Terra dei Fuochi. D’Alessio canta «Malaterra», il ricavato andrà alla bonifica

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Nell’auditorium Rai, ospite d’onore di «Made in Sud», Gigi D’Alessio duetta con se stesso, anzi con il suo sosia-parodista Francesco Cicchella, prima di incontrare l’amico Enzo Avitabile e di lasciarsi coinvolgere dal mucchio comico dei neocomici per la sigla finale in diretta su Raidue. È appena tornato da un breve tour in Canada, nelle due date alle cascate del Niagara ha testato dal vivo un brano inedito, «Malaterra», destinato a diventare il tema del docufilm sulla Terra dei fuochi promesso dopo il concerto di Capodanno in piazza del Plebiscito. «Nun può capi’ / si te veco ’e suffri’ / malaterra se a te fanno male / io me sento ’e muri’», ha cantato per vedere di nascosto l’effetto che facevano quelle parole lontani da casa, dove capiscono meglio che cosa significano quei fumi sotto il cielo di Giugliano e Acerra. «È scattata la standing ovation, con grande emozione sopra e sotto il palco», spiega il cantautore, «anche se i versi sono in divenire, l’arrangiamento pure». Il ricavato del brano, come dell’intero docufilm, finirà in un fondo della Regione Campania utilizzato per le emergenze della Terra dei fuochi, anzi della «Malaterra», dagli screening antitumorali alle bonifiche ambientali. D’Alessio, soprattutto dopo le polemiche di inizio anno, assicura di «non avere verità nelle tasche, ma domande da porre. Il filmato sarà una ricerca della verità, un tentativo di capire come stanno le cose, quanto sono inquinati terre e acque, che cosa possiamo mangiare, che cosa dobbiamo temere. Intervisterò i responsabili dell’Istituto zooprofilattico, il premier Renzi, il presidente emerito Napolitano se ci riuscirò, Don Patriciello se vorrà spiegarmi l’allarme che rilancia a fedeli e non. La Campania felix degli antichi romani è diventata terra di emergenze, di rifiuti, dei fuochi. Malaterra, appunto, ma come abbiamo (nessuno di noi è assolto) rovinato un paradiso trasformandolo in un inferno, così possiamo provare a mettere la retromarcia e salvare almeno il salvabile». (Federico Vacalebre – Il Mattino)

Nell’auditorium Rai, ospite d’onore di «Made in Sud», Gigi D’Alessio duetta con se stesso, anzi con il suo sosia-parodista Francesco Cicchella, prima di incontrare l’amico Enzo Avitabile e di lasciarsi coinvolgere dal mucchio comico dei neocomici per la sigla finale in diretta su Raidue. È appena tornato da un breve tour in Canada, nelle due date alle cascate del Niagara ha testato dal vivo un brano inedito, «Malaterra», destinato a diventare il tema del docufilm sulla Terra dei fuochi promesso dopo il concerto di Capodanno in piazza del Plebiscito. «Nun può capi’ / si te veco ’e suffri’ / malaterra se a te fanno male / io me sento ’e muri’», ha cantato per vedere di nascosto l’effetto che facevano quelle parole lontani da casa, dove capiscono meglio che cosa significano quei fumi sotto il cielo di Giugliano e Acerra. «È scattata la standing ovation, con grande emozione sopra e sotto il palco», spiega il cantautore, «anche se i versi sono in divenire, l’arrangiamento pure». Il ricavato del brano, come dell’intero docufilm, finirà in un fondo della Regione Campania utilizzato per le emergenze della Terra dei fuochi, anzi della «Malaterra», dagli screening antitumorali alle bonifiche ambientali. D’Alessio, soprattutto dopo le polemiche di inizio anno, assicura di «non avere verità nelle tasche, ma domande da porre. Il filmato sarà una ricerca della verità, un tentativo di capire come stanno le cose, quanto sono inquinati terre e acque, che cosa possiamo mangiare, che cosa dobbiamo temere. Intervisterò i responsabili dell’Istituto zooprofilattico, il premier Renzi, il presidente emerito Napolitano se ci riuscirò, Don Patriciello se vorrà spiegarmi l’allarme che rilancia a fedeli e non. La Campania felix degli antichi romani è diventata terra di emergenze, di rifiuti, dei fuochi. Malaterra, appunto, ma come abbiamo (nessuno di noi è assolto) rovinato un paradiso trasformandolo in un inferno, così possiamo provare a mettere la retromarcia e salvare almeno il salvabile». (Federico Vacalebre – Il Mattino)