Dopo la visita del Papa a Scampia nel quartiere dilaga la disillusione: «Siamo stati già dimenticati»

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Napoli. È stato quasi un pellegrinaggio spontaneo. Anche sotto la pioggia, da viale della Resistenza e via Ciccotti a decine sono tornati in piazza Giovanni Paolo II. Tutti a ritrovare un’emozione, a guardare il luogo della speranza e dell’entusiasmo di Scampia. Qui, appena 24 ore prima, c’era Papa Francesco, qui splendeva il sole. Ma, quasi come se si trattasse di una triste metafora, oggi c’è il grigio. La pioggia. Mattia, 11 anni, era tra quei ragazzi e bambini che circondavano il Papa sul palco. La mamma è rimasta sorpresa della sua intraprendenza: «È timido, non avrei mai pensato che salisse con gli altri sulle scale. Ma poi ha detto che c’era il Papa, che quando lo avrebbe visto più, quando ci sarebbe stata un’occasione così a Scampia». Il quartiere sa che nella periferia dell’esistenza certe visite sono l’eccezione. Eppure, in 25 anni ben due Pontefici hanno scelto Scampia come tappa della loro visita a Napoli. E, sui balconi di via Bakù, tanti hanno deciso di non togliere i manifestini con l’immagine di Papa Bergoglio. C’è anche la scritta «Hola, Francesco». E qualche bandierina, che la pioggia finirà per distruggere. Dice Angelo Pisani, presidente della circoscrizione: «Dopo il richiamo del Papa, qui si aspettano anche le istituzioni per interventi concreti. Si ha l’impressione che Scampia faccia comodo abbandonarla al male, senza realizzarvi investimenti sociali e strutture. Solo in questo modo si possono fare demagogiche passerelle elettorali, sulla pelle delle periferie». Certo, chi vive a Scampia non ha una banca, non esistono neanche solo dei bancomat. Bisogna andare a Chiaiano, a Secondigliano per trovarli. Non c’è un cinema, rari bar. Fanno da totale supplenza le iniziative sociali e il volontariato. Sono una trentina, tra laiche e religiose. I Padri gesuiti, proprio l’ordine da cui proviene Papa Francesco, sono stati tra i primi a mettere piede nel quartiere. Erano gli anni Novanta del secolo scorso. Quattordici anni fa arrivò don Fabrizio Valletti. Nacque il centro Hurtado in viale della Resistenza, proprio di fronte la sede della circoscrizione e accanto alla palestra di Gianni Maddaloni. «Dopo la visita del Papa, resta qui quello che c’era prima – dice proprio don Fabrizio Valletti – La realtà oggettiva di questo territorio è quella che si vede con chiarezza e un monito, anche emotivamente coinvolgente come quello del Papa, non può bastare. Occorrono interventi istituzionali che modifichino il territorio. Dove sono, ad esempio, gli impegni ad ultimare i progetti e i cantieri aperti da anni e rimasti incompiuti?». Uno è la stazione della metropolitana. Chi arriva a Scampia esce in un cantiere. Dice Gianni, studente che questo mezzo di trasporto utilizza ogni giorno: «Poiché il Papa non doveva passare da qui, tutto è rimasto come sempre. Vale a dire senza illuminazione e con la struttura in costruzione da sempre. Basta guardare per rendersi conto che si rischia il dissesto delle strutture». Sulla Metropolitana i soldi sono destinati a completare altre stazioni, quelle di maggiore rappresentanza. Ma qui siamo in periferia, questa è la terra delle fiction criminali. Stesso destino hanno le case popolari di via Labriola: 64 alloggi, dove dovevano trasferirsi le 110 famiglie sgomberate dalla Vele. L’assegnazione è rimandata di continuo, per difficoltà varie. E poi, la sede universitaria incompiuta da dieci anni, su cui si era lamentata Emma poco prima dell’arrivo del Papa. Dice ora Maria, studentessa: «Cosa c’è da aggiungere di più, anche io abito a Scampia, anche io studio. Rispetto a parole così forti del Papa, guardare la realtà che ci circonda diventa avvilente». Al centro Hurtado regalano speranze, con la cooperativa La Roccia dove in dieci lavorano nella sartoria, la legatoria e il restauro di libri antichi. Sempre qui c’è l’unica biblioteca del quartiere, dove è possibile consultare libri. L’associazione Mammuth fa assistenza ai rom, l’Arci Scampia offre la possibilità ai ragazzi di allenarsi al calcio senza pagare. Volontariato e associazioni, in sostituzione delle istituzioni pubbliche che qui hanno lasciato spazio e alibi al crimine e al vuoto. «I progetti incompiuti sono un segno di disattenzione – dice don Fabrizio – C’è anche piazza della Socialità o la piazza che è di fronte il centro di Igiene mentale. Vada a vedere in che stato è, sembra una discarica». È lo spiazzo antistante la stazione, eterno cantiere della metropolitana. Qui il Papa non è passato e si vede. La montagnella di bottiglie vuote è visibile da una vita. Rifiuti. Una parte di viale della Resistenza, brandelli di via Bakù sono stati ripuliti in maniera mai vista prima. Altre zone sono rimaste come sempre. Dice Enzo del Comitato Vele: «Lo abbiamo denunciato qualche giorno prima dell’arrivo del Papa. Sembra come quella casa dove si spazza e si mette la polvere sotto il tappeto». L’amarezza di chi si sente periferia dell’esistenza, di chi si rende conto che ogni intervento sociale rimandato, ogni segno di degrado abbandonato è uno spazio lasciato a chi offre alternative criminali. Certo, il grigio della giornata non aiuta a ritrovare il sorriso. Il Papa resta un ricordo. Bello, ma un ricordo. Nelle quattro parrocchie di Scampia, però, non si è parlato d’altro. La gente voleva raccontare, tenere in vita una bella esperienza per custodirla. Dice don Francesco Minervino, decano dei parroci di Scampia: «Sì, anche stamattina tutti erano entusiasti di quello che avevano visto. La gente era contenta, aveva vissuto un sogno, qualcosa di portata storica unica. Il Papa è figura aggregante. È stato lui a lasciar fare i bambini, che lo hanno attorniato. All’inizio si voleva lasciare una delegazione di dieci bambini, poi lui ha detto ma sì, lasciateli fare, fateli salire tutti». Anche don Alessandro Gargiulo, parroco della chiesa di Maria Santissima del Buon Rimedio, ha visto l’entusiasmo tra i suoi fedeli. È in una parrocchia particolare, quella delle Vele. Parrocchia provvisoria da anni, relegata in un prefabbricato. La nuova sede dovrebbe inaugurarsi tra non molto. Aggiunge don Francesco: «Certo, dopo il Papa, chi ha il compito di migliorare il quartiere dovrebbe farlo. Un giovane mi ha detto, commentando certi interventi solo in alcune strade, che se si spostasse il Vaticano a Scampia si avrebbe pulizia continua». Il giorno dopo, restano i 20mila Vangeli con l’immagine del Papa distribuiti alla gente. Restano i disegni dei bambini, che chiedevano al Pontefice di aiutare il padre in carcere o di far guarire il nonno, che diventeranno un libro. Dice ancora il presidente della circoscrizione Angelo Pisani: «Abbiamo fatto avere al Papa anche un quadro del Vesuvio dipinto da Monica Marassi e un’opera di Lello Esposito. Dobbiamo ringraziare il Papa per avere, ancora una volta, prediletto gli ultimi, la gente che abita a nord di Napoli». La facile equazione, il deja vu delle Vele fanno a cazzotti con il futuro prossimo di questo quartiere che è l’epicentro geografico della nuova area metropolitana. Certo, non basta arrestare spacciatori, camorristi e killer se la repressione non viene accompagnata da investimenti sociale. Dice Gianni Maddaloni, che ha creato un’ oasi di speranza nel quartiere attraverso la sua palestra da dove sono usciti tanti campioni: «Volevano offrirmi palestre in zone considerate migliori. Ho rifiutato, il mio impegno è qui, perché qui ha un valore sociale doppio. Sono amico del sindaco De Magistris, ma ho l’impressione che non possa realizzare ciò che dice. Spero sempre che possa la cittadella dello sport, su cui si è impegnato il premier Renzi». La Scampia del giorno dopo si culla nell’entusiasmo della speranza. Anche se le periferie del mondo sono abituate alle promesse, al disincanto, alla disillusione. Dice don Fabrizio Valletti: «Su questo territorio impera il silenzio. Silenzio come abbandono. Disinteresse come omissione». (Gigi Di Fiore – Il Mattino) 

Napoli. È stato quasi un pellegrinaggio spontaneo. Anche sotto la pioggia, da viale della Resistenza e via Ciccotti a decine sono tornati in piazza Giovanni Paolo II. Tutti a ritrovare un’emozione, a guardare il luogo della speranza e dell’entusiasmo di Scampia. Qui, appena 24 ore prima, c’era Papa Francesco, qui splendeva il sole. Ma, quasi come se si trattasse di una triste metafora, oggi c’è il grigio. La pioggia. Mattia, 11 anni, era tra quei ragazzi e bambini che circondavano il Papa sul palco. La mamma è rimasta sorpresa della sua intraprendenza: «È timido, non avrei mai pensato che salisse con gli altri sulle scale. Ma poi ha detto che c’era il Papa, che quando lo avrebbe visto più, quando ci sarebbe stata un’occasione così a Scampia». Il quartiere sa che nella periferia dell’esistenza certe visite sono l’eccezione. Eppure, in 25 anni ben due Pontefici hanno scelto Scampia come tappa della loro visita a Napoli. E, sui balconi di via Bakù, tanti hanno deciso di non togliere i manifestini con l’immagine di Papa Bergoglio. C’è anche la scritta «Hola, Francesco». E qualche bandierina, che la pioggia finirà per distruggere. Dice Angelo Pisani, presidente della circoscrizione: «Dopo il richiamo del Papa, qui si aspettano anche le istituzioni per interventi concreti. Si ha l’impressione che Scampia faccia comodo abbandonarla al male, senza realizzarvi investimenti sociali e strutture. Solo in questo modo si possono fare demagogiche passerelle elettorali, sulla pelle delle periferie». Certo, chi vive a Scampia non ha una banca, non esistono neanche solo dei bancomat. Bisogna andare a Chiaiano, a Secondigliano per trovarli. Non c’è un cinema, rari bar. Fanno da totale supplenza le iniziative sociali e il volontariato. Sono una trentina, tra laiche e religiose. I Padri gesuiti, proprio l’ordine da cui proviene Papa Francesco, sono stati tra i primi a mettere piede nel quartiere. Erano gli anni Novanta del secolo scorso. Quattordici anni fa arrivò don Fabrizio Valletti. Nacque il centro Hurtado in viale della Resistenza, proprio di fronte la sede della circoscrizione e accanto alla palestra di Gianni Maddaloni. «Dopo la visita del Papa, resta qui quello che c’era prima – dice proprio don Fabrizio Valletti – La realtà oggettiva di questo territorio è quella che si vede con chiarezza e un monito, anche emotivamente coinvolgente come quello del Papa, non può bastare. Occorrono interventi istituzionali che modifichino il territorio. Dove sono, ad esempio, gli impegni ad ultimare i progetti e i cantieri aperti da anni e rimasti incompiuti?». Uno è la stazione della metropolitana. Chi arriva a Scampia esce in un cantiere. Dice Gianni, studente che questo mezzo di trasporto utilizza ogni giorno: «Poiché il Papa non doveva passare da qui, tutto è rimasto come sempre. Vale a dire senza illuminazione e con la struttura in costruzione da sempre. Basta guardare per rendersi conto che si rischia il dissesto delle strutture». Sulla Metropolitana i soldi sono destinati a completare altre stazioni, quelle di maggiore rappresentanza. Ma qui siamo in periferia, questa è la terra delle fiction criminali. Stesso destino hanno le case popolari di via Labriola: 64 alloggi, dove dovevano trasferirsi le 110 famiglie sgomberate dalla Vele. L’assegnazione è rimandata di continuo, per difficoltà varie. E poi, la sede universitaria incompiuta da dieci anni, su cui si era lamentata Emma poco prima dell’arrivo del Papa. Dice ora Maria, studentessa: «Cosa c’è da aggiungere di più, anche io abito a Scampia, anche io studio. Rispetto a parole così forti del Papa, guardare la realtà che ci circonda diventa avvilente». Al centro Hurtado regalano speranze, con la cooperativa La Roccia dove in dieci lavorano nella sartoria, la legatoria e il restauro di libri antichi. Sempre qui c’è l’unica biblioteca del quartiere, dove è possibile consultare libri. L’associazione Mammuth fa assistenza ai rom, l’Arci Scampia offre la possibilità ai ragazzi di allenarsi al calcio senza pagare. Volontariato e associazioni, in sostituzione delle istituzioni pubbliche che qui hanno lasciato spazio e alibi al crimine e al vuoto. «I progetti incompiuti sono un segno di disattenzione – dice don Fabrizio – C’è anche piazza della Socialità o la piazza che è di fronte il centro di Igiene mentale. Vada a vedere in che stato è, sembra una discarica». È lo spiazzo antistante la stazione, eterno cantiere della metropolitana. Qui il Papa non è passato e si vede. La montagnella di bottiglie vuote è visibile da una vita. Rifiuti. Una parte di viale della Resistenza, brandelli di via Bakù sono stati ripuliti in maniera mai vista prima. Altre zone sono rimaste come sempre. Dice Enzo del Comitato Vele: «Lo abbiamo denunciato qualche giorno prima dell’arrivo del Papa. Sembra come quella casa dove si spazza e si mette la polvere sotto il tappeto». L’amarezza di chi si sente periferia dell’esistenza, di chi si rende conto che ogni intervento sociale rimandato, ogni segno di degrado abbandonato è uno spazio lasciato a chi offre alternative criminali. Certo, il grigio della giornata non aiuta a ritrovare il sorriso. Il Papa resta un ricordo. Bello, ma un ricordo. Nelle quattro parrocchie di Scampia, però, non si è parlato d’altro. La gente voleva raccontare, tenere in vita una bella esperienza per custodirla. Dice don Francesco Minervino, decano dei parroci di Scampia: «Sì, anche stamattina tutti erano entusiasti di quello che avevano visto. La gente era contenta, aveva vissuto un sogno, qualcosa di portata storica unica. Il Papa è figura aggregante. È stato lui a lasciar fare i bambini, che lo hanno attorniato. All’inizio si voleva lasciare una delegazione di dieci bambini, poi lui ha detto ma sì, lasciateli fare, fateli salire tutti». Anche don Alessandro Gargiulo, parroco della chiesa di Maria Santissima del Buon Rimedio, ha visto l’entusiasmo tra i suoi fedeli. È in una parrocchia particolare, quella delle Vele. Parrocchia provvisoria da anni, relegata in un prefabbricato. La nuova sede dovrebbe inaugurarsi tra non molto. Aggiunge don Francesco: «Certo, dopo il Papa, chi ha il compito di migliorare il quartiere dovrebbe farlo. Un giovane mi ha detto, commentando certi interventi solo in alcune strade, che se si spostasse il Vaticano a Scampia si avrebbe pulizia continua». Il giorno dopo, restano i 20mila Vangeli con l’immagine del Papa distribuiti alla gente. Restano i disegni dei bambini, che chiedevano al Pontefice di aiutare il padre in carcere o di far guarire il nonno, che diventeranno un libro. Dice ancora il presidente della circoscrizione Angelo Pisani: «Abbiamo fatto avere al Papa anche un quadro del Vesuvio dipinto da Monica Marassi e un’opera di Lello Esposito. Dobbiamo ringraziare il Papa per avere, ancora una volta, prediletto gli ultimi, la gente che abita a nord di Napoli». La facile equazione, il deja vu delle Vele fanno a cazzotti con il futuro prossimo di questo quartiere che è l’epicentro geografico della nuova area metropolitana. Certo, non basta arrestare spacciatori, camorristi e killer se la repressione non viene accompagnata da investimenti sociale. Dice Gianni Maddaloni, che ha creato un’ oasi di speranza nel quartiere attraverso la sua palestra da dove sono usciti tanti campioni: «Volevano offrirmi palestre in zone considerate migliori. Ho rifiutato, il mio impegno è qui, perché qui ha un valore sociale doppio. Sono amico del sindaco De Magistris, ma ho l’impressione che non possa realizzare ciò che dice. Spero sempre che possa la cittadella dello sport, su cui si è impegnato il premier Renzi». La Scampia del giorno dopo si culla nell’entusiasmo della speranza. Anche se le periferie del mondo sono abituate alle promesse, al disincanto, alla disillusione. Dice don Fabrizio Valletti: «Su questo territorio impera il silenzio. Silenzio come abbandono. Disinteresse come omissione». (Gigi Di Fiore – Il Mattino)