Il Papa domani a Scampia. Il parroco: «Una grande festa poi Scampia tornerà l’inferno di prima»

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Napoli. Più zeppole che devoti. Non per essere irriverenti, ma ieri a Scampia teneva banco la festa del papà e non tanto la festa del Papa. Due giorni qua possono essere un tempo interminabile e si può riempirlo come meglio si crede. Nella agorafobica piazza Giovanni Paolo II non c’è ancora un’impalcatura. Di cartelloni e manifesti in giro se ne vedono pochi. Molti microfoni e telecamere: tedesca, francese, colombiana. E, per una volta tanto, non rincorrevano Gomorra. Ci sono più segni, murales, scritte, striscioni,che ricordano il tifoso Ciro Esposito che segni per Papa Francesco. Stanno allestendo, promettono tutti, per stasera dovrebbe essere tutto pronto, perché a Scampia, come a Napoli, il tempo, quando si vuole, diventa elastico, dura fin quando e fin quanto serve. Mica c’è solo il miracolo di san Gennaro. C’è il miracolo di tutti i giorni, soprattutto in periferia. La chiamano creatività, quando sono buoni, e arte di arrangiarsi, quando vogliono essere perfidi. Oggi cresceranno palchi e impalcature, in una vigilia indaffaratissima. «Il Papa dovrebbe venire tutti i giorni» commenta Michele, bidello pensionato, con il solito pizzo a riso dei napoletani che sanno di star facendo una battuta amara. «Avete visto in giro? Guardate, guardate. Stanno potando i pioppi, hanno tolto la monnezza dalla strada, hanno riempito qualche buca, hanno persino spilato le saittelle, sturato le fogne. Ma solamente dove passa Francesco. Se venite al rione Monte Rosa, dove abito io, qua vicino, se volete vi accompagno, se venite a vedere, e tutto una zuzzimma». Un collega, ancora in servizio alla materna del 10? Circolo che affaccia proprio sullo slargo colonnato, fa da spalla a Michele: «Dovrebbero fare i turni. Una volta viene il Papa, un’altra il presidente della Repubblica, un’altra Renzi, un’altra il sindaco. Uno a settimana, vedrete come Scampia la rimettono a nuovo». E scatta l’iperbole: «Una pulizia così, da queste parti ci fu solo quando venne Kennedy a Napoli e passò per Secondigliano. Ve lo ricordate?». Non proprio. «Io sì, molto bene, anche se ero piccolo». Scampia è questa. Ha la faccia pulita e la voce logorroica, che diventa piccata quando spingete il piede sul pedale del degrado. Il palco lo sistemeranno proprio sulle scale, dove ora campeggia la grande scritta “Ciro vive”. Sullo sfondo, come una quinta infernale, incomberanno le Vele e le Torri. Rosse, azzurre, verdi e gialle. Sbiadite, eppure con i mille occhi sbarrati, vuoti o tompagnati. Da tempo non sono più le piazze privilegiate di spaccio della città. Prima ce n’era una per ogni edificio. «Erano quattro» ricorda Giovanni che non ci abita, ma sa. «Ora ce n’è appena mezza». E’ rimasta la leggenda. «E la spazzatura. Vedete là». E allarga il braccio mostrando nelle aiuole una tazza di cesso sfasciata, un cumulo di sfravecatura. «E là sotto, avete guardato?». Sotto sarebbe l’infinito scantinato schiacciato dai pianerottoli pensili che nascondono le nuvole di marzo. E’ una discarica ricca e abbondante. Eppure questa visita che coincide con l’inizio della primavera la caricano tutti di un forte valore simbolico. Persino la natura sembra annunciarlo, timidamente, con gli alberelli selvatici, ammacchiati nei fossati che fanno da spartitraffico, ai quali sono spuntati i primi fiori rosa. Non sono di pesco, ma fanno il loro effetto. Il Comitato Vele Scampia ha preparato uno striscione che attaccherà ai muri scrostati dei dinosauri di cemento. E in latino: «Advehe tecum populi Velorum pugnam in palatium Romae!». Pressappoco: «Porta la voce delle Vele nei palazzi di Roma!». Ai lati due disegni simili: un missile che precipita sulle Vele e le spacca in due. Lorenzo Liparulo del Comitato lo espone per ora fuori della sede, davanti alla quale spicca un murales con il faccione del fu Hugo Chavez, caudillo venezuelano. In mano Luparulo impugna uno dei Vangeli, realizzati dalla Municipalità. Sulla sovraccopertina spicca la figura di Bergoglio e in quarta si legge: «A Scampia per sempre la buona notizia». Altre scritte, storiche, decorano la piazza intitolata a Giovanni Paolo II: «Quando la felicità non la vedi, cercala dentro». Gli abitanti questa regola l’hanno imparata a forza di guardarsi attorno. Ma domani questo incitamento dal sapere taoista sarà affiancato da una frase che Wojtyla pronunciò, nel 1990, proprio qua: «Non arrenderti al male, mai». Francesco Minervino, parroco di Miano e decano di Scampia, è in piazza più che per dare un’occhiata ai lavori, per rispondere alle domande delle tv internazionali. E’ lui a insistere su una chiave di lettura della visita in linea perfetta con l’apostolato di Francesco: «Scampia è stata scelta come porta della città, perché tutta Napoli è periferia in questo mondo dove crescono le diseguaglianze. Così il Papa dà forza e significato alla sua idea di Chiesa povera. Ma c’è di più. Il Santo Padre incontrerà a Scampia il futuro di Napoli: qui vive il maggior numero di giovani della città, sono loro che popoleranno e costruiranno il futuro». Ma don Francesco una paura ce l’ha. «A sentire dichiarazioni e discors » spiega «sembra che a Napoli siano diventati tutti papalini. Tutti concordi, tutti a parlare di misericordia e carità». È un buon segno, no? «Certo, ma sono proprio curioso di vedere quanto saranno davvero concordi, misericordiosi e caritatevoli dopo che il Papa sarà ripartito». È un copione già visto e già letto. Tornerà la solita narrazione di Scampia sospesa tra inferno e commiserazione. Parole che qui da trent’anni arrivano come una cantilena irridente, come un graffio di gesso su una lavagna. Poco lontano c’è una macchina della polizia municipale. Dentro, due vigilesse. Tutto tranquillo. Qualcuno ferma l’auto accanto al marciapiede e si avvicina. È poco più che un ragazzo, felpa e taglio di capelli ispirato morbidamente ad Hamsik. Chiede informazioni: «Sabato devo andare a lavorare, abito a via Fratelli Cervi, come faccio a uscire e rientrare dal quartiere?». Le due donne gli elencano i varchi e gli orari. «Sarà un giorno speciale» – spiega il giovane – «ma io devo andare alla fatica, mica possono tenermi prigioniero». Niente vacanza per il Papa? «Mi piacerebbe essere qui, è un evento importante. Ma per me conta di più il lavoro. Avercelo di questi tempi è il vero miracolo». È sulla stessa linea della barista della Caffetteria Gioia che si trova dall’altra parte della strada: «Francesco è un Papa umile e persone come lui sono in grado di fare miracoli». Tipo? «Dare una prospettiva ai nostri ragazzi». Il quartetto di giovani che si sfida a biliardo, per un attimo si distrae da bocce e stecche e ascolta. Poco più in là ci sono le slot machine, mute e solitarie. Sulla parete i poster di Maradona e dietro il banco, davanti alle bottiglie degli alcolici, spiccano alcune foto di Totò. «Francesco è uno di noi» annuncia a voce alta uno dei giocatori, poi dà un colpo secco alla boccia e scatta un piccolo applauso. Non è chiaro se è per la frase o per il colpo che manda in buca la sfera. La barista è al suo secondo Papa. «Quando venne Giovanni Paolo II eravamo già aperti con il bar, da nove anni» racconta. «Il Papa allora lo vedemmo da lontano, ma lo vedemmo». Parla al plurale indicando la figlia Gioia alla quale è intitolato il locale. Ora che arriva un altro pontefice, toccherà ribattezzarla «Caffetteria dei Due Papi». Ci sarà tanta gente per Sua Santità e il bar è proprio sulla piazza. Sperate di fare buoni affari? «Sì». Aumenterete il rifornimento di cornetti? «Di sicuro». L’aria che si respira, soprattutto quando ci si allontana dall’epicentro delle Vele e della piazza dei grandi eventi, è sonnacchiosa. Gli ampi viali sono fatti per scorrere via veloce. In pochi si fermano a comprare alle rare bancarelle. Dal mercato del Monte Rosa arrivano, invece, donne con le borse piene, pesanti. Gruppetti di studenti filano via, ridendo e dandosi le solite spinte da adolescenti. È la Scampia di ogni giorno. «Aspettiamo il Papa, certo» ammette con un insistente cenno del capo Lucia, casalinga carica di buste. «A Scampia aspettiamo sempre, siamo professori dell’attesa. Potremmo fare lezioni al mondo intero. Ma nell’attesa proviamo a campare onestamente. Questo Papa lo sa già, non dobbiamo dirglielo noi. Se è venuto qua sarà per incitarci al coraggio. Ce n’è sempre bisogno. Soprattutto per questi ragazzi che studiano». E li indica mentre si sono allontanati chi a piedi e chi in scooter. «Trovategli un posto per applaudire il Papa, ma pure un posto per farsi una vita e una famiglia. Francesco da solo che può combinare? Può darci una parola di speranza e di conforto, da uomo buono. Ma è il governo che deve aiutarci». Come dice il proverbio, passò l’angelo e disse amen. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino) 

Napoli. Più zeppole che devoti. Non per essere irriverenti, ma ieri a Scampia teneva banco la festa del papà e non tanto la festa del Papa. Due giorni qua possono essere un tempo interminabile e si può riempirlo come meglio si crede. Nella agorafobica piazza Giovanni Paolo II non c’è ancora un’impalcatura. Di cartelloni e manifesti in giro se ne vedono pochi. Molti microfoni e telecamere: tedesca, francese, colombiana. E, per una volta tanto, non rincorrevano Gomorra. Ci sono più segni, murales, scritte, striscioni,che ricordano il tifoso Ciro Esposito che segni per Papa Francesco. Stanno allestendo, promettono tutti, per stasera dovrebbe essere tutto pronto, perché a Scampia, come a Napoli, il tempo, quando si vuole, diventa elastico, dura fin quando e fin quanto serve. Mica c’è solo il miracolo di san Gennaro. C’è il miracolo di tutti i giorni, soprattutto in periferia. La chiamano creatività, quando sono buoni, e arte di arrangiarsi, quando vogliono essere perfidi. Oggi cresceranno palchi e impalcature, in una vigilia indaffaratissima. «Il Papa dovrebbe venire tutti i giorni» commenta Michele, bidello pensionato, con il solito pizzo a riso dei napoletani che sanno di star facendo una battuta amara. «Avete visto in giro? Guardate, guardate. Stanno potando i pioppi, hanno tolto la monnezza dalla strada, hanno riempito qualche buca, hanno persino spilato le saittelle, sturato le fogne. Ma solamente dove passa Francesco. Se venite al rione Monte Rosa, dove abito io, qua vicino, se volete vi accompagno, se venite a vedere, e tutto una zuzzimma». Un collega, ancora in servizio alla materna del 10? Circolo che affaccia proprio sullo slargo colonnato, fa da spalla a Michele: «Dovrebbero fare i turni. Una volta viene il Papa, un’altra il presidente della Repubblica, un’altra Renzi, un’altra il sindaco. Uno a settimana, vedrete come Scampia la rimettono a nuovo». E scatta l’iperbole: «Una pulizia così, da queste parti ci fu solo quando venne Kennedy a Napoli e passò per Secondigliano. Ve lo ricordate?». Non proprio. «Io sì, molto bene, anche se ero piccolo». Scampia è questa. Ha la faccia pulita e la voce logorroica, che diventa piccata quando spingete il piede sul pedale del degrado. Il palco lo sistemeranno proprio sulle scale, dove ora campeggia la grande scritta “Ciro vive”. Sullo sfondo, come una quinta infernale, incomberanno le Vele e le Torri. Rosse, azzurre, verdi e gialle. Sbiadite, eppure con i mille occhi sbarrati, vuoti o tompagnati. Da tempo non sono più le piazze privilegiate di spaccio della città. Prima ce n’era una per ogni edificio. «Erano quattro» ricorda Giovanni che non ci abita, ma sa. «Ora ce n’è appena mezza». E’ rimasta la leggenda. «E la spazzatura. Vedete là». E allarga il braccio mostrando nelle aiuole una tazza di cesso sfasciata, un cumulo di sfravecatura. «E là sotto, avete guardato?». Sotto sarebbe l’infinito scantinato schiacciato dai pianerottoli pensili che nascondono le nuvole di marzo. E’ una discarica ricca e abbondante. Eppure questa visita che coincide con l’inizio della primavera la caricano tutti di un forte valore simbolico. Persino la natura sembra annunciarlo, timidamente, con gli alberelli selvatici, ammacchiati nei fossati che fanno da spartitraffico, ai quali sono spuntati i primi fiori rosa. Non sono di pesco, ma fanno il loro effetto. Il Comitato Vele Scampia ha preparato uno striscione che attaccherà ai muri scrostati dei dinosauri di cemento. E in latino: «Advehe tecum populi Velorum pugnam in palatium Romae!». Pressappoco: «Porta la voce delle Vele nei palazzi di Roma!». Ai lati due disegni simili: un missile che precipita sulle Vele e le spacca in due. Lorenzo Liparulo del Comitato lo espone per ora fuori della sede, davanti alla quale spicca un murales con il faccione del fu Hugo Chavez, caudillo venezuelano. In mano Luparulo impugna uno dei Vangeli, realizzati dalla Municipalità. Sulla sovraccopertina spicca la figura di Bergoglio e in quarta si legge: «A Scampia per sempre la buona notizia». Altre scritte, storiche, decorano la piazza intitolata a Giovanni Paolo II: «Quando la felicità non la vedi, cercala dentro». Gli abitanti questa regola l’hanno imparata a forza di guardarsi attorno. Ma domani questo incitamento dal sapere taoista sarà affiancato da una frase che Wojtyla pronunciò, nel 1990, proprio qua: «Non arrenderti al male, mai». Francesco Minervino, parroco di Miano e decano di Scampia, è in piazza più che per dare un’occhiata ai lavori, per rispondere alle domande delle tv internazionali. E’ lui a insistere su una chiave di lettura della visita in linea perfetta con l’apostolato di Francesco: «Scampia è stata scelta come porta della città, perché tutta Napoli è periferia in questo mondo dove crescono le diseguaglianze. Così il Papa dà forza e significato alla sua idea di Chiesa povera. Ma c’è di più. Il Santo Padre incontrerà a Scampia il futuro di Napoli: qui vive il maggior numero di giovani della città, sono loro che popoleranno e costruiranno il futuro». Ma don Francesco una paura ce l’ha. «A sentire dichiarazioni e discors » spiega «sembra che a Napoli siano diventati tutti papalini. Tutti concordi, tutti a parlare di misericordia e carità». È un buon segno, no? «Certo, ma sono proprio curioso di vedere quanto saranno davvero concordi, misericordiosi e caritatevoli dopo che il Papa sarà ripartito». È un copione già visto e già letto. Tornerà la solita narrazione di Scampia sospesa tra inferno e commiserazione. Parole che qui da trent’anni arrivano come una cantilena irridente, come un graffio di gesso su una lavagna. Poco lontano c’è una macchina della polizia municipale. Dentro, due vigilesse. Tutto tranquillo. Qualcuno ferma l’auto accanto al marciapiede e si avvicina. È poco più che un ragazzo, felpa e taglio di capelli ispirato morbidamente ad Hamsik. Chiede informazioni: «Sabato devo andare a lavorare, abito a via Fratelli Cervi, come faccio a uscire e rientrare dal quartiere?». Le due donne gli elencano i varchi e gli orari. «Sarà un giorno speciale» – spiega il giovane – «ma io devo andare alla fatica, mica possono tenermi prigioniero». Niente vacanza per il Papa? «Mi piacerebbe essere qui, è un evento importante. Ma per me conta di più il lavoro. Avercelo di questi tempi è il vero miracolo». È sulla stessa linea della barista della Caffetteria Gioia che si trova dall’altra parte della strada: «Francesco è un Papa umile e persone come lui sono in grado di fare miracoli». Tipo? «Dare una prospettiva ai nostri ragazzi». Il quartetto di giovani che si sfida a biliardo, per un attimo si distrae da bocce e stecche e ascolta. Poco più in là ci sono le slot machine, mute e solitarie. Sulla parete i poster di Maradona e dietro il banco, davanti alle bottiglie degli alcolici, spiccano alcune foto di Totò. «Francesco è uno di noi» annuncia a voce alta uno dei giocatori, poi dà un colpo secco alla boccia e scatta un piccolo applauso. Non è chiaro se è per la frase o per il colpo che manda in buca la sfera. La barista è al suo secondo Papa. «Quando venne Giovanni Paolo II eravamo già aperti con il bar, da nove anni» racconta. «Il Papa allora lo vedemmo da lontano, ma lo vedemmo». Parla al plurale indicando la figlia Gioia alla quale è intitolato il locale. Ora che arriva un altro pontefice, toccherà ribattezzarla «Caffetteria dei Due Papi». Ci sarà tanta gente per Sua Santità e il bar è proprio sulla piazza. Sperate di fare buoni affari? «Sì». Aumenterete il rifornimento di cornetti? «Di sicuro». L’aria che si respira, soprattutto quando ci si allontana dall’epicentro delle Vele e della piazza dei grandi eventi, è sonnacchiosa. Gli ampi viali sono fatti per scorrere via veloce. In pochi si fermano a comprare alle rare bancarelle. Dal mercato del Monte Rosa arrivano, invece, donne con le borse piene, pesanti. Gruppetti di studenti filano via, ridendo e dandosi le solite spinte da adolescenti. È la Scampia di ogni giorno. «Aspettiamo il Papa, certo» ammette con un insistente cenno del capo Lucia, casalinga carica di buste. «A Scampia aspettiamo sempre, siamo professori dell’attesa. Potremmo fare lezioni al mondo intero. Ma nell’attesa proviamo a campare onestamente. Questo Papa lo sa già, non dobbiamo dirglielo noi. Se è venuto qua sarà per incitarci al coraggio. Ce n’è sempre bisogno. Soprattutto per questi ragazzi che studiano». E li indica mentre si sono allontanati chi a piedi e chi in scooter. «Trovategli un posto per applaudire il Papa, ma pure un posto per farsi una vita e una famiglia. Francesco da solo che può combinare? Può darci una parola di speranza e di conforto, da uomo buono. Ma è il governo che deve aiutarci». Come dice il proverbio, passò l’angelo e disse amen. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)