AMALFI/ELEZIONI: SOGNI, DEGRADO, ORGOGLIO, RESPONSABILITA’, IMMOBILISMO. PRIMARIE?

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L’interpretazione dei sogni spazia dalla narrativa alla saggistica, investe il mito e la poesia e non conosce limiti o confini né di spazio né di tempo. La tesi più ricorrente ed accreditata è che il sogno è la materializzazione, seppur sfumata ed evanescente, della realtà: l’amore di una bella donna, una vincita consistente che rivoluziona l’esistenza, un viaggio in terre esotiche, la vita in una città che si considera il paradiso perduto e l’eden ritrovato. Sarà per questo che mi capita di sognare Amalfi. Negli ultimi tempi succede più di frequente, forse anche perchè mi giungono nella mia casa romana telefonate, tanto garbate quanto pressanti, di amici che mi sollecitano un impegno diretto nella città e per la città in vista delle prossime elezioni amministrative. L’attenzione mi lusinga, ma dubbi e perplessità mi frenano. E le motivazioni sono note, non fosse altro perchè ho avuto modo di esplicitarle pubblicamente, a più riprese, anche dalle colonne di questo giornale. Però, lo confesso, le sollecitazioni mi alimentano i sogni. E, così, sogno spesso di tornare a vivere nella città che segnò di passione/i la mia giovinezza.

Ho ben presenti i contorni nitidi del sogno:

1- Amalfi mi appariva una città operosa, luminosa di grazia e di bellezza con i cittadini orgogliosi del patrimonio storico, artistico, ambientale e concordi nel difenderlo in una con sindaco, assessori, consiglieri comunali, imprenditori, intellettuali, professionisti, curia arcivescovile e clero in tutte le sue articolazioni.

2 – Si lavorava intensamente e con motivata convinzione alla creazione di un ORGANISMO SOVRACOMUNALE nella consapevolezza di dover accorpare i PAESI/ISOLE dell’intera costa in un ARCIPELAGO, in un fecondo rapporto di interconnessione e dialogo per poter promuovere una PROGETTUALITA’ D’INSIEME.

3 – Fervevano progetti e programmi per dilatare le attività economiche, a partire dal turismo, per spalmarle su tutto il territorio comunale, dal mare alle colline, coinvolgendo la partecipazione attiva delle frazioni nella consapevolezza di avere un enorme patrimonio inutilizzato da immettere con intelligenza sui mercati.

4 – L’Assessore al Turismo e alla Cultura, colto, preparato, efficiente selezionava proposte e progetti per attingere il meglio dallo scrigno dei tesori della città ed esporlo con naturale disinvoltura all’incanto/stupore dei turisti italiani e stranieri.

5 – Gli operatori avevano riscoperto il mecenatismo dei padri e gareggiavano in impegno e sinergia tra loro e con la città nella certezza che o insieme si cresce o insieme si perisce.

6 – Si progettava con consapevole e determinato entusiasmo una FONDAZIONE, che fosse laboratorio di idee di programmi per recuperare ed esaltare una IDENTITA’ dal passato  a fecondazione di presente ed a proiezione di futuro.

7 – Si difendeva con rigore, senza colpevoli compiacenze, la vivibilità della propria città/mondo, in cui i turisti si muovevano a loro agio, entusiasti della gradevole scoperta, tra piazze, slarghi, strade e vicoli a fruire di monumenti nel nitore della loro BELLEZZA tra scialo di gerani in fiore dai terrazzi e dalle balconate.

8 – Il mare non era più una fiera vociante agli attracchi e Piazza Flavio Gioia non più un teatro/giostra di macchine a caccia di improbabile parcheggio e Piazza Duomo non ressa/avventura tra tavoli abusivi ad invasione di suolo pubblico. Si era, finalmente, ricomposta l’unità tra case e mare, che aveva ripreso, quest’ultimo, il suo ruolo di proiezione della città verso l’esterno a memoria di rotte antiche per il Mediterraneo.

9 – La toponomastica di piazze, strade, vicoli e monumenti esibiva artistiche “legende” con informazioni essenziali di prima mano a sollecitare e solleticare sorprese da scoperta.

10 – Gli “eventi”, che si articolavano lungo l’arco dell’anno, nella logica virtuosa della DESTAGIONALIZZAZIONE, con un programma ricco e coinvolgente, non inseguivano mode posticce e senza cultura, ma penetravano nel cuore antico della città, facendolo pulsare di nuova ed attualissima vitalità ed illuminandone tutta la straordinaria BELLEZZA.

Sì, proprio così, Amalfi aveva riscoperto il tesoro inestimabile della sua BELLEZZA e lo esibiva con eleganza, gusto, garbo e naturale disinvoltura, come si addice ad una REGINA DEL TURISMO, che allontana da sè con fastidio ogni e qualsiasi volgarità.

 

Sogni, sogni, sogni fecondati dall’utopia di un poeta sognatore e per giunta morbosamente innamorato della sua città del cuore. Ma mi è bastato un pomeriggio di sole primaverile ad aprirmi gli occhi. E in una passeggiata a passi lenti in lungo e in largo per Piazza Flavio Gioia, in compagnia di Rino Mangieri, mi sono caricato  di indignazione. Ho avvertito fitte profonde al cuore per le ferite gratuite e volgari al corpo vivo della città, che fino a pochi anni fa incantava  il mondo intero per la sua bellezza ed ora restava indifferente  ed  insensibile  di fronte allo spettacolo di degrado indecoroso dei vasi desolatamente vuoti lungo la passeggiata a ridosso della ringhiera che si affaccia sulla  darsena con basolato  divelto e sgangherato, che reclama cura d’amore con profluvio multicolore di gerani. L’ingresso al supportico della Porta della Marina e l’esterno del bar Savoia, fronte mare presentavano enormi vasi quadrati di cemento con piante di limoni scheletriti e infagottati  in rete da pollai di campagna periferica dell’interno, che il passante incivile aveva utilizzato come deposito di cicche e pacchetti di sigarette vuoti. Mi è venuto da piangere. Dov’era finita la bellezza dell’Amalfi che mi accolse con elegante signorilità nei miei giovani anni? Quali amministratori incapaci ed irresponsabili  l’avevano  ridotta a quartiere di periferia di  paese dell’interno dopo le ore del mercato  settimanale? Da dove dovranno cominciare a ricostruire una immagine involgarita e irrimediabilmente compromessa gli amministratori che verranno? E chi saranno quelli  che si proporranno? Come saranno selezionati tra gruppi contrapposti e frantumati anche al loro interno? E la società civile assiste sgomenta, incredula, sfiduciata, ripiegata su se stessa e riflette e commenta gruppi che si frantumano e si ricompongono per poi frantumarsi di nuovo in un gioco perverso al  “cupio dissolvi”. Me ne torno smarrito, ferito, silenzioso, incapace di ipotizzare un benché minimo futuro. Per la prima volta mi vien meno anche l’ottimismo della volontà. E molti fanno ressa per  candidarsi al governo  della  città e tra  questi spiccano i nomi  di quegli stessi  che sono responsabili dello sfascio. E passano giorni e settimane tra inutili e defaticanti riunioni  tra accuse reciproche e veti  incrociati, senza un barlume di luce che  annunzi  la fuoriuscita dal tunnel. E se facessimo le primarie per gli opportuni accorpamenti di gruppi affini per selezionare una classe dirigente minimamente presentabile  e credibile che si faccia carico con coraggio di ricostruire con pazienza l’immagine della bellezza della città ferita a morte? Non vedo altre vie di uscita per salvare il salvabile. Per la prima volta mi vien voglia di  dichiarare la mia impotenza ed arrendermi. Ma una voce forte e possente mi dice che non posso e non debbo. E’ la forza dell’amore che mi spinge con prepotenza dall’interno e mi sollecita  a non desistere e a combattere con tutte le mie forze  perché  un sorriso magari un po’ forzato e spento che non  mi  è mai mancato neppure nei momenti più disperati e bui, può essere d’aiuto per me, per gli altri e, soprattutto per la città. Mai vissuta una situazione più disperata e disperante.  Per  questo lancio l’ultima sfida: FACCIAMO LE PRIMARIE. Le facciano gli aspiranti candidati del centrosinistra, come quelli del centrodestra per  pervenire alla formazione di due liste contrapposte che si batteranno con progettualità ed uomini diversi  per realizzarle. E’ la logica corretta e normale della democrazia dell’alternanza. Sarebbero una bella prova di maturità, una bella festa della democrazia, LE PRIMARIE! Ma temo che neppure questa proposta sarà accettata, perchè molti hanno paura del confronto e del dibattito. Staniamoli quelli  che hanno paura della democrazia. Escano allo scoperto e si mettano, così, in gioco o saranno fuori gioco da soli e per loro autonoma scelta. Io ritornerò a breve su questa proposta e la motiverò nei minimi particolari, confortato anche dal consenso che riscuotono questi temi, come dimostra il mio ultimo articolo “POLITICA, ANTIPOLITICA, APOLITICA, che nello spazio di 24 ore è stato letto da circa 800 cittadini interessati o, comunque incuriositi dal tema. Io ne sono rimasto lusingato positivamente anche perché  sul tema si è acceso un dibattito appassionato, innescato da quelli di UN’ALTRA AMALFI E’ POSSIBILE, che si stanno  rivelando  responsabili e propositivi.

Grazie amici. Aspettatevi un replay; e avanti così! E dimostrate voi per primi e senza tentennamenti di NON AVER PAURA DI AVER CORAGGIO. La città si salva, se salviamo la democrazia che si feconda e cresce con il confronto ed il dialogo. Dissequestriamo il  dibattito dalla occupazione mediatica di pochi addetti ai lavori, o che si considerano tali, e diamo voce alla maggioranza silenziosa. Io cerco disperatamente compagni di viaggio per questa battaglia di dignità, di libertà e di democrazia. Non lasciatemi solo. Non costringetemi a rinchiudermi  nel privato. IL PD, che è la forza politica di mio riferimento e CHE HA INVENTATO LE PRIMARIE ESCA ALLO SCOPERTO E DIA PROVA DI COERENZA. LE INDICA E LE FACCIA, aprendosi il più possibile alla società civile e non si limiti ad un solo nome con il rischio  concreto di perdere la battaglia.

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it

L'interpretazione dei sogni spazia dalla narrativa alla saggistica, investe il mito e la poesia e non conosce limiti o confini né di spazio né di tempo. La tesi più ricorrente ed accreditata è che il sogno è la materializzazione, seppur sfumata ed evanescente, della realtà: l'amore di una bella donna, una vincita consistente che rivoluziona l'esistenza, un viaggio in terre esotiche, la vita in una città che si considera il paradiso perduto e l'eden ritrovato. Sarà per questo che mi capita di sognare Amalfi. Negli ultimi tempi succede più di frequente, forse anche perchè mi giungono nella mia casa romana telefonate, tanto garbate quanto pressanti, di amici che mi sollecitano un impegno diretto nella città e per la città in vista delle prossime elezioni amministrative. L'attenzione mi lusinga, ma dubbi e perplessità mi frenano. E le motivazioni sono note, non fosse altro perchè ho avuto modo di esplicitarle pubblicamente, a più riprese, anche dalle colonne di questo giornale. Però, lo confesso, le sollecitazioni mi alimentano i sogni. E, così, sogno spesso di tornare a vivere nella città che segnò di passione/i la mia giovinezza.

Ho ben presenti i contorni nitidi del sogno:

1- Amalfi mi appariva una città operosa, luminosa di grazia e di bellezza con i cittadini orgogliosi del patrimonio storico, artistico, ambientale e concordi nel difenderlo in una con sindaco, assessori, consiglieri comunali, imprenditori, intellettuali, professionisti, curia arcivescovile e clero in tutte le sue articolazioni.

2 – Si lavorava intensamente e con motivata convinzione alla creazione di un ORGANISMO SOVRACOMUNALE nella consapevolezza di dover accorpare i PAESI/ISOLE dell'intera costa in un ARCIPELAGO, in un fecondo rapporto di interconnessione e dialogo per poter promuovere una PROGETTUALITA' D'INSIEME.

3 – Fervevano progetti e programmi per dilatare le attività economiche, a partire dal turismo, per spalmarle su tutto il territorio comunale, dal mare alle colline, coinvolgendo la partecipazione attiva delle frazioni nella consapevolezza di avere un enorme patrimonio inutilizzato da immettere con intelligenza sui mercati.

4 – L'Assessore al Turismo e alla Cultura, colto, preparato, efficiente selezionava proposte e progetti per attingere il meglio dallo scrigno dei tesori della città ed esporlo con naturale disinvoltura all'incanto/stupore dei turisti italiani e stranieri.

5 – Gli operatori avevano riscoperto il mecenatismo dei padri e gareggiavano in impegno e sinergia tra loro e con la città nella certezza che o insieme si cresce o insieme si perisce.

6 – Si progettava con consapevole e determinato entusiasmo una FONDAZIONE, che fosse laboratorio di idee di programmi per recuperare ed esaltare una IDENTITA' dal passato  a fecondazione di presente ed a proiezione di futuro.

7 – Si difendeva con rigore, senza colpevoli compiacenze, la vivibilità della propria città/mondo, in cui i turisti si muovevano a loro agio, entusiasti della gradevole scoperta, tra piazze, slarghi, strade e vicoli a fruire di monumenti nel nitore della loro BELLEZZA tra scialo di gerani in fiore dai terrazzi e dalle balconate.

8 – Il mare non era più una fiera vociante agli attracchi e Piazza Flavio Gioia non più un teatro/giostra di macchine a caccia di improbabile parcheggio e Piazza Duomo non ressa/avventura tra tavoli abusivi ad invasione di suolo pubblico. Si era, finalmente, ricomposta l'unità tra case e mare, che aveva ripreso, quest'ultimo, il suo ruolo di proiezione della città verso l'esterno a memoria di rotte antiche per il Mediterraneo.

9 – La toponomastica di piazze, strade, vicoli e monumenti esibiva artistiche "legende" con informazioni essenziali di prima mano a sollecitare e solleticare sorprese da scoperta.

10 – Gli "eventi", che si articolavano lungo l'arco dell'anno, nella logica virtuosa della DESTAGIONALIZZAZIONE, con un programma ricco e coinvolgente, non inseguivano mode posticce e senza cultura, ma penetravano nel cuore antico della città, facendolo pulsare di nuova ed attualissima vitalità ed illuminandone tutta la straordinaria BELLEZZA.

Sì, proprio così, Amalfi aveva riscoperto il tesoro inestimabile della sua BELLEZZA e lo esibiva con eleganza, gusto, garbo e naturale disinvoltura, come si addice ad una REGINA DEL TURISMO, che allontana da sè con fastidio ogni e qualsiasi volgarità.

 

Sogni, sogni, sogni fecondati dall’utopia di un poeta sognatore e per giunta morbosamente innamorato della sua città del cuore. Ma mi è bastato un pomeriggio di sole primaverile ad aprirmi gli occhi. E in una passeggiata a passi lenti in lungo e in largo per Piazza Flavio Gioia, in compagnia di Rino Mangieri, mi sono caricato  di indignazione. Ho avvertito fitte profonde al cuore per le ferite gratuite e volgari al corpo vivo della città, che fino a pochi anni fa incantava  il mondo intero per la sua bellezza ed ora restava indifferente  ed  insensibile  di fronte allo spettacolo di degrado indecoroso dei vasi desolatamente vuoti lungo la passeggiata a ridosso della ringhiera che si affaccia sulla  darsena con basolato  divelto e sgangherato, che reclama cura d’amore con profluvio multicolore di gerani. L’ingresso al supportico della Porta della Marina e l’esterno del bar Savoia, fronte mare presentavano enormi vasi quadrati di cemento con piante di limoni scheletriti e infagottati  in rete da pollai di campagna periferica dell’interno, che il passante incivile aveva utilizzato come deposito di cicche e pacchetti di sigarette vuoti. Mi è venuto da piangere. Dov’era finita la bellezza dell’Amalfi che mi accolse con elegante signorilità nei miei giovani anni? Quali amministratori incapaci ed irresponsabili  l’avevano  ridotta a quartiere di periferia di  paese dell’interno dopo le ore del mercato  settimanale? Da dove dovranno cominciare a ricostruire una immagine involgarita e irrimediabilmente compromessa gli amministratori che verranno? E chi saranno quelli  che si proporranno? Come saranno selezionati tra gruppi contrapposti e frantumati anche al loro interno? E la società civile assiste sgomenta, incredula, sfiduciata, ripiegata su se stessa e riflette e commenta gruppi che si frantumano e si ricompongono per poi frantumarsi di nuovo in un gioco perverso al  “cupio dissolvi”. Me ne torno smarrito, ferito, silenzioso, incapace di ipotizzare un benché minimo futuro. Per la prima volta mi vien meno anche l’ottimismo della volontà. E molti fanno ressa per  candidarsi al governo  della  città e tra  questi spiccano i nomi  di quegli stessi  che sono responsabili dello sfascio. E passano giorni e settimane tra inutili e defaticanti riunioni  tra accuse reciproche e veti  incrociati, senza un barlume di luce che  annunzi  la fuoriuscita dal tunnel. E se facessimo le primarie per gli opportuni accorpamenti di gruppi affini per selezionare una classe dirigente minimamente presentabile  e credibile che si faccia carico con coraggio di ricostruire con pazienza l’immagine della bellezza della città ferita a morte? Non vedo altre vie di uscita per salvare il salvabile. Per la prima volta mi vien voglia di  dichiarare la mia impotenza ed arrendermi. Ma una voce forte e possente mi dice che non posso e non debbo. E’ la forza dell’amore che mi spinge con prepotenza dall’interno e mi sollecita  a non desistere e a combattere con tutte le mie forze  perché  un sorriso magari un po’ forzato e spento che non  mi  è mai mancato neppure nei momenti più disperati e bui, può essere d’aiuto per me, per gli altri e, soprattutto per la città. Mai vissuta una situazione più disperata e disperante.  Per  questo lancio l’ultima sfida: FACCIAMO LE PRIMARIE. Le facciano gli aspiranti candidati del centrosinistra, come quelli del centrodestra per  pervenire alla formazione di due liste contrapposte che si batteranno con progettualità ed uomini diversi  per realizzarle. E’ la logica corretta e normale della democrazia dell’alternanza. Sarebbero una bella prova di maturità, una bella festa della democrazia, LE PRIMARIE! Ma temo che neppure questa proposta sarà accettata, perchè molti hanno paura del confronto e del dibattito. Staniamoli quelli  che hanno paura della democrazia. Escano allo scoperto e si mettano, così, in gioco o saranno fuori gioco da soli e per loro autonoma scelta. Io ritornerò a breve su questa proposta e la motiverò nei minimi particolari, confortato anche dal consenso che riscuotono questi temi, come dimostra il mio ultimo articolo “POLITICA, ANTIPOLITICA, APOLITICA, che nello spazio di 24 ore è stato letto da circa 800 cittadini interessati o, comunque incuriositi dal tema. Io ne sono rimasto lusingato positivamente anche perché  sul tema si è acceso un dibattito appassionato, innescato da quelli di UN’ALTRA AMALFI E’ POSSIBILE, che si stanno  rivelando  responsabili e propositivi.

Grazie amici. Aspettatevi un replay; e avanti così! E dimostrate voi per primi e senza tentennamenti di NON AVER PAURA DI AVER CORAGGIO. La città si salva, se salviamo la democrazia che si feconda e cresce con il confronto ed il dialogo. Dissequestriamo il  dibattito dalla occupazione mediatica di pochi addetti ai lavori, o che si considerano tali, e diamo voce alla maggioranza silenziosa. Io cerco disperatamente compagni di viaggio per questa battaglia di dignità, di libertà e di democrazia. Non lasciatemi solo. Non costringetemi a rinchiudermi  nel privato. IL PD, che è la forza politica di mio riferimento e CHE HA INVENTATO LE PRIMARIE ESCA ALLO SCOPERTO E DIA PROVA DI COERENZA. LE INDICA E LE FACCIA, aprendosi il più possibile alla società civile e non si limiti ad un solo nome con il rischio  concreto di perdere la battaglia.

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it