Pensione, il calcolo arriverà a casa. L’Inps dà il via all’operazione «busta arancione» per 10 milioni di italiani

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Entro quest’autunno dieci milioni di italiani riceveranno informazioni su un tema che li riguarda molto da vicino: l’Inps farà sapere loro quando potranno andare in pensione e soprattutto quanto prevedibilmente percepiranno una volta lasciata l’attività lavorativa. Più volte annunciata e rimandata, l’operazione «busta arancione» è ormai pronta a partire, fortemente voluta dal neopresidente Boeri. Era stato lo stesso Boeri a preannunciare il suo orientamento nella lettera inviata ai dipendenti in occasione dell’insediamento, parlando di un «salvadanaio di vetro» da consegnare ai cittadini. Sono state quindi superate le perplessità che finora avevano bloccato l’iniziativa, ovvero essenzialmente il timore di far conoscere importi futuri di pensione troppo bassi in particolare per i lavoratori più giovani. Stavolta, insomma, si fa sul serio. E rispetto ai progetti di qualche mese fa c’è un parziale ritorno alle origini: se la maggior parte dei lavoratori interessati avrà accesso ai dati che li riguardano attraverso il codice Pin dell’istituto, una quota di 2,8 milioni di persone riceverà invece a domicilio una vera e propria busta cartacea, anche se magari non di colore arancione (come avviene in Svezia). Si tratta di coloro che sono sprovvisti del codice di accesso e verosimilmente non hanno la possibilità di procurarselo. Boeri qualche settimana fa aveva spiegato che la nuova procedura avrebbe impegnato «l’intero istituto, dal primo all’ultimo dipendente». In questi giorni le prime indicazioni stanno effettivamente affluendo a tutti gli uffici. Il lavoro si baserà sulle sperimentazioni già portate a termine in due riprese, alla fine del 2014 e all’inizio di quest’anno, che hanno coinvolto in entrambi i casi circa 12mila cittadini. Nell’occasione i lavoratori erano stati selezionati per fascia di età, quelli minori di 40 anni, quelli tra 40 e 50 anni e poi quelli fino ai 60. Nella versione definitiva, che scatterà a settembre, l’operazione coinvolgerà invece tutti gli iscritti con almeno cinque anni di contribuzione, partendo dal Fondo lavoratori dipendenti; in seguito toccherà a parasubordinati e autonomi. I dati indicati riguarderanno la data prevista di pensionamento secondo le regole vigenti (che comprendono già l’evoluzione dell’aspettativa di vita) e l’importo stimato del trattamento previdenziale, in base naturalmente di ipotesi sulla prosecuzione dell’attività lavorativa e sullo scenario economico. Sono conteggi che per loro natura hanno una certa dose di incertezza, in particolare per chi ha davanti ancora parecchi anni di carriera lavorativa: serviranno però agli interessati ad avere un’idea per quanto approssimativa e a fare di conseguenza le proprie scelte. Ad esempio aderire ad una forma di previdenza complementare (o a rafforzare i versamenti se già iscritti) oppure considerare una polizza assicurativa, sempre con l’obiettivo di irrobustire i redditi attesi per il futuro. Finora stime di questo tipo sono state fatte solo da società di consulenza indipendenti, come Progetica. Vediamone una. Un lavoratore che ha iniziato l’attività a 25 anni e ha avuto una crescita del reddito dell’1,5 per cento l’anno, «buchi» contributivi di un anno ogni 10, con un’ultima retribuzione netta pari a 2.000 euro in termini reali (stabile), dopo 40 anni di contributi raggiungerà il traguardo della pensione tra i 68 anni e 3 mesi e i 70 e 11 mesi. Avrà allora un importo di pensione di 1.243 euro, pari al 62 per cento dello stipendio in caso di scenario economico stagnante e di 1.451 (73 per cento) se invece il ciclo economico si rimetterà in moto, ad un ritmo dell’1 per cento l’anno. Coerentemente con la logica del sistema contributivo il tasso di sostituzione (ossia appunto il rapporto tra ultima retribuzione e prima rata di pensione) sarà maggiore con più anni di contributi e invece minore se la carriera lavorativa è stata più breve. (Luca Cifoni – Il Mattino) 

Entro quest'autunno dieci milioni di italiani riceveranno informazioni su un tema che li riguarda molto da vicino: l’Inps farà sapere loro quando potranno andare in pensione e soprattutto quanto prevedibilmente percepiranno una volta lasciata l'attività lavorativa. Più volte annunciata e rimandata, l'operazione «busta arancione» è ormai pronta a partire, fortemente voluta dal neopresidente Boeri. Era stato lo stesso Boeri a preannunciare il suo orientamento nella lettera inviata ai dipendenti in occasione dell'insediamento, parlando di un «salvadanaio di vetro» da consegnare ai cittadini. Sono state quindi superate le perplessità che finora avevano bloccato l'iniziativa, ovvero essenzialmente il timore di far conoscere importi futuri di pensione troppo bassi in particolare per i lavoratori più giovani. Stavolta, insomma, si fa sul serio. E rispetto ai progetti di qualche mese fa c'è un parziale ritorno alle origini: se la maggior parte dei lavoratori interessati avrà accesso ai dati che li riguardano attraverso il codice Pin dell'istituto, una quota di 2,8 milioni di persone riceverà invece a domicilio una vera e propria busta cartacea, anche se magari non di colore arancione (come avviene in Svezia). Si tratta di coloro che sono sprovvisti del codice di accesso e verosimilmente non hanno la possibilità di procurarselo. Boeri qualche settimana fa aveva spiegato che la nuova procedura avrebbe impegnato «l'intero istituto, dal primo all'ultimo dipendente». In questi giorni le prime indicazioni stanno effettivamente affluendo a tutti gli uffici. Il lavoro si baserà sulle sperimentazioni già portate a termine in due riprese, alla fine del 2014 e all'inizio di quest'anno, che hanno coinvolto in entrambi i casi circa 12mila cittadini. Nell'occasione i lavoratori erano stati selezionati per fascia di età, quelli minori di 40 anni, quelli tra 40 e 50 anni e poi quelli fino ai 60. Nella versione definitiva, che scatterà a settembre, l'operazione coinvolgerà invece tutti gli iscritti con almeno cinque anni di contribuzione, partendo dal Fondo lavoratori dipendenti; in seguito toccherà a parasubordinati e autonomi. I dati indicati riguarderanno la data prevista di pensionamento secondo le regole vigenti (che comprendono già l'evoluzione dell'aspettativa di vita) e l'importo stimato del trattamento previdenziale, in base naturalmente di ipotesi sulla prosecuzione dell'attività lavorativa e sullo scenario economico. Sono conteggi che per loro natura hanno una certa dose di incertezza, in particolare per chi ha davanti ancora parecchi anni di carriera lavorativa: serviranno però agli interessati ad avere un'idea per quanto approssimativa e a fare di conseguenza le proprie scelte. Ad esempio aderire ad una forma di previdenza complementare (o a rafforzare i versamenti se già iscritti) oppure considerare una polizza assicurativa, sempre con l'obiettivo di irrobustire i redditi attesi per il futuro. Finora stime di questo tipo sono state fatte solo da società di consulenza indipendenti, come Progetica. Vediamone una. Un lavoratore che ha iniziato l'attività a 25 anni e ha avuto una crescita del reddito dell'1,5 per cento l'anno, «buchi» contributivi di un anno ogni 10, con un'ultima retribuzione netta pari a 2.000 euro in termini reali (stabile), dopo 40 anni di contributi raggiungerà il traguardo della pensione tra i 68 anni e 3 mesi e i 70 e 11 mesi. Avrà allora un importo di pensione di 1.243 euro, pari al 62 per cento dello stipendio in caso di scenario economico stagnante e di 1.451 (73 per cento) se invece il ciclo economico si rimetterà in moto, ad un ritmo dell'1 per cento l'anno. Coerentemente con la logica del sistema contributivo il tasso di sostituzione (ossia appunto il rapporto tra ultima retribuzione e prima rata di pensione) sarà maggiore con più anni di contributi e invece minore se la carriera lavorativa è stata più breve. (Luca Cifoni – Il Mattino) 

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