Catanzaro. Si uccide l’ex giudice Giusti. Il magistrato era agli arresti domiciliari per favori alla ’ndrangheta

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Non ha retto al peso di una condanna a 3 anni e 10 mesi di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa divenuta definitiva appena un paio di settimane fa e alla quale, presto, rischiava di sommarsene un’altra per corruzione in atti giudiziari. Tra i reati più gravi e più odiosi che possano essere contestati a un magistrato. Giancarlo Giusti, 48 anni, ex gip a Palmi, ha deciso di farla finita e si è impiccato nella sua villa di Montepaone, nel catanzarese, dove gli erano stati concessi i domiciliari. Era rimasto solo Giancarlo Giusti. Nessuno lo ha cercato per diverso tempo se è vero che la morte risalirebbe a qualche giorno fa. La moglie lo aveva lasciato. Perché i favori e la sua vicinanza agli esponenti della cosca di ‘ndrangheta Lampada sarebbero stati ripagati con soggiorni in hotel di lusso e, anche, prestazioni sessuali di donne straniere. Quanto basta per mandare a rotoli una carriera e una vita matrimoniale. L’ordinanza del gip di Milano Giuseppe Gennari che, su mandato del pm Ilda Boccassini, lo aveva portato in carcere, aveva disvelato la doppia personalità di Giusti. Aveva una «ossessione» non solo per il sesso – tanto da catalogare in un diario elettronico i suoi incontri – ma più in generale «per i divertimenti, gli affari e le conoscenze utili». La prima condanna. Dopo l’arresto fu sospeso dalla sue funzioni dal Csm. Da quella prima indagine emersero, in particolare, i rapporti di Giusti con Giulio Lampada, capo dell’omonima cosca attiva in Lombardia. Fu proprio durante un colloquio telefonico intercettato con Lampada che il magistrato pronunciò una frase che aprì uno squarcio significativo sulla sua complessa personalità. «Tu non hai capito – disse Giusti rivolto a Lampada – chi sono io… sono una tomba, peggio di… ma io dovevo fare il mafioso, non il giudice». Ecco, il suo essersi messo a disposizione, anche agevolando nelle procedure giudiziarie la nomina di professionisti segnalati dalla ‘ndrangheta, sarebbe stato ricompensato assecondando una smania di «divertimento» che sfiorava il patologico. All’indomani della sentenza di condanna di primo grado Giusti tentò il suicidio in cella, ad Opera, ma fu salvato dagli agenti di polizia penitenziaria. Il secondo arresto. Nel febbraio del 2014 una nuova ordinanza di custodia cautelare, su richiesta della Dda di Catanzaro, stavolta per corruzione in atti giudiziari: Giusti avrebbe ricevuto 120mila euro per favorire, nella qualità di giudice del Tribunale del riesame di Reggio Calabria, la scarcerazione di tre elementi di spicco della cosca Bellocco. I domiciliari gli erano stati concessi in considerazione delle sue condizioni psicologiche, incompatibili con il carcere. Fino all’ultimo Giusti ha rivendicato la buona fede. In un’intervista televisiva, prima del verdetto della Suprema Corte, aveva affermato: «Sono stato leggero. Mi pento di aver infangato la toga, ma non sono un corrotto. Ho sbagliato ad accettare che mi pagasse donne e cena ma a Lampada non ho concesso nulla in cambio, tantomeno sentenze aggiustate». La prospettiva di una seconda condanna lo ha portato ad arrendersi togliendosi la vita. (Silvia Barocci – Il Mattino)

Non ha retto al peso di una condanna a 3 anni e 10 mesi di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa divenuta definitiva appena un paio di settimane fa e alla quale, presto, rischiava di sommarsene un'altra per corruzione in atti giudiziari. Tra i reati più gravi e più odiosi che possano essere contestati a un magistrato. Giancarlo Giusti, 48 anni, ex gip a Palmi, ha deciso di farla finita e si è impiccato nella sua villa di Montepaone, nel catanzarese, dove gli erano stati concessi i domiciliari. Era rimasto solo Giancarlo Giusti. Nessuno lo ha cercato per diverso tempo se è vero che la morte risalirebbe a qualche giorno fa. La moglie lo aveva lasciato. Perché i favori e la sua vicinanza agli esponenti della cosca di 'ndrangheta Lampada sarebbero stati ripagati con soggiorni in hotel di lusso e, anche, prestazioni sessuali di donne straniere. Quanto basta per mandare a rotoli una carriera e una vita matrimoniale. L'ordinanza del gip di Milano Giuseppe Gennari che, su mandato del pm Ilda Boccassini, lo aveva portato in carcere, aveva disvelato la doppia personalità di Giusti. Aveva una «ossessione» non solo per il sesso – tanto da catalogare in un diario elettronico i suoi incontri – ma più in generale «per i divertimenti, gli affari e le conoscenze utili». La prima condanna. Dopo l'arresto fu sospeso dalla sue funzioni dal Csm. Da quella prima indagine emersero, in particolare, i rapporti di Giusti con Giulio Lampada, capo dell'omonima cosca attiva in Lombardia. Fu proprio durante un colloquio telefonico intercettato con Lampada che il magistrato pronunciò una frase che aprì uno squarcio significativo sulla sua complessa personalità. «Tu non hai capito – disse Giusti rivolto a Lampada – chi sono io… sono una tomba, peggio di… ma io dovevo fare il mafioso, non il giudice». Ecco, il suo essersi messo a disposizione, anche agevolando nelle procedure giudiziarie la nomina di professionisti segnalati dalla 'ndrangheta, sarebbe stato ricompensato assecondando una smania di «divertimento» che sfiorava il patologico. All'indomani della sentenza di condanna di primo grado Giusti tentò il suicidio in cella, ad Opera, ma fu salvato dagli agenti di polizia penitenziaria. Il secondo arresto. Nel febbraio del 2014 una nuova ordinanza di custodia cautelare, su richiesta della Dda di Catanzaro, stavolta per corruzione in atti giudiziari: Giusti avrebbe ricevuto 120mila euro per favorire, nella qualità di giudice del Tribunale del riesame di Reggio Calabria, la scarcerazione di tre elementi di spicco della cosca Bellocco. I domiciliari gli erano stati concessi in considerazione delle sue condizioni psicologiche, incompatibili con il carcere. Fino all'ultimo Giusti ha rivendicato la buona fede. In un'intervista televisiva, prima del verdetto della Suprema Corte, aveva affermato: «Sono stato leggero. Mi pento di aver infangato la toga, ma non sono un corrotto. Ho sbagliato ad accettare che mi pagasse donne e cena ma a Lampada non ho concesso nulla in cambio, tantomeno sentenze aggiustate». La prospettiva di una seconda condanna lo ha portato ad arrendersi togliendosi la vita. (Silvia Barocci – Il Mattino)