Napoli. Presi dalla polizia i giovani presunti esattori dell’area orientale: sulla pelle il tatuaggio «Bodo»

0

Napoli. Il pizzo era imposto con le modalità tipiche della camorra, spendendo il nome dei nuovi boss della zona, con il ricorso alla minaccia e alle ritorsioni. Le vittime sono commercianti e imprenditori della zona orientale, costretti a tacere per timore e a pagare per evitare di mettere a repentaglio la sicurezza propria e dei propri cari. Eccolo lo scenario da Far West che emerge dalla recente inchiesta della Direzione distrettuale antimafia sulla mala di Ponticelli. Dodici gli arresti eseguiti dagli agenti della squadra mobile e dai poliziotti del commissariato di zona. In manette i presunti «esattori» della camorra, fedelissimi dei fratelli De Micco (Marco, Luigi e Salvatore, ritenuti ai vertici dell’organizzazione e già in carcere per altre accuse) che avrebbero imposto il pizzo in nome del clan noto anche come i «Bodo». Estorsione aggravata dalla finalità mafiosa, incendio doloso, porto e detenzione illegale di armi sono, a diverso titolo, i reati contestati ai dodici indagati, da ieri in cella per effetto dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip su richiesta dei pm del pool antimafia che ha coordinato l’inchiesta, i sostituti procuratori Vincenzo D’Onofrio, Antonella Fratello e Francesco Valentini. Tra i destinatari del provvedimento uno dei presunti capiclan, Salvatore De Micco, classe 1985 e già in carcere per altro. Gli altri arrestati sono Moreno Cocozza (30 anni), Luigi De Liguori (35 anni), Alessio Esposito (21 anni), Michele Gentile (23 anni), Giovanni Ottaiano (36 anni), Roberto Pane (30 anni), Roberto Scala (38 anni), Gennaro Sorrentino (36 anni), Mario Sorrentino (31 anni), Giuseppe De Martino (24 anni) e Giuseppe Napolitano (25 anni). Al cuore dell’indagine, che è solo uno dei filoni aperti sulla camorra della periferia a est di Napoli, il racket imposto a commercianti e imprenditori spendendo il nome dei De Micco e la fama di criminali violenti che si sono guadagnati negli ultimi mesi. Tempi in cui a Ponticelli si sono susseguiti numerosi attentati e raid dal chiaro scopo intimidatorio: incendi dall’evidente matrice dolosa, danneggiamenti, colpi di pistola esplosi in strada o verso case o saracinesche. Delicato il lavoro investigativo svolto dalla polizia che a Ponticelli si è scontrata contro l’omertà e la reticenza della gente. Indagando sui nuovi «signori del pizzo», gli inquirenti hanno delineato un profilo più aggiornato del clan che detta legge nella periferia orientale di Napoli, approfittando del vuoto di potere lasciato dallo storico clan Sarno, ormai decimato da arresti e dal pentimento dei capi. Un ritratto già delineato da recenti inchieste in cui emergono i tratti di giovani criminali, anzi giovanissimi. Ambiziosi e violenti, disposti a rischiare la vita o la libertà per un’idea di potere molto più simile al gangsterismo che alla camorra vecchio stampo. Alla diplomazia preferiscono le armi, alla strategia l’azione violenta, al dialogo le armi. Per riconoscersi si tatuano il nome del clan o del capo: i De Micco si identificano con il termine «Bodo» e se lo fanno incidere sulla pelle. Tradizione camorrista comune anche ad altre organizzazioni criminali: sempre nell’area orientale, infatti, gli affiliati al gruppo D’Amico hanno come tattoo «Fraulella» dal soprannome di uno dei loro capi, mentre quelli del clan Mazzarella si incidono sulla pelle le iniziali del nome del boss. Giovanissimi, dicevamo, i nuovi soldati della camorra di Ponticelli. Mirano a scalare i vertici della malavita partendo dalla conquista del quartiere da cui provengono. Rione Conocal, Ponticelli, periferia est: qui la camorra per decenni ha avuto un solo nome ma da tempo la situazione è cambiata ed è assai mutevole. Un tempo c’erano i Sarno, il boss che si faceva chiamare il sindaco, che gestiva tutto, dalle case popolari ai traffici illeciti, e manteneva la pace utile ai suoi loschi affari e agli accordi con altri potenti clan della città. Dopo il declino del clan, il pentimento dei capi e l’arresto dei fedelissimi, nel quartiere hanno cercato di imporsi nuovi gruppi con sorti alterne e non senza scontri armati, vendette e omicidi. (Viviana Lanza – Il Mattino)

Napoli. Il pizzo era imposto con le modalità tipiche della camorra, spendendo il nome dei nuovi boss della zona, con il ricorso alla minaccia e alle ritorsioni. Le vittime sono commercianti e imprenditori della zona orientale, costretti a tacere per timore e a pagare per evitare di mettere a repentaglio la sicurezza propria e dei propri cari. Eccolo lo scenario da Far West che emerge dalla recente inchiesta della Direzione distrettuale antimafia sulla mala di Ponticelli. Dodici gli arresti eseguiti dagli agenti della squadra mobile e dai poliziotti del commissariato di zona. In manette i presunti «esattori» della camorra, fedelissimi dei fratelli De Micco (Marco, Luigi e Salvatore, ritenuti ai vertici dell’organizzazione e già in carcere per altre accuse) che avrebbero imposto il pizzo in nome del clan noto anche come i «Bodo». Estorsione aggravata dalla finalità mafiosa, incendio doloso, porto e detenzione illegale di armi sono, a diverso titolo, i reati contestati ai dodici indagati, da ieri in cella per effetto dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip su richiesta dei pm del pool antimafia che ha coordinato l’inchiesta, i sostituti procuratori Vincenzo D’Onofrio, Antonella Fratello e Francesco Valentini. Tra i destinatari del provvedimento uno dei presunti capiclan, Salvatore De Micco, classe 1985 e già in carcere per altro. Gli altri arrestati sono Moreno Cocozza (30 anni), Luigi De Liguori (35 anni), Alessio Esposito (21 anni), Michele Gentile (23 anni), Giovanni Ottaiano (36 anni), Roberto Pane (30 anni), Roberto Scala (38 anni), Gennaro Sorrentino (36 anni), Mario Sorrentino (31 anni), Giuseppe De Martino (24 anni) e Giuseppe Napolitano (25 anni). Al cuore dell’indagine, che è solo uno dei filoni aperti sulla camorra della periferia a est di Napoli, il racket imposto a commercianti e imprenditori spendendo il nome dei De Micco e la fama di criminali violenti che si sono guadagnati negli ultimi mesi. Tempi in cui a Ponticelli si sono susseguiti numerosi attentati e raid dal chiaro scopo intimidatorio: incendi dall’evidente matrice dolosa, danneggiamenti, colpi di pistola esplosi in strada o verso case o saracinesche. Delicato il lavoro investigativo svolto dalla polizia che a Ponticelli si è scontrata contro l’omertà e la reticenza della gente. Indagando sui nuovi «signori del pizzo», gli inquirenti hanno delineato un profilo più aggiornato del clan che detta legge nella periferia orientale di Napoli, approfittando del vuoto di potere lasciato dallo storico clan Sarno, ormai decimato da arresti e dal pentimento dei capi. Un ritratto già delineato da recenti inchieste in cui emergono i tratti di giovani criminali, anzi giovanissimi. Ambiziosi e violenti, disposti a rischiare la vita o la libertà per un’idea di potere molto più simile al gangsterismo che alla camorra vecchio stampo. Alla diplomazia preferiscono le armi, alla strategia l’azione violenta, al dialogo le armi. Per riconoscersi si tatuano il nome del clan o del capo: i De Micco si identificano con il termine «Bodo» e se lo fanno incidere sulla pelle. Tradizione camorrista comune anche ad altre organizzazioni criminali: sempre nell’area orientale, infatti, gli affiliati al gruppo D’Amico hanno come tattoo «Fraulella» dal soprannome di uno dei loro capi, mentre quelli del clan Mazzarella si incidono sulla pelle le iniziali del nome del boss. Giovanissimi, dicevamo, i nuovi soldati della camorra di Ponticelli. Mirano a scalare i vertici della malavita partendo dalla conquista del quartiere da cui provengono. Rione Conocal, Ponticelli, periferia est: qui la camorra per decenni ha avuto un solo nome ma da tempo la situazione è cambiata ed è assai mutevole. Un tempo c’erano i Sarno, il boss che si faceva chiamare il sindaco, che gestiva tutto, dalle case popolari ai traffici illeciti, e manteneva la pace utile ai suoi loschi affari e agli accordi con altri potenti clan della città. Dopo il declino del clan, il pentimento dei capi e l’arresto dei fedelissimi, nel quartiere hanno cercato di imporsi nuovi gruppi con sorti alterne e non senza scontri armati, vendette e omicidi. (Viviana Lanza – Il Mattino)