Armin Wegner, il Giusto di Positano . Una strada per ricordarlo

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Riprendiamo un bellissimo articolo di Vito Pinto , conoscitore attento della cultura locale in Costiera amalfitana, giornalista di Vietri sul mare che ha operato in Costa d’ Amalfi, in particolare qui a Positano con il Duca con il compianto Luca Vespoli, da La Città di Salerno dell’8 marzo scorso, proponendo al Comune di Positano, come testata giornalistica e  con l’ausilio dell’associazione Posidonia, di voler dedicare a lui la scala che porta da bivio di Montepertuso sulla Statale Amalfitana 163 a Capodacqua, dove lui amava ritirarsi a scrivere e riflettere,  passeggiare per il sentiero che porta a Santa Maria del Castello di Vico Equense e sopratutto a quello di Fiosse Tordigliano, che porta alla vista su I Galli e le due coste che vanno da Amalfi a Sorrento, per non dimenticare questo grande personaggio che la Storia ha voluto consegnare anche al nostro paese. Volle chiamare “Casa dei sette venti”, Armin Theophil Wegner, la sua dimora di via Pasitea, dove abitò negli anni del soggiorno a Positano. Una casa ristrutturata, alla cui festa di inaugurazione invitò tutti gli amici della locale comunità di intellettuali e artisti stranieri. “Armin tenne un discorso di saluto – annotava la prima moglie, Lola Landau, sposata dopo la prima guerra mondiale – in cui fece l’elogio di Positano. Poi venne scoperta una lastra con la scritta del nome della casa, dono di una ceramista di una località vicina”. Quella ceramista era Irene Kowaliska, la località vicina era Vietri sul Mare. Nato a Wuppertal nel 1886, dopo la laurea in legge Wegner si dedica alla letteratura, avendo dentro uno spirito poetico che lo portava ad essere convinto assertore del diritto di tutti gli uomini ad avere una patria ed una propria identità. Scriverà Gian Antonio Stella: “Era un giovanotto sulla trentina, Armin. Bello, rampollo di una famiglia di rigide tradizioni prussiane, amato dalle donne, fascinoso con quella divisa della Croce Rossa tedesca e la kefiah bianca che gli dava un’aria esotica alla Lawrence d’Arabia”. Era il 1916, l’anno delle marce della morte degli armeni da parte del governo turco: lui, testimone di un genocidio. Angosciato, scriveva alla madre: “Mai come in questi giorni ho sentito vicino a me distinto il frusciare della morte, il suo silenzio, il suo freddo sorriso, e spesso mi chiedo: posso io ancora vivere …quando attorno a me c’è un abisso di occhi di morti?”. E fu “La strada del non ritorno”, lettere, appunti, foto come documenti di denuncia. Mentre l’Europa cristiana restava impassibile di fronte a tanto orrore, Wegner in una lettera al presidente USA, Woodrom Wilson, chiedeva: “Salvi lei l’onore dell’Europa”. Un tormento! Ancor più profondo quando nella sua Germania si scatenò l’antisemitismo. Il “fanatico pacifista”, scrive una lunga lettera a Hitler, scongiurandolo dal proseguire in quella follia: “Non come amico degli ebrei, ma come amico dei tedeschi, come rampollo di una famiglia prussiana, in questi giorni, quando tutti rimangono muti, io non voglio tacere più a lungo di fronte ai pericoli che incombono sulla Germania”. La lettera fu recapitata a “Casa Bruna” di Monaco e la ricevuta fu firmata da Martin Borman. La risposta fu il carcere: pestato, frustato, torturato a sangue, trasferito in vari lager e, infine, costretto a lasciare la Germania. Giunse a Roma con lo pseudonimo Percy Eckstein. Poi si trasferì a Positano, dopo una breve sosta a Vietri, da Irene Kowaliska: le fece omaggio di un libro con dedica: “Si sente sempre un canto bellissimo dietro a una porta chiusa, si continua la strada, ma non si sa dove condurrà”. Wegner arrivò a Positano abitando prima una casupola isolata a Capodacqua, poi la “Casa dei sette venti” in via Pasitea, dove lo raggiunse Lola Landau, per convincerlo a seguirla in Palestina. Fu tutto inutile: Armin restava a Positano, in quello che la Landau definì “il paradiso dei pazzi”. Qui il poeta avev. a ritrovato la sua dimensione di vita: “Lo spazio visibile e l’invisibile si fondono l’uno nell’altro e al di là di ogni parola e immagine, si schiude l’eternità”. Ed è “Sonata in blu”, una lunga meditazione, più che un testo letterario, nella quale lo scrittore affonda la sua anima in un’assoluta solitudine, mentre si sdraia tra le braccia della natura: “spossato dal piacere, mi ritiro in una cavità della roccia, plasmata attraverso migliaia di anni”. Osserva, il poeta e scrittore, luoghi e accadimenti, descrive lo “Sbarco dei saraceni”, una manifestazione “inventata” per narrare l’arrivo della “Madonna nera”: è una battaglia tra turchi e cristiani. Annota Wegner: “Per un combattimento simile non si potrebbe trovare teatro migliore di questa città di mare, i cui edifici, strade, ponti, simili a un anfiteatro dell’antichità, si rincorrono intorno alla sua baia, per arrestarsi soltanto sotto la parete rocciosa di Monte Sant’Angelo che svetta altissimo sul mare”. A Positano Irene Kowaliska, che nel frattempo aveva dato alla luce il loro figliolo, Misha, lo raggiunge nel 1942: era quasi il traguardo di una lunga storia d’amore, una fertile avventura che ha modellato due personalità di grande prestigio culturale. Da quando, nel 1929, si erano conosciuti nelle campagne intorno Berlino, era stato un continuo “cercarsi, allontanarsi, nascondersi, ritrovarsi, confrontarsi, aiutarsi, amarsi…” Su insistenza di Peter Ruta, artista loro vicino di casa, Armin e Irene andarono a Stromboli: in quell’ambiente eolico lo scrittore ritrovò il suo habitat. E per Irene, lì era la sede del genius loci della ceramica: isola, terra emersa, calda di fuoco interno, circondata da acqua, invasa dal vento. E fu l’acquisto di un vecchio, abbandonato mulino, poi ristrutturato, con una torre centrale, dove Armin murò un pannello ceramico di sei “riggiole” vietresi realizzato da Irene negli anni ’30 per la casa di Positano: rappresentava un veliero, sotto vi posero il nome di questa nuova casa: “La Torre dei sette venti”. Nel 1967 lo Stato di Israele attribuì a Wegner il titolo di “Giusto fra le Nazioni”; un anno dopo, in Armenia, gli fu conferito l'”Ordine di San Gregorio l’Illuminatore”. Wegner morì il 17 maggio 1978 a Roma, all’età di 92 anni. Le sue ceneri sono a Stromboli, tra le braccia di quel vento che fascia l’isola e rapiva la sua anima di poeta.

Riprendiamo un bellissimo articolo di Vito Pinto , conoscitore attento della cultura locale in Costiera amalfitana, giornalista di Vietri sul mare che ha operato in Costa d' Amalfi, in particolare qui a Positano con il Duca con il compianto Luca Vespoli, da La Città di Salerno dell'8 marzo scorso, proponendo al Comune di Positano, come testata giornalistica e  con l'ausilio dell'associazione Posidonia, di voler dedicare a lui la scala che porta da bivio di Montepertuso sulla Statale Amalfitana 163 a Capodacqua, dove lui amava ritirarsi a scrivere e riflettere,  passeggiare per il sentiero che porta a Santa Maria del Castello di Vico Equense e sopratutto a quello di Fiosse Tordigliano, che porta alla vista su I Galli e le due coste che vanno da Amalfi a Sorrento, per non dimenticare questo grande personaggio che la Storia ha voluto consegnare anche al nostro paese. Volle chiamare "Casa dei sette venti", Armin Theophil Wegner, la sua dimora di via Pasitea, dove abitò negli anni del soggiorno a Positano. Una casa ristrutturata, alla cui festa di inaugurazione invitò tutti gli amici della locale comunità di intellettuali e artisti stranieri. "Armin tenne un discorso di saluto – annotava la prima moglie, Lola Landau, sposata dopo la prima guerra mondiale – in cui fece l'elogio di Positano. Poi venne scoperta una lastra con la scritta del nome della casa, dono di una ceramista di una località vicina". Quella ceramista era Irene Kowaliska, la località vicina era Vietri sul Mare. Nato a Wuppertal nel 1886, dopo la laurea in legge Wegner si dedica alla letteratura, avendo dentro uno spirito poetico che lo portava ad essere convinto assertore del diritto di tutti gli uomini ad avere una patria ed una propria identità. Scriverà Gian Antonio Stella: "Era un giovanotto sulla trentina, Armin. Bello, rampollo di una famiglia di rigide tradizioni prussiane, amato dalle donne, fascinoso con quella divisa della Croce Rossa tedesca e la kefiah bianca che gli dava un'aria esotica alla Lawrence d'Arabia". Era il 1916, l'anno delle marce della morte degli armeni da parte del governo turco: lui, testimone di un genocidio. Angosciato, scriveva alla madre: "Mai come in questi giorni ho sentito vicino a me distinto il frusciare della morte, il suo silenzio, il suo freddo sorriso, e spesso mi chiedo: posso io ancora vivere …quando attorno a me c'è un abisso di occhi di morti?". E fu "La strada del non ritorno", lettere, appunti, foto come documenti di denuncia. Mentre l'Europa cristiana restava impassibile di fronte a tanto orrore, Wegner in una lettera al presidente USA, Woodrom Wilson, chiedeva: "Salvi lei l'onore dell'Europa". Un tormento! Ancor più profondo quando nella sua Germania si scatenò l'antisemitismo. Il "fanatico pacifista", scrive una lunga lettera a Hitler, scongiurandolo dal proseguire in quella follia: "Non come amico degli ebrei, ma come amico dei tedeschi, come rampollo di una famiglia prussiana, in questi giorni, quando tutti rimangono muti, io non voglio tacere più a lungo di fronte ai pericoli che incombono sulla Germania". La lettera fu recapitata a "Casa Bruna" di Monaco e la ricevuta fu firmata da Martin Borman. La risposta fu il carcere: pestato, frustato, torturato a sangue, trasferito in vari lager e, infine, costretto a lasciare la Germania. Giunse a Roma con lo pseudonimo Percy Eckstein. Poi si trasferì a Positano, dopo una breve sosta a Vietri, da Irene Kowaliska: le fece omaggio di un libro con dedica: "Si sente sempre un canto bellissimo dietro a una porta chiusa, si continua la strada, ma non si sa dove condurrà". Wegner arrivò a Positano abitando prima una casupola isolata a Capodacqua, poi la "Casa dei sette venti" in via Pasitea, dove lo raggiunse Lola Landau, per convincerlo a seguirla in Palestina. Fu tutto inutile: Armin restava a Positano, in quello che la Landau definì "il paradiso dei pazzi". Qui il poeta avev. a ritrovato la sua dimensione di vita: "Lo spazio visibile e l'invisibile si fondono l'uno nell'altro e al di là di ogni parola e immagine, si schiude l'eternità". Ed è "Sonata in blu", una lunga meditazione, più che un testo letterario, nella quale lo scrittore affonda la sua anima in un'assoluta solitudine, mentre si sdraia tra le braccia della natura: "spossato dal piacere, mi ritiro in una cavità della roccia, plasmata attraverso migliaia di anni". Osserva, il poeta e scrittore, luoghi e accadimenti, descrive lo "Sbarco dei saraceni", una manifestazione "inventata" per narrare l'arrivo della "Madonna nera": è una battaglia tra turchi e cristiani. Annota Wegner: "Per un combattimento simile non si potrebbe trovare teatro migliore di questa città di mare, i cui edifici, strade, ponti, simili a un anfiteatro dell'antichità, si rincorrono intorno alla sua baia, per arrestarsi soltanto sotto la parete rocciosa di Monte Sant'Angelo che svetta altissimo sul mare". A Positano Irene Kowaliska, che nel frattempo aveva dato alla luce il loro figliolo, Misha, lo raggiunge nel 1942: era quasi il traguardo di una lunga storia d'amore, una fertile avventura che ha modellato due personalità di grande prestigio culturale. Da quando, nel 1929, si erano conosciuti nelle campagne intorno Berlino, era stato un continuo "cercarsi, allontanarsi, nascondersi, ritrovarsi, confrontarsi, aiutarsi, amarsi…" Su insistenza di Peter Ruta, artista loro vicino di casa, Armin e Irene andarono a Stromboli: in quell'ambiente eolico lo scrittore ritrovò il suo habitat. E per Irene, lì era la sede del genius loci della ceramica: isola, terra emersa, calda di fuoco interno, circondata da acqua, invasa dal vento. E fu l'acquisto di un vecchio, abbandonato mulino, poi ristrutturato, con una torre centrale, dove Armin murò un pannello ceramico di sei "riggiole" vietresi realizzato da Irene negli anni '30 per la casa di Positano: rappresentava un veliero, sotto vi posero il nome di questa nuova casa: "La Torre dei sette venti". Nel 1967 lo Stato di Israele attribuì a Wegner il titolo di "Giusto fra le Nazioni"; un anno dopo, in Armenia, gli fu conferito l'"Ordine di San Gregorio l'Illuminatore". Wegner morì il 17 maggio 1978 a Roma, all'età di 92 anni. Le sue ceneri sono a Stromboli, tra le braccia di quel vento che fascia l'isola e rapiva la sua anima di poeta.