Napoli. Nuovo Teatro Sancarluccio. Girls.

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Articolo di Maurizio Vitiello – GIRLS a Napoli.

La rassegna GIRLS vedrà in scena spettacoli incentrati in gran parte sulle biografie di donne celebri, appartenenti all’imaginario femminili, da Artemisia Gentileschi, a Gabriella Ferri, da Edith Piaf a Simone de Beauvoir, passando per il mito di Penelope o la profumiera Mona di Iorio, fino alla Janara (la strega napoletana), a cui si aggiungono le storie di donne comuni o le poetiche associazioni tra donne ed elementi naturali. Su tutte la divertente ipotesi di Siusy Blady sull’essenza femminile di Dio. Fra le tante artiste che calcheranno il palco del Nuovo Teatro Sancarluccio, oltrer alla protagonista di Turisti per caso, Antonella Morea, Gigliola de Feo, Daniela Fiorentino, Antonella Ippolito, Titti Nuzzolese e Melania Esposito. Si comincia il 10 marzo 2015, per terminare mercoledì 1° aprile, per un costo di 14 euro per il biglietto singolo (ad eccezione dello spettacolo di Antonela Morea sulla Ferri e quello di Syusy Blady che costeranno 18 euro) con speciali offerte abbonamento, a 5 spettacoli (a 60 euro) o 10 (100 euro.)

Da non perdere.

Maurizio Vitiello

Programma:

61RL5
quando le donne fanno numero

Una fantasiosa ipotesi di un Dio donna, due cantanti di successo dalle vite tortuose e drammatiche,  donne oggetto di superstizione e di caccia alle streghe, una scrittrice e pensatrice che ha conosciuto dolore e passione, una fantasiosa e misteriosa profumiera, una regina diventata simbolo di moglie fedele di un marito egocentrico e donnaiolo, una pittrice  anticonformista che fu la prima a denunciare uno stupro,  e tante altre donne, disegnate nelle loro diversità simili ai quattro elementi. Queste le protagoniste dei dieci spettacoli che compongono la galleria di ritratti che costituisce la nostra rassegna teatrale: 61RL5, un titolo alfanumerico che nasconde il termine inglese che vuol dire “ragazze”, perché si tratta di donne che non hanno età, quelle che vengono raccontate nei nostri spettacoli (o dovremmo dire numeri?), virtualmente insieme, come un variopinto bouquet di fiori, resistenti come l’acciaio, delicate come cristalli, forti come donne.
Gianmarco Cesario

10-11 marzo
Elios Registrazioni Audiovisive, Roberta Frascati, Manisha Arya
SPORTE ‘E NUMMERE
E CAURARE ‘E STELLE
con
Roberta Frascati, Eliana Manvati
Regia
Angelo Serio
Disegno luci Nino Perrella      Scene e costumi Tiziana Cannavacciuolo      Aiuto regia Angelo Sorrentino
SINOSSI
C’è davvero un disegno dietro la nostra esistenza? Un filo invisibile che ci muove come marionette? O siamo noi a decidere dove andare e quale strada percorrere? Sappiamo già tutto quello che c’è da sapere o manca il tassello più importante? E la socratica affermazione si fa domanda che impone una risposta: “Conosci te stesso?”. Due donne si interrogano a riguardo, cercando di penetrare nel profondo delle loro anime, andando oltre la ratio e indagando, come speleologi muniti di picconi e lanterne, le caverne della conoscenza, esplorando antichi misteri, tra vortici di numeri che si fanno specchio dell’anima e karmiche divinazioni, cercando di restare sempre come l’acqua, scrosciando tra profondi interrogativi e zampillando con leggerezza tra lucenti e graziosi pensieri.
NOTE DI REGIA
Ricercando, l’uomo si apre. Cercare significa mettere in discussione quello che si da  per scontato. E la ricerca può anche essere più importante della scoperta stessa. Ma scoprire cosa? C’è qualcosa da scoprire? L’obiettivo ultimo di ogni ricerca è sempre lo stesso: dare un senso alla vita. I Numeri, la Musica, la Geometria e la Cosmologia costituiscono le quattro grandi Arti Liberali del mondo antico. Si tratta di semplici linguaggi universali, importanti oggi quanto in passato e ancora riscontrabili in tutte le scienze e le culture conosciute, che li accettano all’unanimità. Da sempre l’uomo le utilizza per indagare la realtà, intesa non solo come ciò che è esterno, ma anche, e soprattutto, ciò che sta dentro. Con l’avvento della scienza moderna, a partire dal XVII secolo, il fuoco si sposta, generando un progressivo aumento dell’interesse per la conoscenza del mondo materiale, risultato  in seguito rovinoso per la consapevolezza del mondo spirituale. Carlo Rubbia, Nobel per la fisica nel 1994, ha dimostrato che solo la miliardesima parte dell’universo che noi conosciamo è fatta di materia visibile; il resto è energia. Brevemente si può affermare che se si osserva solo la materia, come ha fatto per secoli la chimica, si può capire solo un miliardesimo della sua realtà. Di fatto siamo pienamente in epoca primordiale.
Perche questa affermazione? La scienza, nonostante i successi in campo tecnico, ha reso le persone più felici?
Lo sviluppo della coscienza umana è pari a quello tecnologico? La  scienza ci aiuta nella comprensione più intima e profonda del nostro essere? Nessuna di queste domande può ricevere una risposta incoraggiante.
Alla base di tutta la vita c’è il ritmo. Distrutto questo si distrugge la vita stessa, cosi come la conosciamo.  Esso consiste di due poli, positivo e negativo, necessari l’uno all’esistenza dell’altro; come nella respirazione, dove le due fasi dell’inspirazione e dell’espirazione coesistono necessariamente, seppure in alternanza, dando luogo quindi  non ad un  “o-o”, ma ad un “e-e”; chi non inspira non può poi non espirare, e viceversa. Non è “essere o non essere”, ma “essere e non essere”. E di conseguenza non è “destino o libero arbitrio”, ma “destino e libero arbitrio”.
Anche la scienza con lo studio della luce (e della sua duplice natura di onda e particella) si è trovata di fronte a questo  fatto apparentemente  contraddittorio e non univoco.
Ma la dualità, l’alternanza, è la base stessa della vita.
Nella messa in scena ho semplicemente cercato di seguire questa duplice natura delle cose, sia per ciò che concerne le scene e i costumi, sia per quanto riguarda la musica e le luci. La necessità dell’alternanza continua delle forme, in un continuo pieno e vuoto, fisico e mentale, è dettato dall’esigenza di tenere sempre presenti le basi dell’esistenza stessa, in quella fondamentale presenza ritmica che consente l’Essere … e il Non – Essere.
Angelo Serio

12-13 marzo
SYUSY BLADY
MISTERI PER CASO
ma Dio è nato Donna ?
conferenza/spettacolo di Syusy Blady
con scenografia virtuale ed interazione multimediale
Regia Maurizia Giusti
Tecnica Luigi Sermann

Dio è un uomo con la barba? Atlantide è esistita davvero? Cristoforo Colombo ha veramente scoperto l’America? I Sumeri hanno avuto a che fare con gli alieni?
Tra miti, curiosità archeologiche e simboli segreti, in compagnia di Syusy, una turista nonper- caso che da vent’anni va a caccia di misteri che, se svelati, potrebbero cambiare la storia come crediamo di conoscerla.
Primo fra tutti i misteri, il più grande insabbiamento della storia ufficiale: il fatto accertato che Dio, all’inizio, era una Dea, la Dea Madre, la Dea dai mille nomi e dai mille volti.
Tornando indietro nella storia dell’uomo e viaggiando dall’Asia al Medio Oriente, dal Sud America fino ad arrivare a casa nostra, scopriremo che Dio è donna!
Cosa cambia questo? Cambia il modo in cui penseremo al nostro futuro: “la logica del fallo”, fatta di prevaricazione sulla natura cederà il posto alla “logica del seno”, previdente, e pacifica. Esattamente quello che serve al nostro mondo in crisi…”. Parola di Syusy.

Syusy, da viaggiatrice e da Indiana Jones in gonnella finalmente corregge i sussidiari, e mette in dubbio convinzioni che troppo spesso diamo per scontate e che ci impediscono di vedere la verità.

Riassumendo:
Syusy, immersa in un mappamondo virtuale, accompagnata da momenti di musica e ballo dal vivo, ci racconta 20 anni di viaggi dialogando amabilmente con Dee Madri, saggi del passato ed extraterrestri.

14-15 marzo
Associazione culturale IL TORCHIO
ANTONELLA MOREA
…IO LA CANTO COSI’ !
omaggio a Gabriella Ferri.
di Fabio Cocifoglia e Antonella Morea
con documenti tratti dal libro “Gabriella Ferri – SEMPRE “ della Iacobelli Edizioni curato da Pino Strabioli e Seva Borzak

regia Fabio Cocifoglia
chitarra  Edo Puccini       fisarmonica/violino  Vittorio Cataldi
costumi Canzanella CTN    oggetti di scena Antonio Cece e Carla Merone   foto di scena Gaetano Pappalardo
Nel suo romanzo “Opinioni di un clown” Heinrich Boll  dice “…sono un clown e faccio collezione di attimi.”  Questa frase si accende tutte le volte che penso a Gabriella Ferri,  artista inimitabile e quasi impossibile da raccontare.  Se chiedi agli amici di Gabriella Ferri, a chi l’ha conosciuta e a chi  ha lavorato con lei un aggettivo per raccontarla ti rispondono:  “Uno solo? S’incazzerebbe!”
Dicono di lei: Era un pagliaccio straordinario, un pagliaccio di razza…Veramente l’amica ideale, ti dava tutto… Dove cantava, ecco, lì era il centro del mondo… La disperazione degli autori… Un po’ un pazzariello… Uno sguardo dolce e disperato  che non si può sfuggire… Era la maschera con cui lei nascondeva tutto, tutto quel macello … Molto sensibile, molto ansiosa… Molto severa con se stessa… Impegnativa…  Ogni sua  frase era un urlo lanciato al mondo… Donna bellissima che non aveva paura di imbruttirsi… Eccentrica… Feroce… Bizzosa… Terribile… Anticonformista… Libera… Rivoluzionaria…  Troppo in tutto… Una grande madre, una grande moglie, una grande amante…  Verace…  Testaccina… Romanesca…  Come un San Pietrino… Rauca…  Perturbante, conturbante, turbante…  Senza pelle… Straordinaria… Forse solo nelle sue canzoni riusciamo a cogliere quegli attimi vissuti e collezionati dal suo animo di grande artista.
Fabio Cocifoglia
“…ci metterò un fiore!”
Un giorno passeggiavo per le strade di Roma, entro in un negozio e vedo lei, Gabriella Ferri, il mio mito da ragazzina. Piena di bracciali, collane, anelli, tutta colorata…come sempre. Ma quasi non la riconoscevo. Sembrava non riuscisse nemmeno a parlare. Com’è possibile? Stavo quasi per andarle incontro, come ad una persona di famiglia, come ad una sorella più grande che non vedi da tanto tempo. E mentre sto per andare mi vedo riflessa in uno specchio del negozio. Ora siamo in tre. La mente è volata a quando mi vestivo tale e quale a lei, capelli rigorosamente biondi con la frangia, trucco da trincea, sacchi di trucco, il rimmel sugli occhi due linee di filo spinato, il fondotinta un campo minato. “E voglio vedere quando mi espugnano, sono come Gabriella Ferri, io!” Così dicevo. E così mi chiamavano per gioco gli amici “la Gabriella Ferri napoletana”. Erano per me quelli anni duri, di trasformazione,  di battaglia. E lì mi sono resa conto che per Gabriella Ferri la battaglia non era ancora finita. Manteneva la posizione eroicamente. Confusa, forse, ma sempre in piedi. Più tardi a casa mi sono interrogata sul perché di tanto malessere, di tanta confusione. Ho trovato solo una “non risposta” efficace nelle parole del figlio di Gabriella Ferri, Seva, che chiudeva un intervista con una frase della mamma presa dal suo diario intimo: “Ho nella testa confusione? … ci metterò un fiore!”     Un’altra “non risposta” efficace l’ho trovata solo nelle sue canzoni che voglio cantare perché siano  il mio fiore per Gabriella Ferri, una donna, un’artista a cui non finirò mai di dire grazie perché… mi ha dato tanto!
Antonella Morea
17-18 marzo
CARAVAN TEATRO

JANARA
di Giovanni Del Prete

con
Francesca Iovine
Silvia Del Zingaro
Vincenzo Oliva

Scene e costumi  Caravan Teatro

Regia
 Giovanni Del Prete

Sinossi e note
Una trama senza trama.
Uno spettacolo che, basato su una ricerca antropologica delle tradizioni popolari, sulle credenze e superstizioni del Sud Italia, cerca di far rivivere un passato, ancora presente in alcune zone, anche non remotissime, attraverso la magia della cattiveria, del male. Tutti attributi per credenza femminili. E la figura di donna che racchiude tutti questi elementi è la Janara.
La janara, è la strega, e in ogni cosa gioisce della rabbia, dell’insoddisfazione, della zizzania, anche autoreferenziale. Come ogni magia di colore, agisce tramite simulacri umani e ombre, tramite figure e totem vitali, che rappresentano categorie antropiche, simboli di una umanità in cui stillare, a gocce di esperienza, il male.
Nell’acronia, i luoghi si confondono diventando uno solo (quello teatrale), l’immaginazione passa da case abbandonate, vecchie, fatiscenti a campagne verdi e fertili, a intimi spazi di gioco per grandi e piccoli. Quindi non necessariamente cupi e bui, proprio perché il male si compie anche sotto la luce del sole, anche attraverso le parole di un bambino, così senza motivo. Riti, ritorni e richiami di un contesto che sfuma, dunque da afferrare non in una sola dimensione, ma in più realtà: possibili interazioni tra episodi che sfogliano la verità di tutti.
Narrativamente, il male è un elemento fondamentale, è l’antagonismo, è l’ostacolo oltre il quale c’è la riuscita, la vittoria.  In Janara, la catarsi è di segno meno, sfugge a connotazioni morali o religiose, e decide da sé, immagine dopo immagine, l’aura entro cui la manifestazione si consuma. La janara affascina, come il male subdolo canta una lingua viva e sprezzante, forte, in una sola parola, “necessaria”, proprio come una Janara vorrebbe essere definita. 

19-20 marzo

LA FALEGNAMERIA DELL’ATTORE
con
MIRAMAREFILM

Gigliola de Feo
in
 SIMONE
(CHE CREDEVA NELLE DONNE)

da un’idea di Gigliola de Feo
liberamente ispirato alle opere di S. de Beauvoir,
con particolare riferimento alla raccolta “Quando tutte le donne del mondo…” – ed. Einaudi

regia
Andrea Fiorillo

Attraverso le parole dei suoi scritti più celebri, attraverso la storia del grande amore che la legò a Jean Paul Sartre, attraverso il racconto delle grandi battaglie femministe di cui fu impregnata tutta la sua vita, Simone de Beauvoir va in scena con se stessa.
E con totale sincerità e leggerezza, senza sottrarsi ai dubbi di sè e alle incertezze, si svela al pubblico in modo assoluto.
Come in un dialogo con un’amica lontana, che finalmente si lascia conoscere pienamente, gli spettatori ascoltano la storia potente di una personalità forte e intensa che con le sue opere ha segnato la storia delle donne.
Simone costringe i suoi spettatori a ripensare al tempo presente con occhio critico e disincantato. Ma forse, alla fine, indica una via per continuare, nonostante tutto, ad avere speranza.

21-22 marzo
TEATRODELL’OSSO
ARTEMISIA
con
Titti Nuzzolese
Antonio D’Avino

costumi
Annalisa Ciaramella

aiuto regia
Laura Cuomo

drammaturgia e regia
Mirko Di Martino

Artemisia Gentileschi è stata inserita tra i grandi della pittura solo molto di recente, recuperando innanzitutto la vicenda processuale del suo stupro come uno dei primi esempi di femminismo. Di lei, tuttavia, si sa ancora molto poco: dalle sue lettere viene fuori l’immagine di una donna sicura del proprio ruolo, una pittrice consapevole della propria arte, una commerciante che vende e promuove la propria opera con sfacciata sicurezza. Ne vengono fuori, però, anche le sue debolezze, il suo desiderio di un amore vissuto intensamente, la sua gelosia e le sue paure. A Napoli si conserva il dipinto più famoso di Artemisia, quel “Giuditta e Oloferne” che faceva impallidire i suoi contemporanei per la crudezza della rappresentazione; a Napoli, Artemisia visse trent’anni e morì in un giorno imprecisato del 1653. Ma quali tracce ha lasciato Artemisia a Napoli, oggi?
Molto poche.
Lo spettacolo parte da qui, da Napoli, dove Artemisia si è rifugiata molti anni prima: la pittrice è alla fine della sua carriera, stanca, disillusa.
Senza alcuna spiegazione apparente, Artemisia viene costretta da un magistrato a raccontare ancora una volta i particolari di quel giorno del 1612 quando il pittore
Agostino Tassi, amico e collega di Orazio Gentileschi, la violentò nella sua casa romana. La donna credeva di aver chiuso i conti con quella storia al termine del processo che condannò Agostino Tassi per stupro, ma scopre adesso che tutta la sua vita e la sua stessa opera ne sono state segnate troppo in profondità. Artemisia è obbligata a confrontarsi con le sue paure, i suoi dubbi, i suoi desideri di gloria, di affermazione di sè come artista prima che come donna. In un mondo dominato dai maschi, Artemisia scopre che le è preclusa ogni libertà e autonomia. Perfino la sua arte viene interpretata come un continuo ritorno sul tema della violenza e della vendetta, dello stupro e della castrazione. Artemisia credeva di essere diventata libera grazie all’arte, adesso scopre che era la sua
prigione.
Attraverso il racconto della personalità e dell’opera di Artemisia Gentileschi, lo spettacolo racconta un caso realmente accaduto di violenza sulle donne, indagando i complessi rapporti tra il potere e il sesso, tra la femminilità e l’arte, tra la legge e la misoginia.
Lo spettacolo è stato realizzato in occasione del Forum Universale delle Culture 2013 a Napoli

24 marzo
LAAV OFFICINE TEATRALI

PENELOPE TANGO
Testo di Itziar Pascual Ortiz
Traduzione, adattamento e regia
Licia Amarante
Con
  Antonella Valitutti e Marika Mancini
assistente di scena Sara Lisanti

Lo spettacolo declina il senso dell’attesa – il colore blu – inizialmente senza speranza, ma poi, grazie ad una sempre maggiore consapevolezza di sé, come costruzione di una ragione di vita in un’architettura di intrecci che come in tango disegna il destino di una coppia dove la donna, apparentemente “preda”, finisce per essere la vera artefice del proprio destino. 
La pièce si svolge su due piani differenti: due luoghi e due tempi diversi. 
Da un lato la rilettura di un personaggio, Penelope, che la storia ci ha tramandato come paziente vestale del focolare domestico, ma che ci appare moderna, emblema di tante donne che combattono quotidianamente la loro guerra silenziosa.
E’ una donna sola. Una donna in attesa di un uomo che tarda a tornare. Una madre che dagli eventi è stata costretta a fare i conti con il dolore, con i rimpianti, con le responsabilità. E con se stessa. Tutto  l’ha portata a conoscersi, a scoprirsi, a trovare una forza inaspettata. E ad amarsi.
Dall’altro il rapporto amicale di due donne fragili, “l’amica di Penelope” e “la Donna che aspetta”. Donne libere, moderne, sognatrici, ma deluse da amori contrastati, rapporti superficiali e desideri di fuga.
La riflessione le porta ad accettarsi ed accettare le proprie debolezze, comprendendo che non abbiamo certezze, ma solo dubbi sui quali costruire le nostre esistenze.
La messa in scena, volutamente scarna, si incentra sulla parola e su gesti che ricostruiscono il mondo esterno ed interno dei personaggi che dialogano soltanto per chiarirsi con se stesse.
Il tutto avvolto nelle sfumature del blu. Come il mare che  separa e  riunisce Penelope con Ulisse. Come il cielo degli dèi che  lei invoca per una pace interiore. Come il tempo dell’attesa che si svolge lentamente nel filo che tesse e distrugge continuamente.

26-27 marzo
JE CHANTE PIAF
di e con
Daniela Fiorentino
Regia e Scene
Luisa Guarro

In occasione del centenario della nascita di Edith Piaf, l’indimenticabile cantante francese rivive in un concerto performativo che, sulle note dei suoi più grandi successi,
ripercorre le principali tappe di un’esistenza straordinaria ed estrema.
L’interprete di Edith Piaf è Daniela Fiorentino, cantante e attrice dalle molteplici esperienze artistiche, insignita per questo ruolo del Premio Lauretta Masiero come rivelazione femminile.

NOTE DI REGIA
Presentiamo in questa messa in scena il percorso umano e artistico di Edith Piaf, la cui voce fu dono di gratitudine per il padre, il pubblico, gli uomini che ne costruirono il successo; per tutti coloro i quali ebbero il merito di confermarla nella sua esistenza per il suo talento. Una voce che fu anche e soprattutto, grido di dolore, vibrazione di un amore disperato, lamento di amore inappagato, quello per la madre che l’aveva abbandonata, quello per tutti coloro che avrebbe inseguito e per tutta la vita: irraggiungibili amanti, amati perché irraggiungibili, incapaci o impediti nel corrisponderne il viscerale sentimento. Un percorso presentato attraverso le sue canzoni, spunti biografici, citazioni, lettere di suo pugno e la magnifica voce di Daniela Fiorentino.
Daniela l’ha amata, indagata, studiata, sentita, fin da bambina, fino a scrutarne i segreti più reconditi e gli inediti aneddoti,ripercorrendone le strade, i luoghi, la casa natale, i teatri del successo; empatizzando, annusando, assaporando, imparando la sua lingua…
E allora la messa in scena si nutre e si regge sul rapporto vivo tra le due donne. Daniela raccoglie il ritmo del suo respiro, accoglie la minuta donna fino a muoverne i passi e cantarne la voce, conferma Edith Giovanna Gassion Piaf,  nella sua esistenza, per amarne, oltre al suo immenso talento, la sua fragile umanità violata.

28-29 marzo
L’associazione culturale MUSICAE’  in collaborazione con “MONA DI ORIO” e “CAMPOMARZIO70”
VETIVER
essenze di una profumiera
Scritto e diretto da  Fabio Pisano

con
Melania Esposito

Musiche originali di Jennà Romano
Costumi e scene Fu.Ser. Lab.
Grafica a cura di Max Laezza

Sinossi_
Infinite sensazioni, odori … Profumi che invadono la scena negl’occhi degli spettatori, mediante i racconti di vita vissuta, e forse vita rimpianta.
Nathalie (liberamente ispirata al personaggio di Mona di Orio), accompagna il pubblico sui sentieri della sua vita, del suo passato, dei ricordi intrisi di essenza, di cui lei è stata vittima ed un po’ carnefice … Genio assoluto della profumeria, Nathalie, un’artista dei sensi … Un’artista dell’olfatto, è, in scena, intenta alla ricerca del profumo primo; di quella sensazione che nessuno ha mai raggiunto sinora … Alcun essere umano.
E’ alla ricerca dell’essenza della vita. Solo alla fine, in un finale amaro e commovente, capirà, lasciandosi abbandonare lentamente, che il profumo della vita non è altro che il suo, e quello d’ognuno di noi, costruito con esperienze, errori, con amori finiti e amori rimpianti, con lacrime, di pura gioia o tiepido dolore.

Note di Regia_
La forza di questo monologo è concentrata tutta sul fil rouge che attraversa le narrazioni della protagonista: i profumi. Le essenze che hanno caratterizzato la sua vita e forse un po’ la vita d’ogni singolo spettatore.
Attraverso l’olfatto, si viaggia. Nel proprio passato, nelle esperienze d’una vita, e lo si fa con una poesia e una tenerezza caratteristiche di Mona di Orio, alla cui figura la protagonista è ispirata.
La ricerca ossessiva di Nathalie per “l’essenza di vita”, la porta a comporre dei profumi meravigliosi, magnifici, tutti intrisi di vita, prima che di natura.
Le note, di cui è composto un profumo (di testa, di cuore e di fondo), sono il pretesto da cui si parte per raccontare i tre monologhi principe dello spettacolo.
Profumi e verità, essenze e vita … L’abbraccio di Nathalie alle sue creazioni, e al contempo la ricerca della verità … Dell’essenza primordiale. La ricerca, in sostanza, dell’uomo.

31 marzo-1 aprile
DONNE ELEMENTI
un viaggio tra storie di donne e la natura
con
Antonella Ippolito
Renato Salvetti
Regia
Antonella Ippolito
Attraverso testi e canzoni, immagini e frammenti di film si raccontano storie di donne che si mescolano con i 4 elementi della natura.

L’Aria come simbolo di forza positiva e rigenerante, di amore materno
L’Acqua sorgente di vita, elemento purificatore e sensuale, ma anche subdolo e spaventoso
Il Fuoco come energia passionale e mortale, purificatore e rinnovatore
La Terra simbolo della donna, della fertilità; madre usata e abusata, strega e      innamorata.
Frammenti video tratti dai film:
Chocolat di Lasse Hallström,
The Hours di Stephen Daldry,
Frida di Julie Taymor,
Terraferma di Emanuele Crialese

Testi liberamente tratti da:
Alessandro Baricco, Giorgio Gaber, Alda Merini, Franca Rame, Stefano Benni, Antonella Ippolito

Brani Musicali tratti da:
Musical “Pia de’ Tolomei” di Gianna Nannini,
la “Gatta Cenerentola” di Roberto De Simone,
“Rosa Napoletano” di Renato Salvetti, Salvatore di Giacomo.

Articolo di Maurizio Vitiello – GIRLS a Napoli.

La rassegna GIRLS vedrà in scena spettacoli incentrati in gran parte sulle biografie di donne celebri, appartenenti all'imaginario femminili, da Artemisia Gentileschi, a Gabriella Ferri, da Edith Piaf a Simone de Beauvoir, passando per il mito di Penelope o la profumiera Mona di Iorio, fino alla Janara (la strega napoletana), a cui si aggiungono le storie di donne comuni o le poetiche associazioni tra donne ed elementi naturali. Su tutte la divertente ipotesi di Siusy Blady sull'essenza femminile di Dio. Fra le tante artiste che calcheranno il palco del Nuovo Teatro Sancarluccio, oltrer alla protagonista di Turisti per caso, Antonella Morea, Gigliola de Feo, Daniela Fiorentino, Antonella Ippolito, Titti Nuzzolese e Melania Esposito. Si comincia il 10 marzo 2015, per terminare mercoledì 1° aprile, per un costo di 14 euro per il biglietto singolo (ad eccezione dello spettacolo di Antonela Morea sulla Ferri e quello di Syusy Blady che costeranno 18 euro) con speciali offerte abbonamento, a 5 spettacoli (a 60 euro) o 10 (100 euro.)

Da non perdere.

Maurizio Vitiello

Programma:

61RL5
quando le donne fanno numero

Una fantasiosa ipotesi di un Dio donna, due cantanti di successo dalle vite tortuose e drammatiche,  donne oggetto di superstizione e di caccia alle streghe, una scrittrice e pensatrice che ha conosciuto dolore e passione, una fantasiosa e misteriosa profumiera, una regina diventata simbolo di moglie fedele di un marito egocentrico e donnaiolo, una pittrice  anticonformista che fu la prima a denunciare uno stupro,  e tante altre donne, disegnate nelle loro diversità simili ai quattro elementi. Queste le protagoniste dei dieci spettacoli che compongono la galleria di ritratti che costituisce la nostra rassegna teatrale: 61RL5, un titolo alfanumerico che nasconde il termine inglese che vuol dire “ragazze”, perché si tratta di donne che non hanno età, quelle che vengono raccontate nei nostri spettacoli (o dovremmo dire numeri?), virtualmente insieme, come un variopinto bouquet di fiori, resistenti come l’acciaio, delicate come cristalli, forti come donne.
Gianmarco Cesario

10-11 marzo
Elios Registrazioni Audiovisive, Roberta Frascati, Manisha Arya
SPORTE ‘E NUMMERE
E CAURARE ‘E STELLE
con
Roberta Frascati, Eliana Manvati
Regia
Angelo Serio
Disegno luci Nino Perrella      Scene e costumi Tiziana Cannavacciuolo      Aiuto regia Angelo Sorrentino
SINOSSI
C'è davvero un disegno dietro la nostra esistenza? Un filo invisibile che ci muove come marionette? O siamo noi a decidere dove andare e quale strada percorrere? Sappiamo già tutto quello che c'è da sapere o manca il tassello più importante? E la socratica affermazione si fa domanda che impone una risposta: "Conosci te stesso?". Due donne si interrogano a riguardo, cercando di penetrare nel profondo delle loro anime, andando oltre la ratio e indagando, come speleologi muniti di picconi e lanterne, le caverne della conoscenza, esplorando antichi misteri, tra vortici di numeri che si fanno specchio dell'anima e karmiche divinazioni, cercando di restare sempre come l'acqua, scrosciando tra profondi interrogativi e zampillando con leggerezza tra lucenti e graziosi pensieri.
NOTE DI REGIA
Ricercando, l’uomo si apre. Cercare significa mettere in discussione quello che si da  per scontato. E la ricerca può anche essere più importante della scoperta stessa. Ma scoprire cosa? C’è qualcosa da scoprire? L’obiettivo ultimo di ogni ricerca è sempre lo stesso: dare un senso alla vita. I Numeri, la Musica, la Geometria e la Cosmologia costituiscono le quattro grandi Arti Liberali del mondo antico. Si tratta di semplici linguaggi universali, importanti oggi quanto in passato e ancora riscontrabili in tutte le scienze e le culture conosciute, che li accettano all’unanimità. Da sempre l’uomo le utilizza per indagare la realtà, intesa non solo come ciò che è esterno, ma anche, e soprattutto, ciò che sta dentro. Con l’avvento della scienza moderna, a partire dal XVII secolo, il fuoco si sposta, generando un progressivo aumento dell’interesse per la conoscenza del mondo materiale, risultato  in seguito rovinoso per la consapevolezza del mondo spirituale. Carlo Rubbia, Nobel per la fisica nel 1994, ha dimostrato che solo la miliardesima parte dell’universo che noi conosciamo è fatta di materia visibile; il resto è energia. Brevemente si può affermare che se si osserva solo la materia, come ha fatto per secoli la chimica, si può capire solo un miliardesimo della sua realtà. Di fatto siamo pienamente in epoca primordiale.
Perche questa affermazione? La scienza, nonostante i successi in campo tecnico, ha reso le persone più felici?
Lo sviluppo della coscienza umana è pari a quello tecnologico? La  scienza ci aiuta nella comprensione più intima e profonda del nostro essere? Nessuna di queste domande può ricevere una risposta incoraggiante.
Alla base di tutta la vita c’è il ritmo. Distrutto questo si distrugge la vita stessa, cosi come la conosciamo.  Esso consiste di due poli, positivo e negativo, necessari l’uno all’esistenza dell’altro; come nella respirazione, dove le due fasi dell’inspirazione e dell’espirazione coesistono necessariamente, seppure in alternanza, dando luogo quindi  non ad un  “o-o”, ma ad un “e-e”; chi non inspira non può poi non espirare, e viceversa. Non è “essere o non essere”, ma “essere e non essere”. E di conseguenza non è “destino o libero arbitrio”, ma “destino e libero arbitrio”.
Anche la scienza con lo studio della luce (e della sua duplice natura di onda e particella) si è trovata di fronte a questo  fatto apparentemente  contraddittorio e non univoco.
Ma la dualità, l’alternanza, è la base stessa della vita.
Nella messa in scena ho semplicemente cercato di seguire questa duplice natura delle cose, sia per ciò che concerne le scene e i costumi, sia per quanto riguarda la musica e le luci. La necessità dell’alternanza continua delle forme, in un continuo pieno e vuoto, fisico e mentale, è dettato dall’esigenza di tenere sempre presenti le basi dell’esistenza stessa, in quella fondamentale presenza ritmica che consente l’Essere … e il Non – Essere.
Angelo Serio

12-13 marzo
SYUSY BLADY
MISTERI PER CASO
ma Dio è nato Donna ?
conferenza/spettacolo di Syusy Blady
con scenografia virtuale ed interazione multimediale
Regia Maurizia Giusti
Tecnica Luigi Sermann

Dio è un uomo con la barba? Atlantide è esistita davvero? Cristoforo Colombo ha veramente scoperto l’America? I Sumeri hanno avuto a che fare con gli alieni?
Tra miti, curiosità archeologiche e simboli segreti, in compagnia di Syusy, una turista nonper- caso che da vent’anni va a caccia di misteri che, se svelati, potrebbero cambiare la storia come crediamo di conoscerla.
Primo fra tutti i misteri, il più grande insabbiamento della storia ufficiale: il fatto accertato che Dio, all'inizio, era una Dea, la Dea Madre, la Dea dai mille nomi e dai mille volti.
Tornando indietro nella storia dell'uomo e viaggiando dall'Asia al Medio Oriente, dal Sud America fino ad arrivare a casa nostra, scopriremo che Dio è donna!
Cosa cambia questo? Cambia il modo in cui penseremo al nostro futuro: "la logica del fallo", fatta di prevaricazione sulla natura cederà il posto alla "logica del seno", previdente, e pacifica. Esattamente quello che serve al nostro mondo in crisi…”. Parola di Syusy.

Syusy, da viaggiatrice e da Indiana Jones in gonnella finalmente corregge i sussidiari, e mette in dubbio convinzioni che troppo spesso diamo per scontate e che ci impediscono di vedere la verità.

Riassumendo:
Syusy, immersa in un mappamondo virtuale, accompagnata da momenti di musica e ballo dal vivo, ci racconta 20 anni di viaggi dialogando amabilmente con Dee Madri, saggi del passato ed extraterrestri.

14-15 marzo
Associazione culturale IL TORCHIO
ANTONELLA MOREA
…IO LA CANTO COSI' !
omaggio a Gabriella Ferri.
di Fabio Cocifoglia e Antonella Morea
con documenti tratti dal libro “Gabriella Ferri – SEMPRE “ della Iacobelli Edizioni curato da Pino Strabioli e Seva Borzak

regia Fabio Cocifoglia
chitarra  Edo Puccini       fisarmonica/violino  Vittorio Cataldi
costumi Canzanella CTN    oggetti di scena Antonio Cece e Carla Merone   foto di scena Gaetano Pappalardo
Nel suo romanzo “Opinioni di un clown” Heinrich Boll  dice “…sono un clown e faccio collezione di attimi.”  Questa frase si accende tutte le volte che penso a Gabriella Ferri,  artista inimitabile e quasi impossibile da raccontare.  Se chiedi agli amici di Gabriella Ferri, a chi l'ha conosciuta e a chi  ha lavorato con lei un aggettivo per raccontarla ti rispondono:  “Uno solo? S'incazzerebbe!”
Dicono di lei: Era un pagliaccio straordinario, un pagliaccio di razza…Veramente l'amica ideale, ti dava tutto… Dove cantava, ecco, lì era il centro del mondo… La disperazione degli autori… Un po' un pazzariello… Uno sguardo dolce e disperato  che non si può sfuggire… Era la maschera con cui lei nascondeva tutto, tutto quel macello … Molto sensibile, molto ansiosa… Molto severa con se stessa… Impegnativa…  Ogni sua  frase era un urlo lanciato al mondo… Donna bellissima che non aveva paura di imbruttirsi… Eccentrica… Feroce… Bizzosa… Terribile… Anticonformista… Libera… Rivoluzionaria…  Troppo in tutto… Una grande madre, una grande moglie, una grande amante…  Verace…  Testaccina… Romanesca…  Come un San Pietrino… Rauca…  Perturbante, conturbante, turbante…  Senza pelle… Straordinaria… Forse solo nelle sue canzoni riusciamo a cogliere quegli attimi vissuti e collezionati dal suo animo di grande artista.
Fabio Cocifoglia
“…ci metterò un fiore!”
Un giorno passeggiavo per le strade di Roma, entro in un negozio e vedo lei, Gabriella Ferri, il mio mito da ragazzina. Piena di bracciali, collane, anelli, tutta colorata…come sempre. Ma quasi non la riconoscevo. Sembrava non riuscisse nemmeno a parlare. Com'è possibile? Stavo quasi per andarle incontro, come ad una persona di famiglia, come ad una sorella più grande che non vedi da tanto tempo. E mentre sto per andare mi vedo riflessa in uno specchio del negozio. Ora siamo in tre. La mente è volata a quando mi vestivo tale e quale a lei, capelli rigorosamente biondi con la frangia, trucco da trincea, sacchi di trucco, il rimmel sugli occhi due linee di filo spinato, il fondotinta un campo minato. “E voglio vedere quando mi espugnano, sono come Gabriella Ferri, io!” Così dicevo. E così mi chiamavano per gioco gli amici “la Gabriella Ferri napoletana”. Erano per me quelli anni duri, di trasformazione,  di battaglia. E lì mi sono resa conto che per Gabriella Ferri la battaglia non era ancora finita. Manteneva la posizione eroicamente. Confusa, forse, ma sempre in piedi. Più tardi a casa mi sono interrogata sul perché di tanto malessere, di tanta confusione. Ho trovato solo una “non risposta” efficace nelle parole del figlio di Gabriella Ferri, Seva, che chiudeva un intervista con una frase della mamma presa dal suo diario intimo: “Ho nella testa confusione? … ci metterò un fiore!”     Un'altra “non risposta” efficace l'ho trovata solo nelle sue canzoni che voglio cantare perché siano  il mio fiore per Gabriella Ferri, una donna, un'artista a cui non finirò mai di dire grazie perché… mi ha dato tanto!
Antonella Morea
17-18 marzo
CARAVAN TEATRO

JANARA
di Giovanni Del Prete

con
Francesca Iovine
Silvia Del Zingaro
Vincenzo Oliva

Scene e costumi  Caravan Teatro

Regia
 Giovanni Del Prete

Sinossi e note
Una trama senza trama.
Uno spettacolo che, basato su una ricerca antropologica delle tradizioni popolari, sulle credenze e superstizioni del Sud Italia, cerca di far rivivere un passato, ancora presente in alcune zone, anche non remotissime, attraverso la magia della cattiveria, del male. Tutti attributi per credenza femminili. E la figura di donna che racchiude tutti questi elementi è la Janara.
La janara, è la strega, e in ogni cosa gioisce della rabbia, dell’insoddisfazione, della zizzania, anche autoreferenziale. Come ogni magia di colore, agisce tramite simulacri umani e ombre, tramite figure e totem vitali, che rappresentano categorie antropiche, simboli di una umanità in cui stillare, a gocce di esperienza, il male.
Nell’acronia, i luoghi si confondono diventando uno solo (quello teatrale), l’immaginazione passa da case abbandonate, vecchie, fatiscenti a campagne verdi e fertili, a intimi spazi di gioco per grandi e piccoli. Quindi non necessariamente cupi e bui, proprio perché il male si compie anche sotto la luce del sole, anche attraverso le parole di un bambino, così senza motivo. Riti, ritorni e richiami di un contesto che sfuma, dunque da afferrare non in una sola dimensione, ma in più realtà: possibili interazioni tra episodi che sfogliano la verità di tutti.
Narrativamente, il male è un elemento fondamentale, è l’antagonismo, è l’ostacolo oltre il quale c’è la riuscita, la vittoria.  In Janara, la catarsi è di segno meno, sfugge a connotazioni morali o religiose, e decide da sé, immagine dopo immagine, l'aura entro cui la manifestazione si consuma. La janara affascina, come il male subdolo canta una lingua viva e sprezzante, forte, in una sola parola, "necessaria", proprio come una Janara vorrebbe essere definita. 

19-20 marzo

LA FALEGNAMERIA DELL'ATTORE
con
MIRAMAREFILM

Gigliola de Feo
in
 SIMONE
(CHE CREDEVA NELLE DONNE)

da un'idea di Gigliola de Feo
liberamente ispirato alle opere di S. de Beauvoir,
con particolare riferimento alla raccolta "Quando tutte le donne del mondo…" – ed. Einaudi

regia
Andrea Fiorillo

Attraverso le parole dei suoi scritti più celebri, attraverso la storia del grande amore che la legò a Jean Paul Sartre, attraverso il racconto delle grandi battaglie femministe di cui fu impregnata tutta la sua vita, Simone de Beauvoir va in scena con se stessa.
E con totale sincerità e leggerezza, senza sottrarsi ai dubbi di sè e alle incertezze, si svela al pubblico in modo assoluto.
Come in un dialogo con un'amica lontana, che finalmente si lascia conoscere pienamente, gli spettatori ascoltano la storia potente di una personalità forte e intensa che con le sue opere ha segnato la storia delle donne.
Simone costringe i suoi spettatori a ripensare al tempo presente con occhio critico e disincantato. Ma forse, alla fine, indica una via per continuare, nonostante tutto, ad avere speranza.

21-22 marzo
TEATRODELL’OSSO
ARTEMISIA
con
Titti Nuzzolese
Antonio D’Avino

costumi
Annalisa Ciaramella

aiuto regia
Laura Cuomo

drammaturgia e regia
Mirko Di Martino

Artemisia Gentileschi è stata inserita tra i grandi della pittura solo molto di recente, recuperando innanzitutto la vicenda processuale del suo stupro come uno dei primi esempi di femminismo. Di lei, tuttavia, si sa ancora molto poco: dalle sue lettere viene fuori l'immagine di una donna sicura del proprio ruolo, una pittrice consapevole della propria arte, una commerciante che vende e promuove la propria opera con sfacciata sicurezza. Ne vengono fuori, però, anche le sue debolezze, il suo desiderio di un amore vissuto intensamente, la sua gelosia e le sue paure. A Napoli si conserva il dipinto più famoso di Artemisia, quel "Giuditta e Oloferne" che faceva impallidire i suoi contemporanei per la crudezza della rappresentazione; a Napoli, Artemisia visse trent'anni e morì in un giorno imprecisato del 1653. Ma quali tracce ha lasciato Artemisia a Napoli, oggi?
Molto poche.
Lo spettacolo parte da qui, da Napoli, dove Artemisia si è rifugiata molti anni prima: la pittrice è alla fine della sua carriera, stanca, disillusa.
Senza alcuna spiegazione apparente, Artemisia viene costretta da un magistrato a raccontare ancora una volta i particolari di quel giorno del 1612 quando il pittore
Agostino Tassi, amico e collega di Orazio Gentileschi, la violentò nella sua casa romana. La donna credeva di aver chiuso i conti con quella storia al termine del processo che condannò Agostino Tassi per stupro, ma scopre adesso che tutta la sua vita e la sua stessa opera ne sono state segnate troppo in profondità. Artemisia è obbligata a confrontarsi con le sue paure, i suoi dubbi, i suoi desideri di gloria, di affermazione di sè come artista prima che come donna. In un mondo dominato dai maschi, Artemisia scopre che le è preclusa ogni libertà e autonomia. Perfino la sua arte viene interpretata come un continuo ritorno sul tema della violenza e della vendetta, dello stupro e della castrazione. Artemisia credeva di essere diventata libera grazie all'arte, adesso scopre che era la sua
prigione.
Attraverso il racconto della personalità e dell’opera di Artemisia Gentileschi, lo spettacolo racconta un caso realmente accaduto di violenza sulle donne, indagando i complessi rapporti tra il potere e il sesso, tra la femminilità e l’arte, tra la legge e la misoginia.
Lo spettacolo è stato realizzato in occasione del Forum Universale delle Culture 2013 a Napoli

24 marzo
LAAV OFFICINE TEATRALI

PENELOPE TANGO
Testo di Itziar Pascual Ortiz
Traduzione, adattamento e regia
Licia Amarante
Con
  Antonella Valitutti e Marika Mancini
assistente di scena Sara Lisanti

Lo spettacolo declina il senso dell’attesa – il colore blu – inizialmente senza speranza, ma poi, grazie ad una sempre maggiore consapevolezza di sé, come costruzione di una ragione di vita in un’architettura di intrecci che come in tango disegna il destino di una coppia dove la donna, apparentemente “preda”, finisce per essere la vera artefice del proprio destino. 
La pièce si svolge su due piani differenti: due luoghi e due tempi diversi. 
Da un lato la rilettura di un personaggio, Penelope, che la storia ci ha tramandato come paziente vestale del focolare domestico, ma che ci appare moderna, emblema di tante donne che combattono quotidianamente la loro guerra silenziosa.
E’ una donna sola. Una donna in attesa di un uomo che tarda a tornare. Una madre che dagli eventi è stata costretta a fare i conti con il dolore, con i rimpianti, con le responsabilità. E con se stessa. Tutto  l’ha portata a conoscersi, a scoprirsi, a trovare una forza inaspettata. E ad amarsi.
Dall’altro il rapporto amicale di due donne fragili, “l’amica di Penelope” e “la Donna che aspetta”. Donne libere, moderne, sognatrici, ma deluse da amori contrastati, rapporti superficiali e desideri di fuga.
La riflessione le porta ad accettarsi ed accettare le proprie debolezze, comprendendo che non abbiamo certezze, ma solo dubbi sui quali costruire le nostre esistenze.
La messa in scena, volutamente scarna, si incentra sulla parola e su gesti che ricostruiscono il mondo esterno ed interno dei personaggi che dialogano soltanto per chiarirsi con se stesse.
Il tutto avvolto nelle sfumature del blu. Come il mare che  separa e  riunisce Penelope con Ulisse. Come il cielo degli dèi che  lei invoca per una pace interiore. Come il tempo dell’attesa che si svolge lentamente nel filo che tesse e distrugge continuamente.

26-27 marzo
JE CHANTE PIAF
di e con
Daniela Fiorentino
Regia e Scene
Luisa Guarro

In occasione del centenario della nascita di Edith Piaf, l’indimenticabile cantante francese rivive in un concerto performativo che, sulle note dei suoi più grandi successi,
ripercorre le principali tappe di un’esistenza straordinaria ed estrema.
L’interprete di Edith Piaf è Daniela Fiorentino, cantante e attrice dalle molteplici esperienze artistiche, insignita per questo ruolo del Premio Lauretta Masiero come rivelazione femminile.

NOTE DI REGIA
Presentiamo in questa messa in scena il percorso umano e artistico di Edith Piaf, la cui voce fu dono di gratitudine per il padre, il pubblico, gli uomini che ne costruirono il successo; per tutti coloro i quali ebbero il merito di confermarla nella sua esistenza per il suo talento. Una voce che fu anche e soprattutto, grido di dolore, vibrazione di un amore disperato, lamento di amore inappagato, quello per la madre che l’aveva abbandonata, quello per tutti coloro che avrebbe inseguito e per tutta la vita: irraggiungibili amanti, amati perché irraggiungibili, incapaci o impediti nel corrisponderne il viscerale sentimento. Un percorso presentato attraverso le sue canzoni, spunti biografici, citazioni, lettere di suo pugno e la magnifica voce di Daniela Fiorentino.
Daniela l’ha amata, indagata, studiata, sentita, fin da bambina, fino a scrutarne i segreti più reconditi e gli inediti aneddoti,ripercorrendone le strade, i luoghi, la casa natale, i teatri del successo; empatizzando, annusando, assaporando, imparando la sua lingua…
E allora la messa in scena si nutre e si regge sul rapporto vivo tra le due donne. Daniela raccoglie il ritmo del suo respiro, accoglie la minuta donna fino a muoverne i passi e cantarne la voce, conferma Edith Giovanna Gassion Piaf,  nella sua esistenza, per amarne, oltre al suo immenso talento, la sua fragile umanità violata.

28-29 marzo
L’associazione culturale MUSICAE’  in collaborazione con “MONA DI ORIO” e “CAMPOMARZIO70”
VETIVER
essenze di una profumiera
Scritto e diretto da  Fabio Pisano

con
Melania Esposito

Musiche originali di Jennà Romano
Costumi e scene Fu.Ser. Lab.
Grafica a cura di Max Laezza

Sinossi_
Infinite sensazioni, odori … Profumi che invadono la scena negl’occhi degli spettatori, mediante i racconti di vita vissuta, e forse vita rimpianta.
Nathalie (liberamente ispirata al personaggio di Mona di Orio), accompagna il pubblico sui sentieri della sua vita, del suo passato, dei ricordi intrisi di essenza, di cui lei è stata vittima ed un po’ carnefice … Genio assoluto della profumeria, Nathalie, un’artista dei sensi … Un’artista dell’olfatto, è, in scena, intenta alla ricerca del profumo primo; di quella sensazione che nessuno ha mai raggiunto sinora … Alcun essere umano.
E’ alla ricerca dell’essenza della vita. Solo alla fine, in un finale amaro e commovente, capirà, lasciandosi abbandonare lentamente, che il profumo della vita non è altro che il suo, e quello d’ognuno di noi, costruito con esperienze, errori, con amori finiti e amori rimpianti, con lacrime, di pura gioia o tiepido dolore.

Note di Regia_
La forza di questo monologo è concentrata tutta sul fil rouge che attraversa le narrazioni della protagonista: i profumi. Le essenze che hanno caratterizzato la sua vita e forse un po’ la vita d’ogni singolo spettatore.
Attraverso l’olfatto, si viaggia. Nel proprio passato, nelle esperienze d’una vita, e lo si fa con una poesia e una tenerezza caratteristiche di Mona di Orio, alla cui figura la protagonista è ispirata.
La ricerca ossessiva di Nathalie per “l’essenza di vita”, la porta a comporre dei profumi meravigliosi, magnifici, tutti intrisi di vita, prima che di natura.
Le note, di cui è composto un profumo (di testa, di cuore e di fondo), sono il pretesto da cui si parte per raccontare i tre monologhi principe dello spettacolo.
Profumi e verità, essenze e vita … L’abbraccio di Nathalie alle sue creazioni, e al contempo la ricerca della verità … Dell’essenza primordiale. La ricerca, in sostanza, dell’uomo.

31 marzo-1 aprile
DONNE ELEMENTI
un viaggio tra storie di donne e la natura
con
Antonella Ippolito
Renato Salvetti
Regia
Antonella Ippolito
Attraverso testi e canzoni, immagini e frammenti di film si raccontano storie di donne che si mescolano con i 4 elementi della natura.

L’Aria come simbolo di forza positiva e rigenerante, di amore materno
L’Acqua sorgente di vita, elemento purificatore e sensuale, ma anche subdolo e spaventoso
Il Fuoco come energia passionale e mortale, purificatore e rinnovatore
La Terra simbolo della donna, della fertilità; madre usata e abusata, strega e      innamorata.
Frammenti video tratti dai film:
Chocolat di Lasse Hallström,
The Hours di Stephen Daldry,
Frida di Julie Taymor,
Terraferma di Emanuele Crialese

Testi liberamente tratti da:
Alessandro Baricco, Giorgio Gaber, Alda Merini, Franca Rame, Stefano Benni, Antonella Ippolito

Brani Musicali tratti da:
Musical “Pia de’ Tolomei” di Gianna Nannini,
la “Gatta Cenerentola” di Roberto De Simone,
“Rosa Napoletano” di Renato Salvetti, Salvatore di Giacomo.

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