Paolo Cannavaro, dall’emozione del ritorno al dolore per l’infortunio dopo soli 22 minuti

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Non è stato il ritorno che immaginava. O quello che voleva. È durata ventidue minuti la partita di Paolo Cannavaro: il tempo di disimpegnarsi efficacemente in un paio di occasioni, poi il crac. Colpa di Andujar e di un lancio trasformatosi in assist, l’allungo del difensore, l’aggancio non riuscito: il Napoli spreca un’occasione ghiotta e lui si accascia. Mano dietro il flessore, sguardo perso verso la panchina: un classico se c’è di mezzo uno stiramento. Eppure era stato accolto con tutti gli onori del caso. Un boato quando ha messo piede in campo per il riscaldamento, il momento più difficile della serata dal punto di vista emotivo. Poi si è sbloccato, il torello e il palleggio gli hanno fatto azzerare la tensione. Quando le squadre hanno guadagnato il manto verde, riecheggiavano le note di Pino Daniele, un napoletano come lui non può far finta di niente. Ci prova, è la legge dell’ex. Lo striscione srotolato in Curva, quello sì che gli fa salire un groppo alla gola: «Ti hanno tolto la maglia ma non la fede. Bentornato a casa capitano». E la partita tutto sommato si mette bene. Il Napoli attacca poco e male, sembra una serata tranquilla. Ma il bello (per gli azzurri) deve ancora venire, così come il brutto (per il Sassuolo): Antei va ko, prima tegola per Di Francesco costretto a inventarsi Biondini difensore. Una manciata di minuti e stessa sorte tocca a Cannavaro, che non molla e prova a correre. «Mister ma come fa Paolo a resistere in quelle condizioni?», chiede Acerbi rivolto alla panchina. E Di Francesco: «Se non me lo chiede lui, non posso sostituirlo». Infatti dopo un paio di minuti il cerchio si chiude: Paolo alza bandiera bianca. I compagni lo abbracciano, il San Paolo applaude ancora. Si accomoda in panchina, la delusione è tutta nell’espressione colorita in napoletano che mette fine a una serata storta solo per lui. (Angelo Rossi – Il Mattino) 

Non è stato il ritorno che immaginava. O quello che voleva. È durata ventidue minuti la partita di Paolo Cannavaro: il tempo di disimpegnarsi efficacemente in un paio di occasioni, poi il crac. Colpa di Andujar e di un lancio trasformatosi in assist, l’allungo del difensore, l’aggancio non riuscito: il Napoli spreca un’occasione ghiotta e lui si accascia. Mano dietro il flessore, sguardo perso verso la panchina: un classico se c’è di mezzo uno stiramento. Eppure era stato accolto con tutti gli onori del caso. Un boato quando ha messo piede in campo per il riscaldamento, il momento più difficile della serata dal punto di vista emotivo. Poi si è sbloccato, il torello e il palleggio gli hanno fatto azzerare la tensione. Quando le squadre hanno guadagnato il manto verde, riecheggiavano le note di Pino Daniele, un napoletano come lui non può far finta di niente. Ci prova, è la legge dell’ex. Lo striscione srotolato in Curva, quello sì che gli fa salire un groppo alla gola: «Ti hanno tolto la maglia ma non la fede. Bentornato a casa capitano». E la partita tutto sommato si mette bene. Il Napoli attacca poco e male, sembra una serata tranquilla. Ma il bello (per gli azzurri) deve ancora venire, così come il brutto (per il Sassuolo): Antei va ko, prima tegola per Di Francesco costretto a inventarsi Biondini difensore. Una manciata di minuti e stessa sorte tocca a Cannavaro, che non molla e prova a correre. «Mister ma come fa Paolo a resistere in quelle condizioni?», chiede Acerbi rivolto alla panchina. E Di Francesco: «Se non me lo chiede lui, non posso sostituirlo». Infatti dopo un paio di minuti il cerchio si chiude: Paolo alza bandiera bianca. I compagni lo abbracciano, il San Paolo applaude ancora. Si accomoda in panchina, la delusione è tutta nell’espressione colorita in napoletano che mette fine a una serata storta solo per lui. (Angelo Rossi – Il Mattino)