Frane e crolli, documento choc: 6mila napoletani a forte rischio. Posillipo e Camaldoli da allarme rosso

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Se volete sapere quant’è pericoloso vivere a Napoli andate a fare un giro sul sito dell’Autorità di Bacino (adbcampaniacentrale. it). Si tratta di una struttura per la quale lavorano trenta esperti che, giorno e notte, verificano lo stato di salute del nostro territorio e che segnalano i luoghi dove c’è maggior pericolo di frane o di allagamenti. È piacevole sapere che c’è chi controlla ma, se siete impressionabili, sarà meglio evitare gli approfondimenti. Scoprireste che esistono mappe della città di Napoli sulle quali ci sono decine e decine di aree cerchiate di rosso: quel colore sta a indicare il livello di rischio più elevato, R4. Se siete curiosi, andate a cercare chiarimenti su quell’«erre quattro» e troverete una spiegazione secondo la quale nelle zone cerchiate di rosso (testuale) «sono possibili perdite di vite umane e lesioni gravi alle persone, danni gravi agli edifici, alle infrastrutture ed al patrimonio ambientale, la distruzione di attività socio-economiche». Vi è venuto un attacco d’ansia? Anche a noi, perciò abbiamo chiesto spiegazioni e ottenuto rassicurazioni dagli esperti, secondo i quali «non è detto che tutti quelli che abitano lì rischiano la vita. Solo che bisogna stare un po’ più attenti». D’accordo, staremo tutti più attenti e guarderemo, sospettosi, tutti i terrapieni della città. Ma c’è un altro particolare, contenuto nei documenti dell’Autorità di Bacino, che ci ha fatto venire i brividi: è una postilla alle paurosissime mappe cerchiate di rosso che spiega (anche qui testuale) «Comune: Napoli. Numero di abitanti potenzialmente a rischio: 5.879». Ma come? Ci sono quasi seimila napoletani che vivono sotto la cappa di un potenziale rischio e nessuno interviene? Anche qui ci hanno soccorso gli esperti: «Non vuol dire che moriranno tutti. Significa solo che nelle aree considerate a rischio c’è quel numero di persone…». Sarà anche vero, anzi sicuramente lo è: però l’ansia invece di diminuire cresce in maniera esponenziale. Dunque, diamo per scontato che Napoli è una città piena di rischi idrogeologici, di pericolo frane, di possibili allagamenti e di cavità sotterranee che si trovano ovunque e pure potrebbero causare qualche problemino, cosa facciamo? Andiamo subito a dare uno sguardo delle mappe dell’Autorità di Bacino. Scopriremo che un’ampia zona dei Camaldoli (sia sul versante Pianura che su quello Soccavo) presenta un rischio di frane elevatissimo, esattamente lo stesso che c’è in tutta l’area di Posillipo e, in misura leggermente minore, sul fronte che domina Fuorigrotta da via Manzoni. Non ci sono soluzioni per questo problema: bisogna solo tenere d’occhio le colline (come fanno i tecnici dell’Autorità di Bacino) e lanciare un allarme quando si prevede che possa accadere una tragedia. Ma qui si presenta un problema, decisamente grave. Dopo l’allarme dovrebbe scattare il piano di protezione civile del Comune di Napoli per l’evacuazione dei cittadini a rischio, però quel piano non c’è. Anzi, ne era stata preparata una bozza nel 2013 ma è stata considerata non idonea dalle autorità di controllo ed è stata rispedita al mittente. In due anni non è stata presentata una versione aggiornata, sicché se domani (corna facendo) venisse lanciato un allarme d’evacuazione per una frana imminente, ognuno dovrebbe fare un po’ come cavolo gli pare, l’importante sarà scappare il più lontano possibile. C’è poi il fronte del rischio legato ai palazzi che si arrampicano sulle colline della città, San Martino, Posillipo, Corso Vittorio Emanuele, Via Tasso. Quasi tutti quegli edifici sono stati realizzati «rubando» spazio alla natura, raschiando la montagna per poi tenerla ferma con giganteschi muri di sostegno. Quei muri, come dimostrano gli eventi dell’ultimo mese, possono diventare pericolosissimi, soprattutto quelli realizzati nei giorni del sacco edilizio della città, dopo la metà del secolo scorso. Il fatto è che gli ingegneri e gli architetti antichi lavoravano con attenzione: c’è il muro che sostiene il Corso Vittorio Emanuele, ad esempio, che venne realizzato alla fine dell’800 da Enrico Alvino e che, secondo gli esperti, è il più solido della città. Invece quelli realizzati da chi metteva le «mani sulla città» non sono poi tanto solidi e – spiegano gli esperti – dopo tanti anni potrebbero diventare pericolosi. Per cui – l’appello viene lanciato dagli stessi membri dell’Autorità di Bacino – sarà meglio «che ognuno si faccia parte attiva e faccia partire un programma di monitoraggio e di verifica strutturale del muro di contenimento che si trova dietro casa sua». Un censimento di tutti i muri di contenimento è stato avviato un paio d’anni fa dal Comune di Napoli, ma pare che sia stato interrotto nel bel mezzo, sicché non si conoscerebbe nemmeno il numero esatto di quelle strutture che si trovano nella nostra città. Anche sul fronte delle cavità venne avviato un censimento ai tempi del commissariamento del sottosuolo. Quei dati, però, non sono mai stati girati all’Autorità di Bacino per cui non è possibile stilare una mappa degli eventuali pericoli che si trovano sotto i piedi dei napoletani. Del resto sotto i nostri piedi c’è anche tanta, tantissima acqua. Decine di sorgenti e alvei naturali che sono stati «affossati» negli anni, e poi le perdite, copiose, dei sottoservizi che vomitano liquidi in continuazione nelle viscere della città. Succede, così, che quei liquidi dilavano il sottosuolo e causano pericolosissime voragini, come quella che ha ingoiato una intera strada di Pianura il mese scorso. Esistono, inoltre, sistemi di irreggimentazione delle acque che sono vetusti, poco manutenuti e, spesso, fuori uso. Così, alla prima pioggia, la città si allaga. Forse voi non sapete che tra i documenti ufficiali a disposizione dei cittadini dovrebbe esserci anche un elenco, aggiornato, delle strade a rischio allagamento in caso di forti piogge. A Napoli quel documento non esiste, non è stato mai prodotto, ma in questo caso non è colpa della scarsa diligenza di qualcuno: il fatto è che l’elenco delle strade a rischio allagamento, a Napoli dovrebbe comprendere tutto l’elenco della viabilità cittadina. Non è uno scherzo, è realmente così: non esiste una strada di Napoli per la quale è possibile assicurare che, in caso di pioggia battente, non si verifichi un allagamento. Sconfortante, vero? Eppure è la nostra realtà, quella in cui siamo immersi e con la quale conviviamo ogni giorno della nostra esistenza. Però, in un angolino di questo devastante quadro, va segnalato un particolare: il lavoro di chi verifica, controlla e lancia allarmi è stato, comunque, determinante. Se quel lavoro non fosse stato realizzato, statene certi, i guai sarebbero stati molti, ma molti di più: è una chiosa doverosa nei confronti di chi si batte per la tutela della città. Ma nemmeno la chiosa finale positiva riesce a cancellare angoscia e preoccupazioni: possibile che a Napoli ci sono 5.879 persone che ogni giorno rischiano di perdere la vita? (Paolo Barbuto – Il Mattino)  

Se volete sapere quant’è pericoloso vivere a Napoli andate a fare un giro sul sito dell’Autorità di Bacino (adbcampaniacentrale. it). Si tratta di una struttura per la quale lavorano trenta esperti che, giorno e notte, verificano lo stato di salute del nostro territorio e che segnalano i luoghi dove c’è maggior pericolo di frane o di allagamenti. È piacevole sapere che c’è chi controlla ma, se siete impressionabili, sarà meglio evitare gli approfondimenti. Scoprireste che esistono mappe della città di Napoli sulle quali ci sono decine e decine di aree cerchiate di rosso: quel colore sta a indicare il livello di rischio più elevato, R4. Se siete curiosi, andate a cercare chiarimenti su quell’«erre quattro» e troverete una spiegazione secondo la quale nelle zone cerchiate di rosso (testuale) «sono possibili perdite di vite umane e lesioni gravi alle persone, danni gravi agli edifici, alle infrastrutture ed al patrimonio ambientale, la distruzione di attività socio-economiche». Vi è venuto un attacco d’ansia? Anche a noi, perciò abbiamo chiesto spiegazioni e ottenuto rassicurazioni dagli esperti, secondo i quali «non è detto che tutti quelli che abitano lì rischiano la vita. Solo che bisogna stare un po’ più attenti». D’accordo, staremo tutti più attenti e guarderemo, sospettosi, tutti i terrapieni della città. Ma c’è un altro particolare, contenuto nei documenti dell’Autorità di Bacino, che ci ha fatto venire i brividi: è una postilla alle paurosissime mappe cerchiate di rosso che spiega (anche qui testuale) «Comune: Napoli. Numero di abitanti potenzialmente a rischio: 5.879». Ma come? Ci sono quasi seimila napoletani che vivono sotto la cappa di un potenziale rischio e nessuno interviene? Anche qui ci hanno soccorso gli esperti: «Non vuol dire che moriranno tutti. Significa solo che nelle aree considerate a rischio c’è quel numero di persone…». Sarà anche vero, anzi sicuramente lo è: però l’ansia invece di diminuire cresce in maniera esponenziale. Dunque, diamo per scontato che Napoli è una città piena di rischi idrogeologici, di pericolo frane, di possibili allagamenti e di cavità sotterranee che si trovano ovunque e pure potrebbero causare qualche problemino, cosa facciamo? Andiamo subito a dare uno sguardo delle mappe dell’Autorità di Bacino. Scopriremo che un’ampia zona dei Camaldoli (sia sul versante Pianura che su quello Soccavo) presenta un rischio di frane elevatissimo, esattamente lo stesso che c’è in tutta l’area di Posillipo e, in misura leggermente minore, sul fronte che domina Fuorigrotta da via Manzoni. Non ci sono soluzioni per questo problema: bisogna solo tenere d’occhio le colline (come fanno i tecnici dell’Autorità di Bacino) e lanciare un allarme quando si prevede che possa accadere una tragedia. Ma qui si presenta un problema, decisamente grave. Dopo l’allarme dovrebbe scattare il piano di protezione civile del Comune di Napoli per l’evacuazione dei cittadini a rischio, però quel piano non c’è. Anzi, ne era stata preparata una bozza nel 2013 ma è stata considerata non idonea dalle autorità di controllo ed è stata rispedita al mittente. In due anni non è stata presentata una versione aggiornata, sicché se domani (corna facendo) venisse lanciato un allarme d’evacuazione per una frana imminente, ognuno dovrebbe fare un po’ come cavolo gli pare, l’importante sarà scappare il più lontano possibile. C’è poi il fronte del rischio legato ai palazzi che si arrampicano sulle colline della città, San Martino, Posillipo, Corso Vittorio Emanuele, Via Tasso. Quasi tutti quegli edifici sono stati realizzati «rubando» spazio alla natura, raschiando la montagna per poi tenerla ferma con giganteschi muri di sostegno. Quei muri, come dimostrano gli eventi dell’ultimo mese, possono diventare pericolosissimi, soprattutto quelli realizzati nei giorni del sacco edilizio della città, dopo la metà del secolo scorso. Il fatto è che gli ingegneri e gli architetti antichi lavoravano con attenzione: c’è il muro che sostiene il Corso Vittorio Emanuele, ad esempio, che venne realizzato alla fine dell’800 da Enrico Alvino e che, secondo gli esperti, è il più solido della città. Invece quelli realizzati da chi metteva le «mani sulla città» non sono poi tanto solidi e – spiegano gli esperti – dopo tanti anni potrebbero diventare pericolosi. Per cui – l’appello viene lanciato dagli stessi membri dell’Autorità di Bacino – sarà meglio «che ognuno si faccia parte attiva e faccia partire un programma di monitoraggio e di verifica strutturale del muro di contenimento che si trova dietro casa sua». Un censimento di tutti i muri di contenimento è stato avviato un paio d’anni fa dal Comune di Napoli, ma pare che sia stato interrotto nel bel mezzo, sicché non si conoscerebbe nemmeno il numero esatto di quelle strutture che si trovano nella nostra città. Anche sul fronte delle cavità venne avviato un censimento ai tempi del commissariamento del sottosuolo. Quei dati, però, non sono mai stati girati all’Autorità di Bacino per cui non è possibile stilare una mappa degli eventuali pericoli che si trovano sotto i piedi dei napoletani. Del resto sotto i nostri piedi c’è anche tanta, tantissima acqua. Decine di sorgenti e alvei naturali che sono stati «affossati» negli anni, e poi le perdite, copiose, dei sottoservizi che vomitano liquidi in continuazione nelle viscere della città. Succede, così, che quei liquidi dilavano il sottosuolo e causano pericolosissime voragini, come quella che ha ingoiato una intera strada di Pianura il mese scorso. Esistono, inoltre, sistemi di irreggimentazione delle acque che sono vetusti, poco manutenuti e, spesso, fuori uso. Così, alla prima pioggia, la città si allaga. Forse voi non sapete che tra i documenti ufficiali a disposizione dei cittadini dovrebbe esserci anche un elenco, aggiornato, delle strade a rischio allagamento in caso di forti piogge. A Napoli quel documento non esiste, non è stato mai prodotto, ma in questo caso non è colpa della scarsa diligenza di qualcuno: il fatto è che l’elenco delle strade a rischio allagamento, a Napoli dovrebbe comprendere tutto l’elenco della viabilità cittadina. Non è uno scherzo, è realmente così: non esiste una strada di Napoli per la quale è possibile assicurare che, in caso di pioggia battente, non si verifichi un allagamento. Sconfortante, vero? Eppure è la nostra realtà, quella in cui siamo immersi e con la quale conviviamo ogni giorno della nostra esistenza. Però, in un angolino di questo devastante quadro, va segnalato un particolare: il lavoro di chi verifica, controlla e lancia allarmi è stato, comunque, determinante. Se quel lavoro non fosse stato realizzato, statene certi, i guai sarebbero stati molti, ma molti di più: è una chiosa doverosa nei confronti di chi si batte per la tutela della città. Ma nemmeno la chiosa finale positiva riesce a cancellare angoscia e preoccupazioni: possibile che a Napoli ci sono 5.879 persone che ogni giorno rischiano di perdere la vita? (Paolo Barbuto – Il Mattino)