Viva l’Italia, l’Italia che Resiste……

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Brillante la giornata del 25 aprile sul Lungomare di Salerno con la banda Città di Giffoni diretta dal M° Franco Guida

Di OLGA CHIEFFI

La Resistenza italiana nasce da un moto spontaneo di ribellione in difesa della libertà e della dignità umana, nasce dal popolo, un popolo che resiste al fascismo e che è uno schieramento spontaneo di operai, di contadini, di borghesi, che cerca e crea da sola sua organizzazione, i suoi quadri di lotta, le sue forme di autogoverno, la sua educazione politica. La realtà che si fa avanti con la Resistenza è una realtà sensibile e attiva, produttrice delle sue forme di vita e artefice dei suoi destini. Anche la musica avverte la Resistenza, comprende che l’espressione musicale partita e adottata dal popolo, cioè dalla gente comune, non è semplicemente sfogo sentimentale, ma è veicolo d’azione in difesa della vita; di protesta se la si nega, di stimolo se la si trasforma, di adesione se la si possiede, quindi canto come coscienza. Il canto, nella Resistenza, diviene parte dell’edificazione della società umana, ed è intervento fattivo nel processo di trasformazione e di costruzione in atto nella società. Dalla fine della guerra ad oggi la memoria e l’immaginario  resistenziale hanno spesso incontrato e segnato significativamente le forme diverse della canzone e della musica, esprimendo attraverso  di esse il senso profondo della esperienza individuale e collettiva del partigianato, seguendo, dal dopoguerra ad oggi, il cammino complesso dell’idea stessa di Resistenza. I prodotti musicali che la canzone d’uso partigiana ha modificato sono i più disparati: canzoni narrative popolari o popolaresche, canti risorgimentali o quarantotteschi, repertori della prima e seconda guerra mondiale, canti sociali legati al movimento operaio e alle organizzazioni rivoluzionarie del periodo prefascista, motivi in voga e canzonette di consumo, canzoni assunte da repertori rivoluzionari di altri paesi (in particolare la Russia), canzoni goliardiche, dannunziane e molto spesso fasciste, poche canzoni d’autore sia per testo che per musica. Le canzoni partigiane sono canzoni nate per l’uso, non per il consumo o lo spettacolo e tutte vogliono esprimere quanto Italo Calvino, parlando della letteratura partigiana, ha così sintetizzato: «Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse veramente in quel momento sapevamo ed eravamo». Nelle celebrazioni di ieri mattina, il commento musicale, attesissimo in città, è stato ri-affidato al Corpo Bandistico “L.Rinaldi” di Giffoni Valle Piana, diretto dal M° Franco Guida. Di prammatica le tappe e le musiche che hanno incorniciato i discorsi di libertà e testimonianza dinanzi al monumento ai caduti, in piazza Vittorio Veneto con Bella Ciao e l’Inno di Mameli, dinanzi al monumento dei Caduti del Mare, dinanzi alle lapidi delle medaglie d’oro in piazza Cavour. Soltanto qualche marcia, purtroppo, tra le bancarelle della Fiera del Crocifisso, senza neanche il palco montato. Marce di tradizione, qualche pagina americana, per evocare il martirio degli alleati ed anche lo sbarco della loro musica che ha influenzato l’intero secolo breve. Applausi scroscianti da parte del folto pubblico che ha abbracciato la giovanissima formazione, tra cui i maestri di diversi strumentisti inseriti nel corpo bandistico, da Alberto Moscariello, ad Antonio Florio, sino ad un sempre entusiasta Antonio Marzullo, che non manca di accompagnare i suoi nipotini all’incontro con lo spettacolo dei fiati. L’inno degli Italiani ha chiuso il concerto, note evocanti  il sacrificio  dei partigiani, forti di cuore e di coraggio, forti di amor di Patria e di sogno, la loro aspirazione più profonda alla pace, al dialogo, all’uguaglianza, alla giustizia.

 

Brillante la giornata del 25 aprile sul Lungomare di Salerno con la banda Città di Giffoni diretta dal M° Franco Guida

Di OLGA CHIEFFI

La Resistenza italiana nasce da un moto spontaneo di ribellione in difesa della libertà e della dignità umana, nasce dal popolo, un popolo che resiste al fascismo e che è uno schieramento spontaneo di operai, di contadini, di borghesi, che cerca e crea da sola sua organizzazione, i suoi quadri di lotta, le sue forme di autogoverno, la sua educazione politica. La realtà che si fa avanti con la Resistenza è una realtà sensibile e attiva, produttrice delle sue forme di vita e artefice dei suoi destini. Anche la musica avverte la Resistenza, comprende che l’espressione musicale partita e adottata dal popolo, cioè dalla gente comune, non è semplicemente sfogo sentimentale, ma è veicolo d’azione in difesa della vita; di protesta se la si nega, di stimolo se la si trasforma, di adesione se la si possiede, quindi canto come coscienza. Il canto, nella Resistenza, diviene parte dell’edificazione della società umana, ed è intervento fattivo nel processo di trasformazione e di costruzione in atto nella società. Dalla fine della guerra ad oggi la memoria e l’immaginario  resistenziale hanno spesso incontrato e segnato significativamente le forme diverse della canzone e della musica, esprimendo attraverso  di esse il senso profondo della esperienza individuale e collettiva del partigianato, seguendo, dal dopoguerra ad oggi, il cammino complesso dell’idea stessa di Resistenza. I prodotti musicali che la canzone d’uso partigiana ha modificato sono i più disparati: canzoni narrative popolari o popolaresche, canti risorgimentali o quarantotteschi, repertori della prima e seconda guerra mondiale, canti sociali legati al movimento operaio e alle organizzazioni rivoluzionarie del periodo prefascista, motivi in voga e canzonette di consumo, canzoni assunte da repertori rivoluzionari di altri paesi (in particolare la Russia), canzoni goliardiche, dannunziane e molto spesso fasciste, poche canzoni d’autore sia per testo che per musica. Le canzoni partigiane sono canzoni nate per l’uso, non per il consumo o lo spettacolo e tutte vogliono esprimere quanto Italo Calvino, parlando della letteratura partigiana, ha così sintetizzato: «Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse veramente in quel momento sapevamo ed eravamo». Nelle celebrazioni di ieri mattina, il commento musicale, attesissimo in città, è stato ri-affidato al Corpo Bandistico “L.Rinaldi” di Giffoni Valle Piana, diretto dal M° Franco Guida. Di prammatica le tappe e le musiche che hanno incorniciato i discorsi di libertà e testimonianza dinanzi al monumento ai caduti, in piazza Vittorio Veneto con Bella Ciao e l’Inno di Mameli, dinanzi al monumento dei Caduti del Mare, dinanzi alle lapidi delle medaglie d’oro in piazza Cavour. Soltanto qualche marcia, purtroppo, tra le bancarelle della Fiera del Crocifisso, senza neanche il palco montato. Marce di tradizione, qualche pagina americana, per evocare il martirio degli alleati ed anche lo sbarco della loro musica che ha influenzato l’intero secolo breve. Applausi scroscianti da parte del folto pubblico che ha abbracciato la giovanissima formazione, tra cui i maestri di diversi strumentisti inseriti nel corpo bandistico, da Alberto Moscariello, ad Antonio Florio, sino ad un sempre entusiasta Antonio Marzullo, che non manca di accompagnare i suoi nipotini all’incontro con lo spettacolo dei fiati. L’inno degli Italiani ha chiuso il concerto, note evocanti  il sacrificio  dei partigiani, forti di cuore e di coraggio, forti di amor di Patria e di sogno, la loro aspirazione più profonda alla pace, al dialogo, all’uguaglianza, alla giustizia.