Mafia, strage sul rapido 904 partito da Napoli: assolto Riina. Per la Corte di Firenze il «capo dei capi» non sapeva

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Pochi secondi per dirlo: «La Corte assolve». E poi: «… per non aver commesso il fatto». Pochi secondi che arrivano trent’anni, tre mesi e ventidue giorni dopo la strage del rapido 904. Era il 23 dicembre 1984 quando la bomba esplose sotto la galleria di San Benedetto Val di Sambro. Su quel treno morirono 16 persone, i feriti furono 267. Alle 17.45 del 14 aprile del 2015, con sentenza della Corte d’Assise di Firenze, si ritrova innocente Totò Riina. Lui non c’entra con quella bomba. Innocente. Vecchio, malato, ma sprezzante come sempre, il detenuto Riina Salvatore – detto un tempo «Totò u curtu», ex capo dei capi, ex boss dei Corleonesi, responsabile di una guerra mafiosa costata un migliaio di morti tra le cosche perdenti, già carico di ergastoli e di maledizioni – ieri dalla sua cella del carcere di Parma aveva fatto sapere: a Firenze, per ascoltare la sentenza, non ci vado. Tanto «poi mi faranno sapere… male o bene». Bene, gli hanno fatto sapere «bene». Assolto. Così Luca Cianferoni, il suo avvocato difensore che gongola dopo la sentenza, si lascia andare anche a qualche valutazione di dubbio gusto: «Alla fine di processi come questo restano simpatici anche imputati come Riina». Forse a lui. Che nell’arringa finale aveva comunque usato il termine opposto: «Io difendo un imputato che appare antipatico agli occhi dell’opinione pubblica». Assolto. Innocente come un bambino. Ma non si trattava di decidere se fosse simpatico o antipatico. «Riina non merita nessuna pietà – aveva scandito, appena qualche ora prima, nell’aula della Corte d’Assise, Angela Pietriusti, pubblico ministero – È responsabile, non perché non poteva non sapere, ma perché decise e ordinò la strage. Merita il massimo della pena, chiedo l’ergastolo». Sedici chili di esplosivo, un impasto assassino di tritolo e dinamite, quello che deflagrò alle 19.08 del 23 dicembre. Lo stesso tipo di esplosivo, si seppe, trovato nei depositi di «Gladio», l’organizzazione segreta eversiva e anti-comunista messa in piedi da americani, servizi segreti italiani e neofascisti già negli anni Cinquanta e Sessanta. Lo stesso tipo di esplosivo, si accertò, adoperato dalla mafia per gli attentati del ’92-’93. Per uccidere senza pietà, per fare un massacro. Fu il primo attentato stragista, di tipo terroristico, dei Corleonesi. Per la strage di Natale del 1984, il vecchio Riina, malandato capo di Cosa Nostra (oggi ha 84 anni) era stato rinviato a giudizio nel maggio scorso. «Quella degli anni Ottanta – ricorda Danilo Ammannato, difensore di parte civile dei familiari delle vittime – non fu una guerra di mafia: fu uno sterminio di mafia». Già: e per la carneficina del treno 904, partito da Napoli carico di famiglie di meridionali che andavano a trovare i parenti per le vacanze di Natale, i colpevoli si conoscono da un pezzo. Almeno una parte. Con sentenza definitiva negli anni scorsi erano già stati condannati il boss Pippo Calò (il cassiere della mafia), Guido Cercola, Franco D’Agostino e l’artificiere Friedrich Schaudinn. E Riina? «Mandante, determinatore e istigatore» del massacro, secondo il rinvio a giudizio. E invece no: la Corte d’Assise di Firenze non ci ha creduto. E ha dato ragione alla difesa. Le ultime battute, ieri, prima della rapida camera di consiglio, sono dell’avvocato Cianferoni: «Non si può consentire che Riina sia il parafulmine di tutti i mali». Come ogni difensore che si rispetti, il legale del boss pluricondannato dissemina di punti interrogativi la sua arringa («Cosa c’è dietro questi fatti? Cosa c’è?»). Poi mette in mezzo la storia della trattativa stato-mafia per definirla «come disse Fantozzi sulla corazzata Potemkin: una boiata pazzesca». E ha buon gioco nel ricordare il ruolo ambiguo che ebbero i sevizi segreti deviati. Così l’avvocato del boss può alla fine permettersi di tirare le orecchie allo «Stato, che non ci fa una bella figura…». Sedici morti. Tra i 267 feriti – uomini, donne, bambini – molti non camminarono più, alcuni persero le braccia, altri persero la vista. Ma Totò Riina, «u curtu », non c’entra. La Corte non ha creduto ai tantissimi pentiti – da Tommaso Buscetta a Giovanni Brusca, passando per Leonardo Messina, Luigi e Guglielmo Giuliano, Salvatore Stolder, Francesco Franzese, Gioacchino La Barbera, Antonino Giuffrè, Giovanbattista Ferrante – e non ha ritenuto sufficienti i riscontri emersi dalle indagini dei carabinieri del Rose di Napoli. Dunque la strage fu ideata, ordinata e commessa da Pippo Calò e altri boss dei Corleonesi, senza un ordine partito dal «capo dei capi». Dunque – dice la sentenza di ieri – il dittatore di Cosa Nostra non c’entra. Niente seppe. (Francesco Romanetti – Il Mattino) 

Pochi secondi per dirlo: «La Corte assolve». E poi: «… per non aver commesso il fatto». Pochi secondi che arrivano trent’anni, tre mesi e ventidue giorni dopo la strage del rapido 904. Era il 23 dicembre 1984 quando la bomba esplose sotto la galleria di San Benedetto Val di Sambro. Su quel treno morirono 16 persone, i feriti furono 267. Alle 17.45 del 14 aprile del 2015, con sentenza della Corte d’Assise di Firenze, si ritrova innocente Totò Riina. Lui non c’entra con quella bomba. Innocente. Vecchio, malato, ma sprezzante come sempre, il detenuto Riina Salvatore – detto un tempo «Totò u curtu», ex capo dei capi, ex boss dei Corleonesi, responsabile di una guerra mafiosa costata un migliaio di morti tra le cosche perdenti, già carico di ergastoli e di maledizioni – ieri dalla sua cella del carcere di Parma aveva fatto sapere: a Firenze, per ascoltare la sentenza, non ci vado. Tanto «poi mi faranno sapere… male o bene». Bene, gli hanno fatto sapere «bene». Assolto. Così Luca Cianferoni, il suo avvocato difensore che gongola dopo la sentenza, si lascia andare anche a qualche valutazione di dubbio gusto: «Alla fine di processi come questo restano simpatici anche imputati come Riina». Forse a lui. Che nell’arringa finale aveva comunque usato il termine opposto: «Io difendo un imputato che appare antipatico agli occhi dell’opinione pubblica». Assolto. Innocente come un bambino. Ma non si trattava di decidere se fosse simpatico o antipatico. «Riina non merita nessuna pietà – aveva scandito, appena qualche ora prima, nell’aula della Corte d’Assise, Angela Pietriusti, pubblico ministero – È responsabile, non perché non poteva non sapere, ma perché decise e ordinò la strage. Merita il massimo della pena, chiedo l’ergastolo». Sedici chili di esplosivo, un impasto assassino di tritolo e dinamite, quello che deflagrò alle 19.08 del 23 dicembre. Lo stesso tipo di esplosivo, si seppe, trovato nei depositi di «Gladio», l’organizzazione segreta eversiva e anti-comunista messa in piedi da americani, servizi segreti italiani e neofascisti già negli anni Cinquanta e Sessanta. Lo stesso tipo di esplosivo, si accertò, adoperato dalla mafia per gli attentati del ’92-’93. Per uccidere senza pietà, per fare un massacro. Fu il primo attentato stragista, di tipo terroristico, dei Corleonesi. Per la strage di Natale del 1984, il vecchio Riina, malandato capo di Cosa Nostra (oggi ha 84 anni) era stato rinviato a giudizio nel maggio scorso. «Quella degli anni Ottanta – ricorda Danilo Ammannato, difensore di parte civile dei familiari delle vittime – non fu una guerra di mafia: fu uno sterminio di mafia». Già: e per la carneficina del treno 904, partito da Napoli carico di famiglie di meridionali che andavano a trovare i parenti per le vacanze di Natale, i colpevoli si conoscono da un pezzo. Almeno una parte. Con sentenza definitiva negli anni scorsi erano già stati condannati il boss Pippo Calò (il cassiere della mafia), Guido Cercola, Franco D’Agostino e l’artificiere Friedrich Schaudinn. E Riina? «Mandante, determinatore e istigatore» del massacro, secondo il rinvio a giudizio. E invece no: la Corte d’Assise di Firenze non ci ha creduto. E ha dato ragione alla difesa. Le ultime battute, ieri, prima della rapida camera di consiglio, sono dell’avvocato Cianferoni: «Non si può consentire che Riina sia il parafulmine di tutti i mali». Come ogni difensore che si rispetti, il legale del boss pluricondannato dissemina di punti interrogativi la sua arringa («Cosa c’è dietro questi fatti? Cosa c’è?»). Poi mette in mezzo la storia della trattativa stato-mafia per definirla «come disse Fantozzi sulla corazzata Potemkin: una boiata pazzesca». E ha buon gioco nel ricordare il ruolo ambiguo che ebbero i sevizi segreti deviati. Così l’avvocato del boss può alla fine permettersi di tirare le orecchie allo «Stato, che non ci fa una bella figura…». Sedici morti. Tra i 267 feriti – uomini, donne, bambini – molti non camminarono più, alcuni persero le braccia, altri persero la vista. Ma Totò Riina, «u curtu », non c’entra. La Corte non ha creduto ai tantissimi pentiti – da Tommaso Buscetta a Giovanni Brusca, passando per Leonardo Messina, Luigi e Guglielmo Giuliano, Salvatore Stolder, Francesco Franzese, Gioacchino La Barbera, Antonino Giuffrè, Giovanbattista Ferrante – e non ha ritenuto sufficienti i riscontri emersi dalle indagini dei carabinieri del Rose di Napoli. Dunque la strage fu ideata, ordinata e commessa da Pippo Calò e altri boss dei Corleonesi, senza un ordine partito dal «capo dei capi». Dunque – dice la sentenza di ieri – il dittatore di Cosa Nostra non c’entra. Niente seppe. (Francesco Romanetti – Il Mattino)