Torre Annunziata. Riemergono dalle sabbie di Oplonti le meraviglie della Villa di Poppea

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Torre Annunziata. Ci sono anche affreschi del cosiddetto «terzo stile» (un tipo di decorazione che mostra con strutture piatte e aree dipinte di un unico colore) a fondo bianco con fascia rossa nel settore della villa di Poppea ancora sotto terra. Li hanno rinvenuti, qualche giorno fa, gli archeologi della Soprintendenza di Pompei sull’intonaco del registro superiore del criptoportico (era un’area di passaggio, o corridoio, coperta) che si trova su una delle terrazze che dalla domus scendevano sulla spiaggia antica di Oplontis. Poco più in là, in prossimità del canale Conte Sarno, è venuto alla luce un pezzo di pavimento mosaicato identico a quelli che impreziosiscono uno dei peristili recuperati della villa. E, come quelli, i mosaici sono di età augustea, costruiti con tessere bianche intercalate con altre di colore nero. Le tessere nere sono quelle più grandi e sono distanti tre centimetri e mezzo l’una dall’altra. Tanto le pitture quanto il mosaico non saranno riportati alla luce se non si potrà intervenire anche per un primo restauro che ne garantisca la salvaguardia. Pezzo su pezzo, così si sta ricostruendo la storia di una delle più belle ville romane dell’area vesuviana: la domus che alcuni dicono appartenuta a Poppea Sabina, la seconda moglie dell’imperatore Nerone, e che per una gran parte rimane ancora coperta da ceneri, lapilli e costruzioni moderne. E questo anche se le prime indagini tese a individuare resti archeologici risalgono al periodo Murattiano e i primi rinvenimenti sono databili al 1839, allorché uno scavo più approfondito consentiva il rinvenimento del «peristilio di una grandiosa casa romana», come segnalava Michele Rusca, l’incaricato della direzione degli scavi. E così, è stato anche riportata alla luce, quattordici metri sotto il livello dell’attuale calpestio quella che doveva essere la linea di costa antica, la marina sulla quale si affacciava dal lato sud la grandiosa dimora. E con uno scenario incomparabile: la vista del Golfo di Napoli, da Baia a Sorrento. Con una serie ininterrotta di domus e ville patrizie. Antonella Bonini, funzionaria archeologa della Soprintendenza pompeiana, che coordina il gruppo di lavoro che scava in questo settore della villa, sottolinea come «queste ville hanno un loro accesso dal lato della campagna, sull’ager pompeiaus, e dal lato mare hanno una serie di terrazze degradanti che fanno raggiungere la villa la quota mare anche con un accesso diretto dalla spiaggia». Tra le altre, elemento importantissimo per comprendere la situazione dell’area al momento dell’eruzione del 79 dopo Cristo, le indagini hanno anche evidenziato che le strutture situate alla profondità di dieci metri non solo sono coperte da riporti e crolli della villa, già precedenti al 79, ma vanno a finire sotto il livello del mare. Dunque, se ci sono strutture a livello inferiore, queste sono andate a finire sott’acqua. Vale a dire che la violenza del terremoto del 62 dopo Cristo in una certa misura dovette cambiare la geofisica della costa. Altro dato interessante è la tipologia del criptoportico che riprende tanto quelli della villa dei Papiri, a Ercolano, quanto gli altri della villa di Fabio Rufo a Pompei. «Sono – spiega Mario Grimaldi, l’archeologo che dirige lo scavo – strutture degradanti verso il mare con questa alternanza di semicolonne (colonne che per metà della loro parte fanno parte di un muro) lesene (elementi architettonici) ed archi». Tutto, ovviamente in crollo, forse risalente a un periodo preeruzione come sostiene anche John Robert Clarke, l’archeologo dell’Università di Austin in Texas, impegnato a scavare nella vicina villa di Lucio Crassio Terzio o «villa B». Nello scavo attuale è stata rinvenuta anche la base, in marmo, di un’erma, numerose tegole con bolli e un pavimento in cocciopesto (dunque chiaramente per uso esterno) appartenente al solarium di una terrazza soprastante, che ha collassato, non si capisce ancora bene se durante l’eruzione o nel corso dei terremoti che l’avevano preceduta, ed è sceso in verticale, appoggiandosi sul terrazzamento sottostante. Si è scoperto, ancora, che la villa, nella sua parte edificata più antica, era stata messa in opera usando schiuma di lava e malta terrosa. Materiali di costruzione estremamente poveri e dunque facilmente degradabili. (Carlo Avvisati – Il Mattino) 

Torre Annunziata. Ci sono anche affreschi del cosiddetto «terzo stile» (un tipo di decorazione che mostra con strutture piatte e aree dipinte di un unico colore) a fondo bianco con fascia rossa nel settore della villa di Poppea ancora sotto terra. Li hanno rinvenuti, qualche giorno fa, gli archeologi della Soprintendenza di Pompei sull’intonaco del registro superiore del criptoportico (era un’area di passaggio, o corridoio, coperta) che si trova su una delle terrazze che dalla domus scendevano sulla spiaggia antica di Oplontis. Poco più in là, in prossimità del canale Conte Sarno, è venuto alla luce un pezzo di pavimento mosaicato identico a quelli che impreziosiscono uno dei peristili recuperati della villa. E, come quelli, i mosaici sono di età augustea, costruiti con tessere bianche intercalate con altre di colore nero. Le tessere nere sono quelle più grandi e sono distanti tre centimetri e mezzo l’una dall’altra. Tanto le pitture quanto il mosaico non saranno riportati alla luce se non si potrà intervenire anche per un primo restauro che ne garantisca la salvaguardia. Pezzo su pezzo, così si sta ricostruendo la storia di una delle più belle ville romane dell’area vesuviana: la domus che alcuni dicono appartenuta a Poppea Sabina, la seconda moglie dell’imperatore Nerone, e che per una gran parte rimane ancora coperta da ceneri, lapilli e costruzioni moderne. E questo anche se le prime indagini tese a individuare resti archeologici risalgono al periodo Murattiano e i primi rinvenimenti sono databili al 1839, allorché uno scavo più approfondito consentiva il rinvenimento del «peristilio di una grandiosa casa romana», come segnalava Michele Rusca, l’incaricato della direzione degli scavi. E così, è stato anche riportata alla luce, quattordici metri sotto il livello dell’attuale calpestio quella che doveva essere la linea di costa antica, la marina sulla quale si affacciava dal lato sud la grandiosa dimora. E con uno scenario incomparabile: la vista del Golfo di Napoli, da Baia a Sorrento. Con una serie ininterrotta di domus e ville patrizie. Antonella Bonini, funzionaria archeologa della Soprintendenza pompeiana, che coordina il gruppo di lavoro che scava in questo settore della villa, sottolinea come «queste ville hanno un loro accesso dal lato della campagna, sull’ager pompeiaus, e dal lato mare hanno una serie di terrazze degradanti che fanno raggiungere la villa la quota mare anche con un accesso diretto dalla spiaggia». Tra le altre, elemento importantissimo per comprendere la situazione dell’area al momento dell’eruzione del 79 dopo Cristo, le indagini hanno anche evidenziato che le strutture situate alla profondità di dieci metri non solo sono coperte da riporti e crolli della villa, già precedenti al 79, ma vanno a finire sotto il livello del mare. Dunque, se ci sono strutture a livello inferiore, queste sono andate a finire sott’acqua. Vale a dire che la violenza del terremoto del 62 dopo Cristo in una certa misura dovette cambiare la geofisica della costa. Altro dato interessante è la tipologia del criptoportico che riprende tanto quelli della villa dei Papiri, a Ercolano, quanto gli altri della villa di Fabio Rufo a Pompei. «Sono – spiega Mario Grimaldi, l’archeologo che dirige lo scavo – strutture degradanti verso il mare con questa alternanza di semicolonne (colonne che per metà della loro parte fanno parte di un muro) lesene (elementi architettonici) ed archi». Tutto, ovviamente in crollo, forse risalente a un periodo preeruzione come sostiene anche John Robert Clarke, l’archeologo dell’Università di Austin in Texas, impegnato a scavare nella vicina villa di Lucio Crassio Terzio o «villa B». Nello scavo attuale è stata rinvenuta anche la base, in marmo, di un’erma, numerose tegole con bolli e un pavimento in cocciopesto (dunque chiaramente per uso esterno) appartenente al solarium di una terrazza soprastante, che ha collassato, non si capisce ancora bene se durante l’eruzione o nel corso dei terremoti che l’avevano preceduta, ed è sceso in verticale, appoggiandosi sul terrazzamento sottostante. Si è scoperto, ancora, che la villa, nella sua parte edificata più antica, era stata messa in opera usando schiuma di lava e malta terrosa. Materiali di costruzione estremamente poveri e dunque facilmente degradabili. (Carlo Avvisati – Il Mattino)