Comunione spirituale per i divorziati risposati. Cordes: una possibilità pastoralmente efficace

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Nel corso del recente Sinodo sulla famiglia è stato affrontato il tema dei divorziati risposati e, in particolare, la possibilità di essere ammessi a ricevere la Comunione. Alcuni Padri ricordavano che la parola del Vangelo è un impedimento fondamentale contro l’ammissione di questi cristiani a ricevere l’Eucaristia. Gesù Cristo stesso insegna nel Discorso della montagna: “Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.” (Mt 5,32). In qualsiasi modo, una seppur condizionata ammissione alla comunione dei divorziati risposati, significherebbe aprire alla possibilità di ricevere l’Eucaristia a quelle persone che Cristo chiamò “adulteri “. La quadratura del cerchio. Senza dubbio, specialmente oggi, bisogna rivolgere ai divorziati risposati una particolare attenzione ecclesiale. Il loro numero, fortemente in crescita, impone agli operatori pastorali di mostrare a questi membri della comunità una cura speciale e coinvolgimento. La cosa migliore per coloro che sono esclusi dal ricevere l’Eucaristia, è cercare un incontro personale con il Signore. Ci mostra la Chiesa, nella sua storia, una via affinché tali cristiani, che desiderano una profonda comunione con Cristo, in una situazione canonicamente bloccata, possano essere nuovamente ricondotti a Lui? Una risposta a tale domanda, certamente, non potrà mettere da parte la parola del Signore. Ma forse c’è un modo praticabile e pastoralmente efficace per fortificare la fede dei fratelli coinvolti e per rafforzare una personale relazione con Cristo. Una possibilità d’incontrarsi con Cristo, percorribile anche per i divorziati risposati, e che per secoli è stata per i fedeli consolazione e nutrimento per la loro unione con Dio, è la “Comunione spirituale”. Com’è noto, anche nella Chiesa il diritto può intervenire solamente nell’ambito sociale-empirico. Non può giudicare sulla situazione interna/spirituale dell’uomo e non la definisce mai. L’anelito intimo del fedele di diventare uno con il Signore, si decide, invece, sul livello della pietà personale, e questa non può essere giudicata, in modo affidabile, dall’esterno (Cf. anche Communicationes 32 -2000, 159-162 del Pontificio Consiglio per i testi legislativi). La problematica in parola chiede dunque ulteriori considerazioni riguardo a questa particolare forma d’incontro con il Signore. “Credi, e avrai mangiato”. La celebrazione della Cena del Signore con il suo frutto, la Santa Eucaristia, è il sacramento più grande della Nuova Alleanza. La Sacra Scrittura afferma in vari punti la dignità e il valore del pane eucaristico, che diventa per noi cibo. Ricevere la santa comunione è il mezzo per ottenere e rafforzare in noi la vita eterna, coinvolge il fedele nel sacrificio di Cristo stesso e unisce i battezzati nel risorto, in un solo corpo. Nel corso degli anni aumentano nella Chiesa le considerazioni che, con riferimento al ricevere il corpo di Cristo, riflettono anche sul tesoro pastorale di una “Comunione spirituale” (Ilario di Poitiers, Basilio, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo ed altri). È stato Agostino, che nella sua meravigliosa formula di amministrazione per ricevere l’Eucaristia non solo ha evidenziato ai neofiti la dimensione empiricotangibile e comunitaria della Cena del Signore, ma è anche colui che relativizza il ricevere la comunione fisica ed enfatizza l’incontro spirituale con il Signore. Da questo apice sulla “Comunione spirituale” seguirà una lunga storia di grande impatto e ampia portata. Negli anni successivi, una maggiore sensibilità riguardo la colpa umana influì negativamente sul ricevere l’Eucaristia sotto il segno del pane. L’apostolo Paolo, si ricorda, aveva ammonito la comunità di Corinto sul fatto che Dio non avrebbe lasciato impunita la partecipazione indegna al banchetto eucaristico. Debolezza, malattia e morte furono viste, allora, come conseguenza del ricevere indegnamente l’Eucaristia: «Chi mangia e beve senza discernere il corpo, mangia e beve la sua condanna. È per questo che tra voi vi sono molti malati e infermi e un buon numero sono morti» (1 Cor 11, 29s.) La “Comunione spirituale”, invece, non avrebbe mai potuto produrre questo effetto. Chi la desiderava non si attirava certo la minaccia fatta dall’apostolo delle genti alla comunità di Corinto. Con riferimento all’astenersi dalla mensa del Signore, infine, non si deve dimenticare che l’allontanarsi dalla fede, ha fatto sì che il “culmine dell’agire della Chiesa” (così il Vaticano II) fosse sentito solo come un obbligo fastidioso. In ogni caso è significativo che tutto ciò si sia poi riflesso in un precetto della Chiesa: i cattolici devono essere esortati a ricevere la santa comunione almeno una volta l’anno. La storia dello sviluppo della “Comunione spirituale”, qui molto sintetizzata, dimostra che non sono discutibili né la sua legittima prassi, né il suo effetto benefico. I decreti del Concilio di Trento (1545-1563) e il Catechismus Romanus( 1567) la menzionano e l’affermano. Essa porta, attraverso la fede, la speranza e l’amore, alla partecipazione al sacrificio di Cristo. Anzi: il suo frutto spirituale è, secondo la valutazione dell’autorità ecclesiale, abbastanza simile alla comunione sacramentale. Essendo la “Comunione spirituale” un tema da rispolverare, sembra imprescindibile, affinché avvenga la sua reintegrazione, un chiarimento dei motivi che la richiedono. Tocca infatti una prassi sconosciuta, per cui chi la utilizza dovrebbe invece sapere di che cosa sta parlando. La denominazione “Comunione spirituale” si capisce correttamente se la s’intende con la traduzione ecclesiale come alternativa al ricevimento fisico- reale del corpo di Cristo. La grazia dell’incontro col Signore non coincide sempre e necessariamente con la comunione sacramentale; c’è anche la possibilità di ricevere la sua salvezza in un atto solo interiore. L’espressione “Comunione spirituale” afferma, dunque, la possibilità di incontrare il Signore nella dimensione non sacramentalmente celebrata, vuol dire: non empiricamente verificata. E un tale incontro col Signore è possibile anche in una condizione di peccato grave. Non archiviare, ma diffondere. Diversi fattori teologici e pastorali raccomandano di rispolverare la “Comunione spirituale”. Sappiamo che attraverso la sua valorizzazione non si può risolvere il problema della comunione per i divorziati risposati: un dramma di alta complessità che non si può certamente dare per concluso. Certamente la ricerca qui presentata è stata ispirata dalla necessità di aiutare i divorziati risposati. Forse a tale fine può essere utile far memoria dell’aiuto spirituale, che tanti fedeli obbedienti, durante secoli, hanno avuto nel loro incontro con Cristo. Anche nella pastorale, la nostra memoria è labile. L’enciclica sulla liturgia “Mediator Dei” di Papa Pio XII, conteneva ancora nel 1947 questo appello: “La Chiesa desidera innanzi tutto che cristiani – specialmente quando non possono facilmente ricevere, di fatto, il cibo Eucaristico – lo ricevano almeno col desiderio”. Non abbiamo potuto costatare, ai nostri giorni, che alcune forme di pietà dimenticate – pellegrinaggi, adorazione eucaristica – siano tornate in vita? Perché i frutti della “Comunione spirituale” dovrebbero essere tenuti nascosti al popolo di Dio? L’intermediazione della verità della “Comunione spirituale” è prima di tutto un servizio alla cura delle anime di coloro che non possono partecipare al banchetto eucaristico. Per gli anziani e per i malati, la possibilità di ricevere consapevolmente la santa comunione in modo spirituale diventerebbe certamente in molti casi occasione di gioia e consolazione. Non dovrebbero forse essere guidati dai commentatori ad accogliere Cristo spiritualmente? In Italia, tra i fedeli sono ancora in circolazione delle preghiere preparate per richiedere un tale desiderato incontro con il Signore. (Cardinale Paul Josef Cordes – Avvenire)  

Nel corso del recente Sinodo sulla famiglia è stato affrontato il tema dei divorziati risposati e, in particolare, la possibilità di essere ammessi a ricevere la Comunione. Alcuni Padri ricordavano che la parola del Vangelo è un impedimento fondamentale contro l’ammissione di questi cristiani a ricevere l’Eucaristia. Gesù Cristo stesso insegna nel Discorso della montagna: "Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio." (Mt 5,32). In qualsiasi modo, una seppur condizionata ammissione alla comunione dei divorziati risposati, significherebbe aprire alla possibilità di ricevere l’Eucaristia a quelle persone che Cristo chiamò "adulteri ". La quadratura del cerchio. Senza dubbio, specialmente oggi, bisogna rivolgere ai divorziati risposati una particolare attenzione ecclesiale. Il loro numero, fortemente in crescita, impone agli operatori pastorali di mostrare a questi membri della comunità una cura speciale e coinvolgimento. La cosa migliore per coloro che sono esclusi dal ricevere l’Eucaristia, è cercare un incontro personale con il Signore. Ci mostra la Chiesa, nella sua storia, una via affinché tali cristiani, che desiderano una profonda comunione con Cristo, in una situazione canonicamente bloccata, possano essere nuovamente ricondotti a Lui? Una risposta a tale domanda, certamente, non potrà mettere da parte la parola del Signore. Ma forse c’è un modo praticabile e pastoralmente efficace per fortificare la fede dei fratelli coinvolti e per rafforzare una personale relazione con Cristo. Una possibilità d’incontrarsi con Cristo, percorribile anche per i divorziati risposati, e che per secoli è stata per i fedeli consolazione e nutrimento per la loro unione con Dio, è la "Comunione spirituale". Com’è noto, anche nella Chiesa il diritto può intervenire solamente nell’ambito sociale-empirico. Non può giudicare sulla situazione interna/spirituale dell’uomo e non la definisce mai. L’anelito intimo del fedele di diventare uno con il Signore, si decide, invece, sul livello della pietà personale, e questa non può essere giudicata, in modo affidabile, dall’esterno (Cf. anche Communicationes 32 -2000, 159-162 del Pontificio Consiglio per i testi legislativi). La problematica in parola chiede dunque ulteriori considerazioni riguardo a questa particolare forma d’incontro con il Signore. "Credi, e avrai mangiato". La celebrazione della Cena del Signore con il suo frutto, la Santa Eucaristia, è il sacramento più grande della Nuova Alleanza. La Sacra Scrittura afferma in vari punti la dignità e il valore del pane eucaristico, che diventa per noi cibo. Ricevere la santa comunione è il mezzo per ottenere e rafforzare in noi la vita eterna, coinvolge il fedele nel sacrificio di Cristo stesso e unisce i battezzati nel risorto, in un solo corpo. Nel corso degli anni aumentano nella Chiesa le considerazioni che, con riferimento al ricevere il corpo di Cristo, riflettono anche sul tesoro pastorale di una "Comunione spirituale" (Ilario di Poitiers, Basilio, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo ed altri). È stato Agostino, che nella sua meravigliosa formula di amministrazione per ricevere l’Eucaristia non solo ha evidenziato ai neofiti la dimensione empiricotangibile e comunitaria della Cena del Signore, ma è anche colui che relativizza il ricevere la comunione fisica ed enfatizza l’incontro spirituale con il Signore. Da questo apice sulla "Comunione spirituale" seguirà una lunga storia di grande impatto e ampia portata. Negli anni successivi, una maggiore sensibilità riguardo la colpa umana influì negativamente sul ricevere l’Eucaristia sotto il segno del pane. L’apostolo Paolo, si ricorda, aveva ammonito la comunità di Corinto sul fatto che Dio non avrebbe lasciato impunita la partecipazione indegna al banchetto eucaristico. Debolezza, malattia e morte furono viste, allora, come conseguenza del ricevere indegnamente l’Eucaristia: «Chi mangia e beve senza discernere il corpo, mangia e beve la sua condanna. È per questo che tra voi vi sono molti malati e infermi e un buon numero sono morti» (1 Cor 11, 29s.) La "Comunione spirituale", invece, non avrebbe mai potuto produrre questo effetto. Chi la desiderava non si attirava certo la minaccia fatta dall’apostolo delle genti alla comunità di Corinto. Con riferimento all’astenersi dalla mensa del Signore, infine, non si deve dimenticare che l’allontanarsi dalla fede, ha fatto sì che il "culmine dell’agire della Chiesa" (così il Vaticano II) fosse sentito solo come un obbligo fastidioso. In ogni caso è significativo che tutto ciò si sia poi riflesso in un precetto della Chiesa: i cattolici devono essere esortati a ricevere la santa comunione almeno una volta l’anno. La storia dello sviluppo della "Comunione spirituale", qui molto sintetizzata, dimostra che non sono discutibili né la sua legittima prassi, né il suo effetto benefico. I decreti del Concilio di Trento (1545-1563) e il Catechismus Romanus( 1567) la menzionano e l’affermano. Essa porta, attraverso la fede, la speranza e l’amore, alla partecipazione al sacrificio di Cristo. Anzi: il suo frutto spirituale è, secondo la valutazione dell’autorità ecclesiale, abbastanza simile alla comunione sacramentale. Essendo la "Comunione spirituale" un tema da rispolverare, sembra imprescindibile, affinché avvenga la sua reintegrazione, un chiarimento dei motivi che la richiedono. Tocca infatti una prassi sconosciuta, per cui chi la utilizza dovrebbe invece sapere di che cosa sta parlando. La denominazione "Comunione spirituale" si capisce correttamente se la s’intende con la traduzione ecclesiale come alternativa al ricevimento fisico- reale del corpo di Cristo. La grazia dell’incontro col Signore non coincide sempre e necessariamente con la comunione sacramentale; c’è anche la possibilità di ricevere la sua salvezza in un atto solo interiore. L’espressione "Comunione spirituale" afferma, dunque, la possibilità di incontrare il Signore nella dimensione non sacramentalmente celebrata, vuol dire: non empiricamente verificata. E un tale incontro col Signore è possibile anche in una condizione di peccato grave. Non archiviare, ma diffondere. Diversi fattori teologici e pastorali raccomandano di rispolverare la "Comunione spirituale". Sappiamo che attraverso la sua valorizzazione non si può risolvere il problema della comunione per i divorziati risposati: un dramma di alta complessità che non si può certamente dare per concluso. Certamente la ricerca qui presentata è stata ispirata dalla necessità di aiutare i divorziati risposati. Forse a tale fine può essere utile far memoria dell’aiuto spirituale, che tanti fedeli obbedienti, durante secoli, hanno avuto nel loro incontro con Cristo. Anche nella pastorale, la nostra memoria è labile. L’enciclica sulla liturgia "Mediator Dei" di Papa Pio XII, conteneva ancora nel 1947 questo appello: "La Chiesa desidera innanzi tutto che cristiani – specialmente quando non possono facilmente ricevere, di fatto, il cibo Eucaristico – lo ricevano almeno col desiderio". Non abbiamo potuto costatare, ai nostri giorni, che alcune forme di pietà dimenticate – pellegrinaggi, adorazione eucaristica – siano tornate in vita? Perché i frutti della "Comunione spirituale" dovrebbero essere tenuti nascosti al popolo di Dio? L’intermediazione della verità della "Comunione spirituale" è prima di tutto un servizio alla cura delle anime di coloro che non possono partecipare al banchetto eucaristico. Per gli anziani e per i malati, la possibilità di ricevere consapevolmente la santa comunione in modo spirituale diventerebbe certamente in molti casi occasione di gioia e consolazione. Non dovrebbero forse essere guidati dai commentatori ad accogliere Cristo spiritualmente? In Italia, tra i fedeli sono ancora in circolazione delle preghiere preparate per richiedere un tale desiderato incontro con il Signore. (Cardinale Paul Josef Cordes – Avvenire)