Napoli. Droga, estorsioni e omicidi. Maxi-blitz di polizia e carabinieri nel centro storico: 54 in manette

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Napoli. Il controllo del territorio e quello degli uomini. La camorra sa bene che per diventare protagonista assoluta sul palcoscenico di quella tragedia della quale quotidianamente si nutre c’è un imperativo categorico da rispettare, perché per conquistare il potere non sempre basta sparare e ammazzare. Più importante è il denaro, una benzina che fa girare il motore della criminalità organizzata, ma quegli ingranaggi lavorano meglio ancora quando a farli scorrere sono il piombo e il sangue. Quattro anni di indagini congiunte di polizia e carabinieri coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia scrivono un nuovo capitolo che racconta il nuovo Medio Evo dal quale Forcella e i quartieri del centro storico di Napoli proprio non riescono ad affrancarsi. Una notte fonda cui non segue più il giorno. Cinquantaquattro arresti in un blitz che all’alba di ieri ha investito i vicoli nei quali ancora si consuma l’ultima faida tra i nuovi clan dei Decumani. Smantellati due gruppi che hanno terrorizzato dal 2011 al 2013 interi rioni trasformati in piazze di spaccio: da un lato i Del Prete (legati ai Mazzarella), dall’altro gli Stolder-Ferraiuolo. In quasi quattrocento pagine della sua ordinanza il gip Isabella Iaselli ricostruisce la lunga scia di sangue lasciata da una guerra fratricida combattuta per il predominio del traffico di droga e per la conquista dei proventi illeciti del racket, dell’usura e del mercato della contraffazione. Tra gli arrestati avrebbe dovuto esserci anche Gianmarco Lambiase, ma per lui prima delle manette sono riusciti ad arrivare i killer che domenica sera lo hanno freddato all’interno di un circolo ricreativo di Ponticelli. Segno che, purtroppo, a volte la camorra riesce ad arrivare prima della giustizia con le sue sentenze immediatamente esecutive e, soprattutto, inappellabili. E sono scenari sempre più inquietanti quelli disegnati dai pubblici ministeri della Dda coordinata dagli aggiunti Giuseppe Borrelli e Filippo Beatrice. Camorra nera e spietata. Perché tutto ciò che muoveva soldi – in quel triangolo compreso tra Forcella, la Duchesca e la Maddalena – doveva rimanere sotto il controllo esclusivo di un clan: comprese le estorsioni miserabili imposte ai commercianti ambulanti, sottoposti a una «tassa» fissa di cento euro a settimana se volevano continuare a lavorare. Le indagini della Squadra mobile della Questura diretta da Guido Marino e del Nucleo investigativo dei carabinieri del comando provinciale guidato dal generale Antonio De Vita offrono oggi un affresco forse datato (già oggi, rispetto ai fatti oggetto delle contestazioni, il quadro criminale è mutato con la comparsa del nuovo clan Giuliano) ma sempre valido per capire in quale abisso e degrado morale restino calate intere fette di territorio della città di Napoli. Ed emblematica in tal senso è la vicenda che vede coinvolti due vigilantes in servizio presso l’Ascalesi, che si trova a due passi proprio da Forcella. Le due guardie giurate che regolarmente prestavano servizio nel nosocomio – Massimiliano Carta e Francesco Formigli, finiti in carcere con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa – erano gli insospettabili complici del gruppo capeggiato dal boss oggi pentito Maurizio Ferraiuolo, ai quali garantivano addirittura la copertura dei locali dell’ospedale (persino la sala mortuaria) per riunire boss e affiliati nei summit,ma anche per custodire armi e persino droga. I due, secondo l’accusa, in più occasioni si sarebbero anche prestati per fare da «sentinelle» del clan, segnalando la presenza sul territorio degli affiliati alla cosca capeggiata da Salvatore Del Prete oppure l’eventuale comparsa in zona di polizia e carabinieri. A trarne beneficio erano ovviamente i Ferraiuolo-Stolder. Capitolo inquietantissimo e non ancora del tutto concluso, quello su alcuni soggetti impiegati negli ospedali della zona: un pentito ha riferito infatti che i camorristi tenevano sul loro libro paga anche un infermiere (in cambio di 100 euro al giorno) e un custode (ricompensato con 200 euro a settimana). Intercettazioni e collaboratori hanno poi ricostruito anche il periodo della mattanza scatenata all’indomani dell’uccisione di Giovanni Saggese. Un agguato – quello commesso contro il cognato di Maurizio Ferraiuolo la notte del 21 maggio 2012, mentre in piazza Calenda erano in corso i festeggiamenti per la vittoria del Napoli in Coppa Italia – che avrebbe visto tra i killer proprio Gianmarco Lambiase, assassinato domenica scorsa a Ponticelli. Quando alcuni affiliati al clan portarono Saggese all’ospedale Ascalesi furono avvertiti dai vigilantes della presenza sul posto di esponenti del gruppo Del Prete-Mazzarella armati. I vigilantes convinsero così i soccorritori di Saggese a portare il ferito altrove. Da quell’omicidio si scatenarono una serie di reazioni a catena violentissime, come dimostra la frase contenuta in un’intercettazione, nella quale uno degli arrestati di ieri dice al suo interlocutore: «Qua adesso è l’inferno, sparano in continuazione notte e giorno e noi non abbiamo più nemmeno il tempo di lavarci la faccia». Ma se le pagine dedicate agli omicidi, alla straordinaria efferatezza con la quale venivano portati a compimento e alla preparazione «militare» cui i sicari erano obbligati a rispettare (usando nelle missioni di morte anche giubbotti antiproiettile), non meno drammatico resta lo spaccato che delinea i contorni delle altre attività illecite per le quali i plenipotenziari dei Mazzarella e i loro rivali si combattevano. La posta in gioco era (come lo è oggi) altissima: oltre trenta piazze di spaccio di droga, e poi il racket e l’usura. Non c’era commerciante o imprenditore pubblico e privato che sfuggisse alla legge del «pizzo». Dai garage ai negozi, dai bar ai centri scommesse, agli ambulanti costretti a pagare e anche ad acquistare buste o prodotti falsificati. Le estorsioni sotto forma di «forniture» di scarpe Hogan, per esempio, garantivano guadagni pari a 13mila euro a settimana, quello sulle buste di plastica 1400 euro, mentre se a gestire la bancarella era uno straniero allora la tariffa raddoppiava rispetto a quella imposta ai napoletani. In ogni caso la camorra imponeva il pagamento mensile di quote, oltre alle tre canoniche rate da versare in occasione di Natale, Pasqua e Ferragosto. Gli emissari del racket non fecero sconti nemmeno alla notissima pizzeria «Da Michele», alla quale venne chiesto il pagamento di 2500 euro. La camorra stracciona di Forcella e dintorni non disdegnava nemmeno le rapine e nei furti di pezzi di ricambio di autovetture, delitti tradizionalmente commessi da una manovalanza criminale e tossica. Per metterli a segno si utilizzavano anche i percorsi della rete fognaria sotterranea, della quale un esponente del clan Stolder-Ferraiuolo pare fosse espertissimo (e non a caso chiamato con il soprannome di «Marmotta»): al punto che un giorno alcuni affiliati pianificarono il tentativo di omicidio di un fedelissimo dei Mazzarella proprio spuntando dai tombini. Naturalmente i proventi di ogni reato – a cominciare dalla vendita della droga – servivano anche a pagare le «mesate» agli affiliati e per garantire a chi era finito in carcere di potersi permettere assistenza legale, oltre che a mantenere le rispettive famiglie. Un controllo capillare del territorio che, purtroppo, oggi – e con protagonisti nuovi e diversi da quelli di soli quattro anni fa – non pare essersi allentato. Di faida in faida, nella notte buia del Medio Evo di Malanapoli. (Giuseppe Crimaldi – Il Mattino) 

Napoli. Il controllo del territorio e quello degli uomini. La camorra sa bene che per diventare protagonista assoluta sul palcoscenico di quella tragedia della quale quotidianamente si nutre c’è un imperativo categorico da rispettare, perché per conquistare il potere non sempre basta sparare e ammazzare. Più importante è il denaro, una benzina che fa girare il motore della criminalità organizzata, ma quegli ingranaggi lavorano meglio ancora quando a farli scorrere sono il piombo e il sangue. Quattro anni di indagini congiunte di polizia e carabinieri coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia scrivono un nuovo capitolo che racconta il nuovo Medio Evo dal quale Forcella e i quartieri del centro storico di Napoli proprio non riescono ad affrancarsi. Una notte fonda cui non segue più il giorno. Cinquantaquattro arresti in un blitz che all’alba di ieri ha investito i vicoli nei quali ancora si consuma l’ultima faida tra i nuovi clan dei Decumani. Smantellati due gruppi che hanno terrorizzato dal 2011 al 2013 interi rioni trasformati in piazze di spaccio: da un lato i Del Prete (legati ai Mazzarella), dall’altro gli Stolder-Ferraiuolo. In quasi quattrocento pagine della sua ordinanza il gip Isabella Iaselli ricostruisce la lunga scia di sangue lasciata da una guerra fratricida combattuta per il predominio del traffico di droga e per la conquista dei proventi illeciti del racket, dell’usura e del mercato della contraffazione. Tra gli arrestati avrebbe dovuto esserci anche Gianmarco Lambiase, ma per lui prima delle manette sono riusciti ad arrivare i killer che domenica sera lo hanno freddato all’interno di un circolo ricreativo di Ponticelli. Segno che, purtroppo, a volte la camorra riesce ad arrivare prima della giustizia con le sue sentenze immediatamente esecutive e, soprattutto, inappellabili. E sono scenari sempre più inquietanti quelli disegnati dai pubblici ministeri della Dda coordinata dagli aggiunti Giuseppe Borrelli e Filippo Beatrice. Camorra nera e spietata. Perché tutto ciò che muoveva soldi – in quel triangolo compreso tra Forcella, la Duchesca e la Maddalena – doveva rimanere sotto il controllo esclusivo di un clan: comprese le estorsioni miserabili imposte ai commercianti ambulanti, sottoposti a una «tassa» fissa di cento euro a settimana se volevano continuare a lavorare. Le indagini della Squadra mobile della Questura diretta da Guido Marino e del Nucleo investigativo dei carabinieri del comando provinciale guidato dal generale Antonio De Vita offrono oggi un affresco forse datato (già oggi, rispetto ai fatti oggetto delle contestazioni, il quadro criminale è mutato con la comparsa del nuovo clan Giuliano) ma sempre valido per capire in quale abisso e degrado morale restino calate intere fette di territorio della città di Napoli. Ed emblematica in tal senso è la vicenda che vede coinvolti due vigilantes in servizio presso l’Ascalesi, che si trova a due passi proprio da Forcella. Le due guardie giurate che regolarmente prestavano servizio nel nosocomio – Massimiliano Carta e Francesco Formigli, finiti in carcere con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa – erano gli insospettabili complici del gruppo capeggiato dal boss oggi pentito Maurizio Ferraiuolo, ai quali garantivano addirittura la copertura dei locali dell’ospedale (persino la sala mortuaria) per riunire boss e affiliati nei summit,ma anche per custodire armi e persino droga. I due, secondo l’accusa, in più occasioni si sarebbero anche prestati per fare da «sentinelle» del clan, segnalando la presenza sul territorio degli affiliati alla cosca capeggiata da Salvatore Del Prete oppure l’eventuale comparsa in zona di polizia e carabinieri. A trarne beneficio erano ovviamente i Ferraiuolo-Stolder. Capitolo inquietantissimo e non ancora del tutto concluso, quello su alcuni soggetti impiegati negli ospedali della zona: un pentito ha riferito infatti che i camorristi tenevano sul loro libro paga anche un infermiere (in cambio di 100 euro al giorno) e un custode (ricompensato con 200 euro a settimana). Intercettazioni e collaboratori hanno poi ricostruito anche il periodo della mattanza scatenata all’indomani dell’uccisione di Giovanni Saggese. Un agguato – quello commesso contro il cognato di Maurizio Ferraiuolo la notte del 21 maggio 2012, mentre in piazza Calenda erano in corso i festeggiamenti per la vittoria del Napoli in Coppa Italia – che avrebbe visto tra i killer proprio Gianmarco Lambiase, assassinato domenica scorsa a Ponticelli. Quando alcuni affiliati al clan portarono Saggese all’ospedale Ascalesi furono avvertiti dai vigilantes della presenza sul posto di esponenti del gruppo Del Prete-Mazzarella armati. I vigilantes convinsero così i soccorritori di Saggese a portare il ferito altrove. Da quell’omicidio si scatenarono una serie di reazioni a catena violentissime, come dimostra la frase contenuta in un’intercettazione, nella quale uno degli arrestati di ieri dice al suo interlocutore: «Qua adesso è l’inferno, sparano in continuazione notte e giorno e noi non abbiamo più nemmeno il tempo di lavarci la faccia». Ma se le pagine dedicate agli omicidi, alla straordinaria efferatezza con la quale venivano portati a compimento e alla preparazione «militare» cui i sicari erano obbligati a rispettare (usando nelle missioni di morte anche giubbotti antiproiettile), non meno drammatico resta lo spaccato che delinea i contorni delle altre attività illecite per le quali i plenipotenziari dei Mazzarella e i loro rivali si combattevano. La posta in gioco era (come lo è oggi) altissima: oltre trenta piazze di spaccio di droga, e poi il racket e l’usura. Non c'era commerciante o imprenditore pubblico e privato che sfuggisse alla legge del «pizzo». Dai garage ai negozi, dai bar ai centri scommesse, agli ambulanti costretti a pagare e anche ad acquistare buste o prodotti falsificati. Le estorsioni sotto forma di «forniture» di scarpe Hogan, per esempio, garantivano guadagni pari a 13mila euro a settimana, quello sulle buste di plastica 1400 euro, mentre se a gestire la bancarella era uno straniero allora la tariffa raddoppiava rispetto a quella imposta ai napoletani. In ogni caso la camorra imponeva il pagamento mensile di quote, oltre alle tre canoniche rate da versare in occasione di Natale, Pasqua e Ferragosto. Gli emissari del racket non fecero sconti nemmeno alla notissima pizzeria «Da Michele», alla quale venne chiesto il pagamento di 2500 euro. La camorra stracciona di Forcella e dintorni non disdegnava nemmeno le rapine e nei furti di pezzi di ricambio di autovetture, delitti tradizionalmente commessi da una manovalanza criminale e tossica. Per metterli a segno si utilizzavano anche i percorsi della rete fognaria sotterranea, della quale un esponente del clan Stolder-Ferraiuolo pare fosse espertissimo (e non a caso chiamato con il soprannome di «Marmotta»): al punto che un giorno alcuni affiliati pianificarono il tentativo di omicidio di un fedelissimo dei Mazzarella proprio spuntando dai tombini. Naturalmente i proventi di ogni reato – a cominciare dalla vendita della droga – servivano anche a pagare le «mesate» agli affiliati e per garantire a chi era finito in carcere di potersi permettere assistenza legale, oltre che a mantenere le rispettive famiglie. Un controllo capillare del territorio che, purtroppo, oggi – e con protagonisti nuovi e diversi da quelli di soli quattro anni fa – non pare essersi allentato. Di faida in faida, nella notte buia del Medio Evo di Malanapoli. (Giuseppe Crimaldi – Il Mattino)