Napoli. La gioia solitaria delle trenta monache di clausure ribelli: «Estasiate, non abbiamo resistito all’assedio»

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Napoli. «È stato un attimo, ci siamo guardate tra noi, un cenno con la testa. Quando abbiamo visto che intorno al Papa si allentava la sicurezza vaticana siamo partite. A razzo, imprendibili. Non ci avrebbe fermato nessuno in quei pochi metri che ci separavano dalla sedia del Papa». Parla suor Giuliana, indonesiana ma ormai italiana non solo per l’abito religioso. È una suora passionista, una delle monache di clausura napoletane che sabato, in Cattedrale, hanno assediato Bergoglio. Nel convento a via San Giacomo dei Capri, dove vive insieme ad altre undici consorelle, il giorno dopo racconta quel minuto di inatteso fuori programma. Con lei, sabato pomeriggio c’erano anche madre Bernardette, suor Cornelia, suor Firmina e suor Brigida, tutte del monastero di clausura dell’ordine di Santa Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, suore passioniste. Tutte insieme hanno travolto la sicurezza. Queste Sister Act di casa nostra si sono fatte un baffo della pur fervida fantasia del regista Emile Ardolino che mise in scena la suora svitata ma intelligente che trascinò le consorelle a ritmo di jazz in un casinò americano. Loro, le suore di clausura napoletane hanno fatto qualcosa in più che resterà nella storia delle visite pastorali di un Papa. Hanno assediato un Papa. E che Papa. «Tutte noi vogliamo avvicinarci a Dio, ma forse non è il caso di mettergli paura» disse Suor Maria Claretta (l’attrice Whoopi Goldberg) dopo lo spaventoso acuto di suor Maria Patrizia (impersonata da Kathy Najimy)) nel film americano. A Napoli, invece, tutte le suore si sono avvicinate al Papa e gli hanno messo paura. Sì, perché l’assedio è stato talmente fulmineo che, a rivedere il minuto di filmato, supercliccatissimo e condiviso sui social, non c’è solo il dialetto napoletano di Sepe ma ti appare subito anche il volto sorpreso, anche un po’ impaurito, di Papa Francesco. Racconta suor Giuliana: «Noi abbiamo atteso che una di noi andasse a consegnare il primo regalo, poi siamo partite tutte». Sabato pomeriggio, in Cattedrale, c’erano sessanta suore che vivono in sei monasteri di clausura a Napoli. Hanno beneficiato di una particolare dispensa canonica, firmata dal cardinale Sepe, per uscire, solo per un giorno, dalla clausura e poter assistere in diretta alla visita papale in Cattedrale. Eccoli i nomi dei monasteri della dispensa canonica: le Sacramentine di via Duomo, le Passioniste, le Clarisse di Santa Chiara, le Clarisse Cappuccine dette Trentatrè, le Visitandine dei Camaldoli, le Clarisse Urbaniste. Sessantasei suore, ma trenta avevano preso posto nel coro dell’altare maggiore da dove sono partite per l’assalto al Papa. Racconta ancora suor Giuliana: «Tanto eravamo estasiate di aver raggiunto il Papa che nessuna di noi è riuscita a pronunciare una parola. Gli abbiamo consegnato dei doni, una consorella anche dei dolci pasquali, biscotti e caramelle fatte da loro. Ora vogliamo ringraziare il cardinale Sepe per la bella opportunità che ci ha donato». «Siamo stati tutti colti di sorpresa ma le capisco» ha detto il cardinale. «Sono intervenuto “rimproverandole” perché ho visto che il Papa stava per cadere e anche una delle sorelle stava per urtare una candela accesa vicino alle reliquie di San Gennaro». Alle sei della sera nei sei monasteri napoletani di clausura i telefoni squillano a lungo. Perché nei monasteri il telefono è sempre sistemato lontano dai luoghi di preghiera oltre che dalle stanze delle monache. Ci vuole tempo perché le suore rispondano.  «Guardi, a quest’ora siamo in preghiera» risponde la clarissa di Santa Chiara. Parlano poco a telefono le suore di clausura ma se decidono di farlo ti raccontano tutto. «Abbiamo incrociato il volto dolcissimo del Papa. Abbiamo sbagliato? Non credo. Lui si è mostrato a noi e San Gennaro ha fatto il miracolo di primavera» dice suor Bernardette. L’abile prontezza linguistica tutta napoletana del cardinale Sepe ha costruito una sceneggiatura irripetibile. «Tutto più colorito, più bello, più vero, più autentico» dicono le suore. A Napoli, nel Cinquecento, nei 36 monasteri di clausura arrivarono i «visitatori apostolici», muniti dei poteri speciali canonici, una specie di ispettori della fede o verificatori delle regole cristiane per conto della gerarchia. Stavolta non accadrà per le monache ribelli del Nuovo Millennio. Francesco perdona. Forse anche in attesa che si ripeta, in Vaticano, la scena finale di Sister Act quando Deloris dirige il coro alla presenza del Papa, che applaude entusiasta l’esibizione della svitata ma religiosissima suor Maria Claretta. (Antonio Manzo – Il Mattino) 

Napoli. «È stato un attimo, ci siamo guardate tra noi, un cenno con la testa. Quando abbiamo visto che intorno al Papa si allentava la sicurezza vaticana siamo partite. A razzo, imprendibili. Non ci avrebbe fermato nessuno in quei pochi metri che ci separavano dalla sedia del Papa». Parla suor Giuliana, indonesiana ma ormai italiana non solo per l’abito religioso. È una suora passionista, una delle monache di clausura napoletane che sabato, in Cattedrale, hanno assediato Bergoglio. Nel convento a via San Giacomo dei Capri, dove vive insieme ad altre undici consorelle, il giorno dopo racconta quel minuto di inatteso fuori programma. Con lei, sabato pomeriggio c’erano anche madre Bernardette, suor Cornelia, suor Firmina e suor Brigida, tutte del monastero di clausura dell’ordine di Santa Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, suore passioniste. Tutte insieme hanno travolto la sicurezza. Queste Sister Act di casa nostra si sono fatte un baffo della pur fervida fantasia del regista Emile Ardolino che mise in scena la suora svitata ma intelligente che trascinò le consorelle a ritmo di jazz in un casinò americano. Loro, le suore di clausura napoletane hanno fatto qualcosa in più che resterà nella storia delle visite pastorali di un Papa. Hanno assediato un Papa. E che Papa. «Tutte noi vogliamo avvicinarci a Dio, ma forse non è il caso di mettergli paura» disse Suor Maria Claretta (l’attrice Whoopi Goldberg) dopo lo spaventoso acuto di suor Maria Patrizia (impersonata da Kathy Najimy)) nel film americano. A Napoli, invece, tutte le suore si sono avvicinate al Papa e gli hanno messo paura. Sì, perché l’assedio è stato talmente fulmineo che, a rivedere il minuto di filmato, supercliccatissimo e condiviso sui social, non c’è solo il dialetto napoletano di Sepe ma ti appare subito anche il volto sorpreso, anche un po’ impaurito, di Papa Francesco. Racconta suor Giuliana: «Noi abbiamo atteso che una di noi andasse a consegnare il primo regalo, poi siamo partite tutte». Sabato pomeriggio, in Cattedrale, c’erano sessanta suore che vivono in sei monasteri di clausura a Napoli. Hanno beneficiato di una particolare dispensa canonica, firmata dal cardinale Sepe, per uscire, solo per un giorno, dalla clausura e poter assistere in diretta alla visita papale in Cattedrale. Eccoli i nomi dei monasteri della dispensa canonica: le Sacramentine di via Duomo, le Passioniste, le Clarisse di Santa Chiara, le Clarisse Cappuccine dette Trentatrè, le Visitandine dei Camaldoli, le Clarisse Urbaniste. Sessantasei suore, ma trenta avevano preso posto nel coro dell’altare maggiore da dove sono partite per l’assalto al Papa. Racconta ancora suor Giuliana: «Tanto eravamo estasiate di aver raggiunto il Papa che nessuna di noi è riuscita a pronunciare una parola. Gli abbiamo consegnato dei doni, una consorella anche dei dolci pasquali, biscotti e caramelle fatte da loro. Ora vogliamo ringraziare il cardinale Sepe per la bella opportunità che ci ha donato». «Siamo stati tutti colti di sorpresa ma le capisco» ha detto il cardinale. «Sono intervenuto “rimproverandole” perché ho visto che il Papa stava per cadere e anche una delle sorelle stava per urtare una candela accesa vicino alle reliquie di San Gennaro». Alle sei della sera nei sei monasteri napoletani di clausura i telefoni squillano a lungo. Perché nei monasteri il telefono è sempre sistemato lontano dai luoghi di preghiera oltre che dalle stanze delle monache. Ci vuole tempo perché le suore rispondano.  «Guardi, a quest’ora siamo in preghiera» risponde la clarissa di Santa Chiara. Parlano poco a telefono le suore di clausura ma se decidono di farlo ti raccontano tutto. «Abbiamo incrociato il volto dolcissimo del Papa. Abbiamo sbagliato? Non credo. Lui si è mostrato a noi e San Gennaro ha fatto il miracolo di primavera» dice suor Bernardette. L’abile prontezza linguistica tutta napoletana del cardinale Sepe ha costruito una sceneggiatura irripetibile. «Tutto più colorito, più bello, più vero, più autentico» dicono le suore. A Napoli, nel Cinquecento, nei 36 monasteri di clausura arrivarono i «visitatori apostolici», muniti dei poteri speciali canonici, una specie di ispettori della fede o verificatori delle regole cristiane per conto della gerarchia. Stavolta non accadrà per le monache ribelli del Nuovo Millennio. Francesco perdona. Forse anche in attesa che si ripeta, in Vaticano, la scena finale di Sister Act quando Deloris dirige il coro alla presenza del Papa, che applaude entusiasta l'esibizione della svitata ma religiosissima suor Maria Claretta. (Antonio Manzo – Il Mattino)