. Non si cercano più le etichette, anche dei grandi supermercati, ma il prodotto più economico. Aggiunge Domenico De Masi: «Il modello del grande magazzino esageratamente moltiplicato non regge più. Va anche detto che, oltre a questioni economiche, ci sono anche evoluzioni nelle modalità di acquisto influenzate da Internet. Specie tra i più giovani, se si devono fare acquisti anonimi in un luogo anonimo, quale realtà migliore della Rete. E-bay, ad esempio, fornisce tutto, fa arrivare a casa i prodotti senza doversi spostare». Crisi, mutamenti di costume. E si aggiunge anche la crescita di una fetta di mercato, nato come nicchia e come fenomeno culturale di élite, che va estendendosi. Si tratta dei punti vendita e dei prodotti biologici da coltivazioni eco sostenibili. L’acquisto si è incrementato dell’11 per cento. Tre anni fa erano stati contati 1132 punti vendita di prodotti biologici. Nel sud erano 154. Dati in costante aumento, con un mercato che, lo scorso anno, è salito del 59 per cento. E la grande distribuzione è corsa ai ripari, creando settori di vendita di prodotti biologici. Ma il nocciolo della crisi della grande distribuzione è altrove e riguarda soprattutto la flessione di clientela tra le fasce sociali con problemi di soldi, in prevalenza estranee a scelte di consumi alternativi. Dice ancora Rino Strazzullo della Uil commercio: «È dal 2006 che lancio l’allarme. Abbiamo perso da allora oltre tremila posti di lavoro. In alcuni casi, in strutture con meno di 50 addetti, non abbiamo neanche gli ammortizzatori sociali. È anche il risultato dell’apertura di centri commerciali, risultati solo operazioni immobiliari, senza alcuno studio sui consumi e sulla realtà territoriale in cui venivano inaugurati». (Gigi Di Fiore – Il Mattino) 

Segnali di crisi anche nei gruppi aziendali della grande distribuzione. Annunci di chiusura di supermercati, al nord come al sud. L’ultimo è il gruppo francese Auchan, che entro la fine di luglio dovrebbe chiudere i suoi punti vendita in provincia di Milano, come in Campania. Oltre 16 milioni di perdite negli ultimi tre anni, con 6 milioni concentrati nello scorso anno, e ai sindacati sono state già consegnate le lettere con il piano di crisi che prevede 1500 esuberi. In Campania significa la perdita di 46 posti a Nola, 72 nel quartiere napoletano di Argine, 53 a Mugnano e 46 a Pompei. Ma la vertenza è nazionale. Spiega Rino Strazzullo della Uil-commercio: «La formula ipermercato è entrata in crisi da tempo, per la contemporanea crisi delle aziende manifatturiere. I clienti tipo di queste strutture sono gli operai e gli impiegati. La crisi economica porta così i suoi effetti sui consumi e le abitudini di acquisto di questi lavoratori». Qualche anno fa anche il gruppo Carrefour chiuse due supermercati a Casoria e Capodrise. Erano all’interno di centri commerciali che hanno smesso di funzionare. A gennaio, invece, l’Auchan ha ceduto la struttura di Volla al Conad, salvando in questo modo 59 posti di lavoro. Le difficoltà economiche si intrecciano e le crisi alimentano crisi: dalle aziende manifatturiere si estendono a quelle commerciali. Il Sud paga anche l’assenza di politiche industriali. Lo spiega Riccardo Padovani, economista dello Svimez: «La politica ha nei confronti dell’economia un atteggiamento di passività. Domina il liberismo, quando occorrerebbero interventi. Specie al Sud, dove il trend di investimenti pubblici negli ultimi dieci anni sono calati dell’80 per cento rispetto al 20 per cento nel centro-nord. C’è un vuoto di politiche industriali, un disinteresse. Salvo poi a risvegliarsi, quando si annunciano crisi come nel caso della Whirlpool. Anche l’ultimo governo non è stato da meno, l’intervento nelle politiche industriali rispetto al pil pro capite è in Italia dello 0,22 per cento rispetto allo 0,40 della media europea. In Germania è lo 0,60 per cento». I numeri parlano, le crisi delle aziende provocano effetti indotti. Chi non ha soldi non spende, non può fare grosse spese nei supermercati, non può programmare consumi. Dice il sociologo Domenico De Masi: «Il ristagno dei consumi va spiegato. In Italia 10 persone detengono la ricchezza equivalente a quella di 6 milioni di poveri. Nel mondo 84 persone hanno ricchezza pari a 3 miliardi e mezzo di poveri. Sono divari distributivi di ricchezza che determinano crolli di consumi. Ne è derivato un modello di consumo da società post-industriale, vale a dire si compra in modo meditato e razionale. Solo ciò che serve e solo quello che conviene. L’opposto del modello di spesa nella grande distribuzione». Il rovescio della medaglia è il boom dei discount. Negli ultimi cinque anni sono stati chiusi 118 supermercati, 6 ipermercati e 500 piccoli supermercati. Di pari passo, invece, i discount sono cresciuti del 2,1 per cento. Tanto che il gruppo Lidl ha previsto 500 milioni di investimenti nei prossimi tre anni. Nel sud, Lidl significa marchio Md discount, fondato nel 1994 dal cavaliere Patrizio Podini a Gricignano di Aversa. Solo nella sede principale lavorano 400 addetti, ma in totale sono duemila con 315 punti vendita. Concorrente meridionale è il gruppo Todis, con oltre 120 punti vendita tra Campania, Calabria, Lazio e Umbria. E poi Eurospin, Dico e altri. Nel recente rapporto dell’ufficio studi della Coop, viene citata la cifra della caduta dei consumi, tra il 2007 e il 2013: meno 11 per cento. Una caduta pari a 70 miliardi di euro spesi in meno. Si legge nel rapporto: «La caduta del reddito nelle regioni del Mezzogiorno è stata decisamente più marcata rispetto alle regioni del nord del Paese. È evidente come, specie per i meno abbienti, l’arretramento negli standard di consumo comporta una deprivazione sostanziale che porta ad una perdita di benessere». Meno consumi, necessità di risparmi, limitazione dei bisogni. Non si cercano più le etichette, anche dei grandi supermercati, ma il prodotto più economico. Aggiunge Domenico De Masi: «Il modello del grande magazzino esageratamente moltiplicato non regge più. Va anche detto che, oltre a questioni economiche, ci sono anche evoluzioni nelle modalità di acquisto influenzate da Internet. Specie tra i più giovani, se si devono fare acquisti anonimi in un luogo anonimo, quale realtà migliore della Rete. E-bay, ad esempio, fornisce tutto, fa arrivare a casa i prodotti senza doversi spostare». Crisi, mutamenti di costume. E si aggiunge anche la crescita di una fetta di mercato, nato come nicchia e come fenomeno culturale di élite, che va estendendosi. Si tratta dei punti vendita e dei prodotti biologici da coltivazioni eco sostenibili. L’acquisto si è incrementato dell’11 per cento. Tre anni fa erano stati contati 1132 punti vendita di prodotti biologici. Nel sud erano 154. Dati in costante aumento, con un mercato che, lo scorso anno, è salito del 59 per cento. E la grande distribuzione è corsa ai ripari, creando settori di vendita di prodotti biologici. Ma il nocciolo della crisi della grande distribuzione è altrove e riguarda soprattutto la flessione di clientela tra le fasce sociali con problemi di soldi, in prevalenza estranee a scelte di consumi alternativi. Dice ancora Rino Strazzullo della Uil commercio: «È dal 2006 che lancio l’allarme. Abbiamo perso da allora oltre tremila posti di lavoro. In alcuni casi, in strutture con meno di 50 addetti, non abbiamo neanche gli ammortizzatori sociali. È anche il risultato dell’apertura di centri commerciali, risultati solo operazioni immobiliari, senza alcuno studio sui consumi e sulla realtà territoriale in cui venivano inaugurati». (Gigi Di Fiore – Il Mattino)