De Masi , il PD con De Luca dimostri compattezza per non regalare la Campania alla destra

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“Quando arrivi a un bivio, imboccalo” diceva Yogi Berra, grande aforista americano. Ed è questa la situazione precisa in cui si trova il Pd in Campania, proprio nel momento in cui ha tutti i numeri per sostituire la destra alla guida di una regione che perfino il triunvirato di Jalta, composto da Stalin, Roosevelt e Churchill, avrebbe paura di governare. Basti pensare che il reddito medio pro capite in Lombardia è di 23 mila euro mentre in Campania è di 16 mila.

Nella graduatoria delle province italiane pubblicata annualmente dal “Sole 24 Ore” in base alla qualità della vita, rispetto a dieci anni fa Salerno è migliorata di una posizione ma Caserta è peggiorata di 12 posizioni e Napoli di 16. Ogni discorso sulla nostra regione deve partire da questi dati di fatto, se vuole invertirne la tendenza. La Campania si ritrova in questa posizione sconcertante non perché le mancano le risorse ma perché non riesce a valorizzarle. Consuma più di quanto produce e non riesce a trasformare in ricchezza il clima mite, i tesori naturali e artistici, soprattutto i sei milioni di cervelli dei suoi abitanti.

L’ottobre scorso un manifesto sottoscritto da intellettuali, imprenditori e professionisti campani elencava i difetti di noi meridionali andando dall’infantilismo al trasformismo, dall’individualismo alla rassegnazione e soprattutto alla scarsa capacità organizzativa. Per organizzare bene un territorio complesso come la Campania occorrono grande fantasia e grande concretezza. Noi non siamo più fantasiosi e non siamo ancora concreti per cui le nostre idee non si trasformano mai in progetti realizzati. Consapevoli di tutto questo, ne ricaviamo un senso di scoraggiamento che ci impedisce di progettare il nostro futuro. Ma tutti sentiamo il bisogno di invertire questa tendenza.

Come ho già lamentato qualche anno fa, il nostro sistema-regione, con il suo pullulare di province, enti, comunità montane, parchi, soprintendenze, conferenze dei servizi e patti territoriali, spreca ingenti risorse. Un immenso pantano di burocrati e di faccendieri insonni è perennemente mobilitato nel tentativo di bloccare pratiche, ostacolare carriere, impedire spese, dilazionare finanziamenti, rinviare provvedimenti, mentre giovani di qualità, che hanno speso nella formazione professionale i loro anni migliori, vengono costretti all’emigrazione. Siamo più bravi a ostacolare che a costruire.

Ma è ora di invertire la tendenza.

In questo quadro desolante, l’esito delle recenti primarie del Pd mi è parso come un segno di speranza per almeno quattro buone ragioni. La prima consiste nella vasta partecipazione degli elettori. 157 mila votanti, cioè il quadruplo degli iscritti al Pd in Campania, rappresentano la sconfitta dell’antipolitica, guidata, questa volta, da un eccentrico Roberto Saviano. Ma stanno pure a ribadire che il metodo democratico delle primarie rappresenta l’elemento positivo, distintivo e imbattibile di questo partito. E che il popolo campano di sinistra vuole riappropriarsi dei suoi diritti politici esercitandoli in prima persona e scegliendo i suoi amministratori senza farseli imporre dalle segreterie dei partiti.

La seconda ragione sta nella regolarità delle operazioni di voto. A differenza di quanto avvenne a Napoli nelle precedenti primarie e di quanto è avvenuto recentemente alle primarie di Genova, in Campania tutto si è svolto correttamente, sconfiggendo non solo gli apparati e i portatori di tessere, ma anche gli stereotipi secondo cui tutto ciò che avviene dalle nostre parti non può essere che frutto di brogli.

La terza ragione sta nel garbato riconoscimento della vittoria di De Luca da parte del suo antagonista Cozzolino. Si tratta di due esperti campioni della dialettica elettorale e ne hanno offerto una prova esemplare.

La quarta ragione sta appunto nella vittoria di Vincenzo De Luca nonostante la sua condanna in primo grado per abuso d’ufficio. Questo risultato, a mio avviso, significa che finalmente gli elettori della sinistra campana scelgono il loro candidato soltanto in base a competenze dimostrate. De Luca ha dimostrato concretamente come si può governare una città puntando sulla competenza, sull’ordine, sulla convivialità e sull’estetica. Fra cento anni, Salerno sarà l’unica città italiana ricordata per la densità di interventi urbanistici e architettonici di altissimo livello, pari a quelli universalmente famosi di Barcellona o di Valencia.

In secondo luogo l’elezione di De Luca, nonostante la sua condanna in primo grado, sta a significare che gli elettori di sinistra sono ormai convinti che in Campania, per essere efficiente, un sindaco deve prendere decisioni border line, anche a costo di incappare nella tagliola dei magistrati. La nostra giustizia, infatti, punisce l’attivismo molto più dell’inerzia mentre l’opinione pubblica critica l’inerzia ma chiama “sceriffo” chi decide. Tutti a Salerno sanno che De Luca ha lavorato con intelligenza e onestà, 24 ore su 24, per migliorare la sua città. E che ci è riuscito. Chi lo ha votato alle primarie confida nel fatto che egli faccia altrettanto anche quando sarà al governo della Regione.

Ora le carte del gioco sono in mano alla sinistra locale e alla sinistra nazionale, entrambe capeggiate da un leader “sceriffo”. Sta a loro dimostrare realismo, compattezza e concretezza o regalare la Campania a una destra che ha ampiamente dimostrato di non saperla governare. Quando arrivi a un bivio, imboccalo! di Domenico De Masi , sociologo ex prensidente della Fondazione Ravello in Costiera amalfitana (La Repubblica dell’8 marzo 2015)

"Quando arrivi a un bivio, imboccalo" diceva Yogi Berra, grande aforista americano. Ed è questa la situazione precisa in cui si trova il Pd in Campania, proprio nel momento in cui ha tutti i numeri per sostituire la destra alla guida di una regione che perfino il triunvirato di Jalta, composto da Stalin, Roosevelt e Churchill, avrebbe paura di governare. Basti pensare che il reddito medio pro capite in Lombardia è di 23 mila euro mentre in Campania è di 16 mila.

Nella graduatoria delle province italiane pubblicata annualmente dal "Sole 24 Ore" in base alla qualità della vita, rispetto a dieci anni fa Salerno è migliorata di una posizione ma Caserta è peggiorata di 12 posizioni e Napoli di 16. Ogni discorso sulla nostra regione deve partire da questi dati di fatto, se vuole invertirne la tendenza. La Campania si ritrova in questa posizione sconcertante non perché le mancano le risorse ma perché non riesce a valorizzarle. Consuma più di quanto produce e non riesce a trasformare in ricchezza il clima mite, i tesori naturali e artistici, soprattutto i sei milioni di cervelli dei suoi abitanti.

L'ottobre scorso un manifesto sottoscritto da intellettuali, imprenditori e professionisti campani elencava i difetti di noi meridionali andando dall'infantilismo al trasformismo, dall'individualismo alla rassegnazione e soprattutto alla scarsa capacità organizzativa. Per organizzare bene un territorio complesso come la Campania occorrono grande fantasia e grande concretezza. Noi non siamo più fantasiosi e non siamo ancora concreti per cui le nostre idee non si trasformano mai in progetti realizzati. Consapevoli di tutto questo, ne ricaviamo un senso di scoraggiamento che ci impedisce di progettare il nostro futuro. Ma tutti sentiamo il bisogno di invertire questa tendenza.

Come ho già lamentato qualche anno fa, il nostro sistema-regione, con il suo pullulare di province, enti, comunità montane, parchi, soprintendenze, conferenze dei servizi e patti territoriali, spreca ingenti risorse. Un immenso pantano di burocrati e di faccendieri insonni è perennemente mobilitato nel tentativo di bloccare pratiche, ostacolare carriere, impedire spese, dilazionare finanziamenti, rinviare provvedimenti, mentre giovani di qualità, che hanno speso nella formazione professionale i loro anni migliori, vengono costretti all'emigrazione. Siamo più bravi a ostacolare che a costruire.

Ma è ora di invertire la tendenza.

In questo quadro desolante, l'esito delle recenti primarie del Pd mi è parso come un segno di speranza per almeno quattro buone ragioni. La prima consiste nella vasta partecipazione degli elettori. 157 mila votanti, cioè il quadruplo degli iscritti al Pd in Campania, rappresentano la sconfitta dell'antipolitica, guidata, questa volta, da un eccentrico Roberto Saviano. Ma stanno pure a ribadire che il metodo democratico delle primarie rappresenta l'elemento positivo, distintivo e imbattibile di questo partito. E che il popolo campano di sinistra vuole riappropriarsi dei suoi diritti politici esercitandoli in prima persona e scegliendo i suoi amministratori senza farseli imporre dalle segreterie dei partiti.

La seconda ragione sta nella regolarità delle operazioni di voto. A differenza di quanto avvenne a Napoli nelle precedenti primarie e di quanto è avvenuto recentemente alle primarie di Genova, in Campania tutto si è svolto correttamente, sconfiggendo non solo gli apparati e i portatori di tessere, ma anche gli stereotipi secondo cui tutto ciò che avviene dalle nostre parti non può essere che frutto di brogli.

La terza ragione sta nel garbato riconoscimento della vittoria di De Luca da parte del suo antagonista Cozzolino. Si tratta di due esperti campioni della dialettica elettorale e ne hanno offerto una prova esemplare.

La quarta ragione sta appunto nella vittoria di Vincenzo De Luca nonostante la sua condanna in primo grado per abuso d'ufficio. Questo risultato, a mio avviso, significa che finalmente gli elettori della sinistra campana scelgono il loro candidato soltanto in base a competenze dimostrate. De Luca ha dimostrato concretamente come si può governare una città puntando sulla competenza, sull'ordine, sulla convivialità e sull'estetica. Fra cento anni, Salerno sarà l'unica città italiana ricordata per la densità di interventi urbanistici e architettonici di altissimo livello, pari a quelli universalmente famosi di Barcellona o di Valencia.

In secondo luogo l'elezione di De Luca, nonostante la sua condanna in primo grado, sta a significare che gli elettori di sinistra sono ormai convinti che in Campania, per essere efficiente, un sindaco deve prendere decisioni border line, anche a costo di incappare nella tagliola dei magistrati. La nostra giustizia, infatti, punisce l'attivismo molto più dell'inerzia mentre l'opinione pubblica critica l'inerzia ma chiama "sceriffo" chi decide. Tutti a Salerno sanno che De Luca ha lavorato con intelligenza e onestà, 24 ore su 24, per migliorare la sua città. E che ci è riuscito. Chi lo ha votato alle primarie confida nel fatto che egli faccia altrettanto anche quando sarà al governo della Regione.

Ora le carte del gioco sono in mano alla sinistra locale e alla sinistra nazionale, entrambe capeggiate da un leader "sceriffo". Sta a loro dimostrare realismo, compattezza e concretezza o regalare la Campania a una destra che ha ampiamente dimostrato di non saperla governare. Quando arrivi a un bivio, imboccalo! di Domenico De Masi , sociologo ex prensidente della Fondazione Ravello in Costiera amalfitana (La Repubblica dell'8 marzo 2015)

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