Il viaggio dei migranti divisi in tre classi. Gli ultimi nella stiva del barcone. La Procura: non esclusa la collisione

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Quei barconi così sono un inferno su tre livelli. Giù, proprio in fondo alla stiva – dove si può morire non solo in un naufragio ma anche per asfissia e per le esalazioni di nafta – beh, laggiù ci sono proprio gli ultimi della Terra. Perché non possano cambiare classe, sul loro improvvisato Titanic, gli scafisti chiudono i portelloni per il piano di sopra e poi sopravviva chi può. In seconda classe è lo stesso, giusto un po’ meglio: portelloni chiusi e che la traversata cominci. In coperta i più ricchi e più fortunati, e con loro gli scafisti e i loro satellitari. Un orrore dantesco: lo ha raccontato il procuratore della Repubblica di Catania Giovanni Salvi nella sua prima conferenza stampa dopo la strage. Rivelando che quel barcone lungo 23 metri, in realtà, era già una trappola per topi. Per quanti poveri topi non si sa, perché lo stesso Salvi ha invocato «estrema cautela» sul numero dei morti. Settecento, come sono sembrati al comandante del King Jacobma «solo per una stima approssimativa», o duecento di più, come continua a sostenere dal suo lettino d’ospedale l’unico dei 27 sopravvissuti che è già arrivato a Catania, che in un lettino dell’ospedale Cannizzaro sta cercando di curarsi la sua acclarata tubercolosi. No, non è un ragazzino come s’era detto all’inizio. Ha 32 anni e sostiene di essere partito dal Bangladesh. Al procuratore Salvi è stato chiesto e richiesto, e lui alla fine ha risposto: «Non è sospettato di essere uno scafista». Come non sono indagati, neanche per immigrazione clandestina, gli altri 27 sopravvissuti. In compenso, sono sue le informazioni più preziose che per il momento abbiamo a disposizione sulla tragedia. È lui che racconta, ad esempio, di 200 donne e almeno cinquanta bambini su quel barcone, sistemati chissà a quale livello della stiva. Ed è sempre da lui che si aspettano indicazioni decisive sulla dinamica del naufragio. Perché questa è l’altra novità che emerge nel lavoro degli investigatori, a partire dagli uomini della Marina Militare. La Procura di Catania non esclude affatto che ci sia stata una collisione, collisione per modo di dire perché un portacontainer di 147 metri un barcone di 23 non lo urta ma lo travolge. Hai voglia a dire – e il comandante del King Jacob l’ha ripetuto fino alla noia – che «non li abbiamo neppure sfiorati». La magistratura catanese non ci crede affatto, così, tout court, al punto da mantenere le indagini praticamente a 360 gradi, compresa l’ipotesi di scuola – tante altre volte è successo – che il barcone si sia rovesciato solo perché i migranti si sono spostati, a un certo punto, tutti su un lato, quasi per abbracciare il portacontainer, la loro ancora di salvezza. Il procuratore Salvi ha detto di più, giusto per far capire come stanno andando le indagini. Ha detto che queste navi mercantili, «sulle quali poggia tutta l’operazione Triton», non sono adeguate per i soccorsi in mare, che, invece, solo la Marina militare e la Guardia costiera – proprio come ai tempi di Mare Nostrum – hanno il background per farlo. Perché solo loro calano in acqua prima le imbarcazioni leggere, poi con i megafoni rassicurano i migranti e quindi danno istruzioni, e alla fine salvano vite umane. Ma questo avveniva ai tempi di Mare Nostrum, l’operazione umanitaria messa in campo dall’Italia e poi conclusa per far posto all’operazione Triton, operazione di vigilanza delle costiere mediterranee adopera dell’Agenzia Frontex. Il procuratore di Catania ha sottolineato che il soccorso in mare richiede «elevata professionalità». La procura di Catania sta indagando anche «sull’individuazione delle cause del naufragio» a largo della Libia e valutando anche «la posizione della nave mercantile che ha prestato i soccorsi». Salvi ha sottolineato però che al momento «non ci sono ipotesi di responsabilità né indagati». Siccome le insidie si trovano dove meno te l’aspetti, il procuratore Salvi ha dovuto impiegare una parte inaspettata della sua conferenza stampa per spiegare la decisione di aver lasciato a Malta i 24 cadaveri recuperati, piuttosto che ordinarne il rientro in territorio italiano. «La Guardia costiera me l’ha chiesto e io non ho trovato nulla in contrario. Ci ho messo la firma», ha risposto a chi gli chiedeva se l’avesse deciso davvero lui o se invece l’indicazione fosse arrivata direttamente da Roma, dal premier Renzi che l’aveva personalmente annunciata. «Non ricordo l’ora esatta – ha chiuso così il discorso – ma di sicuro ho deciso io. Se ci sarà bisogno di ulteriori esami su quei corpi, state sicuri che lo faremo». E così, almeno a Palazzo di Giustizia, si è chiusa la giornata. Da lì tutti al porto, ad aspettare nave «Gregoretti» in arrivo da Malta, con l’unico carico di dolore visibile in questa strage. Ventisette sopravvissuti, perché il ventottesimo è già in ospedale, partiti da La Valletta più o meno alle tre del pomeriggio. E fra loro, plausibilmente, proprio gli scafisti di questa tragedia. Non lo sanno ancora, ma li aspetta il centro di Mineo, una specie di roccaforte inespugnabile, dove di notte si sognano solo permessi di soggiorno. (Nino Cirillo – Il Mattino) 

Quei barconi così sono un inferno su tre livelli. Giù, proprio in fondo alla stiva – dove si può morire non solo in un naufragio ma anche per asfissia e per le esalazioni di nafta – beh, laggiù ci sono proprio gli ultimi della Terra. Perché non possano cambiare classe, sul loro improvvisato Titanic, gli scafisti chiudono i portelloni per il piano di sopra e poi sopravviva chi può. In seconda classe è lo stesso, giusto un po' meglio: portelloni chiusi e che la traversata cominci. In coperta i più ricchi e più fortunati, e con loro gli scafisti e i loro satellitari. Un orrore dantesco: lo ha raccontato il procuratore della Repubblica di Catania Giovanni Salvi nella sua prima conferenza stampa dopo la strage. Rivelando che quel barcone lungo 23 metri, in realtà, era già una trappola per topi. Per quanti poveri topi non si sa, perché lo stesso Salvi ha invocato «estrema cautela» sul numero dei morti. Settecento, come sono sembrati al comandante del King Jacobma «solo per una stima approssimativa», o duecento di più, come continua a sostenere dal suo lettino d'ospedale l'unico dei 27 sopravvissuti che è già arrivato a Catania, che in un lettino dell'ospedale Cannizzaro sta cercando di curarsi la sua acclarata tubercolosi. No, non è un ragazzino come s'era detto all'inizio. Ha 32 anni e sostiene di essere partito dal Bangladesh. Al procuratore Salvi è stato chiesto e richiesto, e lui alla fine ha risposto: «Non è sospettato di essere uno scafista». Come non sono indagati, neanche per immigrazione clandestina, gli altri 27 sopravvissuti. In compenso, sono sue le informazioni più preziose che per il momento abbiamo a disposizione sulla tragedia. È lui che racconta, ad esempio, di 200 donne e almeno cinquanta bambini su quel barcone, sistemati chissà a quale livello della stiva. Ed è sempre da lui che si aspettano indicazioni decisive sulla dinamica del naufragio. Perché questa è l'altra novità che emerge nel lavoro degli investigatori, a partire dagli uomini della Marina Militare. La Procura di Catania non esclude affatto che ci sia stata una collisione, collisione per modo di dire perché un portacontainer di 147 metri un barcone di 23 non lo urta ma lo travolge. Hai voglia a dire – e il comandante del King Jacob l'ha ripetuto fino alla noia – che «non li abbiamo neppure sfiorati». La magistratura catanese non ci crede affatto, così, tout court, al punto da mantenere le indagini praticamente a 360 gradi, compresa l'ipotesi di scuola – tante altre volte è successo – che il barcone si sia rovesciato solo perché i migranti si sono spostati, a un certo punto, tutti su un lato, quasi per abbracciare il portacontainer, la loro ancora di salvezza. Il procuratore Salvi ha detto di più, giusto per far capire come stanno andando le indagini. Ha detto che queste navi mercantili, «sulle quali poggia tutta l'operazione Triton», non sono adeguate per i soccorsi in mare, che, invece, solo la Marina militare e la Guardia costiera – proprio come ai tempi di Mare Nostrum – hanno il background per farlo. Perché solo loro calano in acqua prima le imbarcazioni leggere, poi con i megafoni rassicurano i migranti e quindi danno istruzioni, e alla fine salvano vite umane. Ma questo avveniva ai tempi di Mare Nostrum, l’operazione umanitaria messa in campo dall’Italia e poi conclusa per far posto all’operazione Triton, operazione di vigilanza delle costiere mediterranee adopera dell’Agenzia Frontex. Il procuratore di Catania ha sottolineato che il soccorso in mare richiede «elevata professionalità». La procura di Catania sta indagando anche «sull’individuazione delle cause del naufragio» a largo della Libia e valutando anche «la posizione della nave mercantile che ha prestato i soccorsi». Salvi ha sottolineato però che al momento «non ci sono ipotesi di responsabilità né indagati». Siccome le insidie si trovano dove meno te l'aspetti, il procuratore Salvi ha dovuto impiegare una parte inaspettata della sua conferenza stampa per spiegare la decisione di aver lasciato a Malta i 24 cadaveri recuperati, piuttosto che ordinarne il rientro in territorio italiano. «La Guardia costiera me l'ha chiesto e io non ho trovato nulla in contrario. Ci ho messo la firma», ha risposto a chi gli chiedeva se l'avesse deciso davvero lui o se invece l'indicazione fosse arrivata direttamente da Roma, dal premier Renzi che l'aveva personalmente annunciata. «Non ricordo l'ora esatta – ha chiuso così il discorso – ma di sicuro ho deciso io. Se ci sarà bisogno di ulteriori esami su quei corpi, state sicuri che lo faremo». E così, almeno a Palazzo di Giustizia, si è chiusa la giornata. Da lì tutti al porto, ad aspettare nave «Gregoretti» in arrivo da Malta, con l'unico carico di dolore visibile in questa strage. Ventisette sopravvissuti, perché il ventottesimo è già in ospedale, partiti da La Valletta più o meno alle tre del pomeriggio. E fra loro, plausibilmente, proprio gli scafisti di questa tragedia. Non lo sanno ancora, ma li aspetta il centro di Mineo, una specie di roccaforte inespugnabile, dove di notte si sognano solo permessi di soggiorno. (Nino Cirillo – Il Mattino)