Cav. Attilio De Lisa: ”Sergio Mattarella è come Papa Francesco”

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Regione Campania e provincia di Salerno

Dal Cav. Attilio De Lisa di Sanza della Diocesi di Teggiano-Policastro quale cattolico cristiano praticante vicino alla Santa Sede,al Santo Padre,Benedetto XVI,alla Segreteria dello Stato Vaticano,alla CEI,alla Nunziatura Apostolica,alla Santa Romana Chiesa e a Città del Vaticano compreso la Diocesi di Roma insieme a tutte le altre Campane e Italiane.
E’ l’inattesa sintonia tra Quirinale e Vaticano,in nome del riformismo cattolico.

L’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica segna la rivincita in grande stile dei cattolici adulti, ovvero di quei credenti che hanno voluto riaffermare l’autonomia dei politici impegnati nella vita pubblica dalle gerarchie ecclesiastiche, dalle direttive politiche impartite dalla conferenza episcopale negli anni del cardinale Camillo Ruini. Si tratta di quel gruppo di dirigenti ex democristiani che, con l’avvento della seconda repubblica, non hanno aderito al neoclericalismo dilagante e alle teorie dei neconservatori americani, scegliendo invece la strada del riformismo, e quindi dell’alleanza con la sinistra, rispetto alla via obbligata dell’abbraccio berlusconiano quale unico modo per difendere i principi non negoziabili.
Era solo pochi anni fa, ma Rosi Bindi, Romano Prodi, Pierluigi Castagnetti e con loro altri fra i quali Sergio Mattarella, facevano parte degli ‘indesiderabili’ per una Chiesa italiana che aveva trasformato la bioetica in ideologia integralista e costruito intorno ad essa il principio dell’alleanza strategica con il centrodestra berlusconiano. E’ del resto lungo quel cammino che il cardinale Ruini si era mosso, prima con una sapiente opera di normalizzazione interna e poi costruendo – all’indomani di tangentopoli e della fine della guerra fredda – un’intesa preferenziale con il centrodestra. La Chiesa ci metteva l’ideologia, Berlusconi, Fini e Casini fornivano la sponda legislativa alle richieste della Cei. Il disegno si frantumerà col tempo e lo stesso Fini ben presto nel tentativo – infine fallito – di costruire una destra europea e laica, si scontrerà con il Vaticano.
Sono stati gli anni in cui non veniva concessa una chiesa per i funerali di Piergiorgio Welby, del rifiuto, ribadito ossessivamente, verso qualsiasi forma di riconoscimento dei diritti per le unioni omosessuali. Il cattolico adulto Prodi venne allora isolato dalla Chiesa-istituzione insieme a quel gruppo di cattolici laici che militavano nel Ppi, nell’Ulivo, nella Margherita e infine nel Pd, e tutto sommato vennero isolati anche da un mondo associativo cattolico che di fatto non si pronunciò mai pubblicamente in dissenso con la linea ruiniana.
Vista da questa angolatura, la storia democristiana di Mattarella che pure c’è e ha il suo peso, è anche – e forse soprattutto – una storia della seconda repubblica. Alcuni nomi e fatti ci aiutano a capire. Le parole di stima dette oggi da molti ex colleghi della Dc sono sincere, eppure le loro biografie politiche parlano lingue diverse. Se da una parte ci sono quei fondatori del Ppi (il partito popolare italiano) che crederà nell’Ulivo, nell’alleanza con i Ds e quindi nel partito democratico, dall’altra incontriamo i vari Buttiglione, Giovanardi, Casini e il gruppo ciellino di Formigoni e Lupi, raccontano un’altra storia: quella di una alleanza forzosa con Berlusconi e i suoi modelli culturali e istituzionali, e poi la ricerca di una rinascita centrista moderata perduta e mai compiuta fino in fondo.
L’elezione di Mattarella è quindi la vittoria di una parte della storia democristiana, non di tutta, quella che ha visto nella caduta del Muro di Berlino l’occasione per allargare il campo riformista incontrandosi con le tradizioni della sinistra italiana. E’ dunque una storia della seconda repubblica con radici lontane ben piantate nella prima ed è in questa prospettiva che Mattarella è potuto essere ministro e vicepresidente del Consiglio nei governi D’Alema e Amato; infine non va dimenticato che nel Parlamento europeo il suo partito, il Pd, proprio quando era guidato da Renzi, ha scelto il campo dei socialisti e dei progressisti, mentre il Ppe, negli anni, si era allargato prima a Forza Italia e poi al Popolo delle libertà nelle cui file militava il gruppo dirigente post-missino di Alleanza nazionale. Solo la pioggia di scandali che investì l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, indusse poi, faticosamente, a una riflessione i vertici di un episcopato e di un mondo cattolico che era rimasto per molti versi atrofizzato. Eppure anche in quella fase, sotto la guida prudente del cardinal Bagnasco, la Cei sembrò sperare fino all’ultimo che l’esperimento Alfano di un centrismo moderato di destra prevalesse nel lento declino del Cavaliere.
Così fatto simbolico ma nemmeno troppo è che fra le conseguenze dell’elezione di Mattarella ci sono state le dimissioni di Maurzio Sacconi da capogruppo al Senato dell’Ncd alfaniano; Sacconi, pure proveniente dall’area socialista della prima repubblica, è stato infatti a lungo parte di quel gruppo di cattolici e laici che hanno appoggiato e sostenuto a spada tratta la linea del cardinal Ruini come schermo ideologico da contrapporre al centrosinistra italiano.
Infine è accaduto qualcosa anche nella Chiesa e, secondo un percorso storico che fino a pochi anni fa non era prevedibile, il presidente della Repubblica di formazione cattolica si trova ora in sintonia con un papa per il quale i principi non negoziabili non sono più centrali, non più esclusivi, non più origine di tutto il magistero. La rivoluzione d’Oltretevere in questo senso, cioè indirettamente, per affinità elettive e di sensibilità e non per le vecchie ingerenze, tocca anche il Quirinale. Per il Papa il Vangelo viene reinterpretato alla luce della condizione umana contemporanea, i temi delle ingiustizie sociali, del no alle guerre, dell’impegno in favore degli immigrati, della famiglia come comunità e non più quale bandiera ideologica, disegnano un altro cattolicesimo che ora può riprendere voce. E allora si può anche notare come Mattarella appena eletto sia andato alle Fosse Ardeatine, mentre papa Francesco quale vescovo di Roma, nell’ottobre del 2013, impedì che nelle chiese della capitale venissero celebrate le esequie del boia della Fosse Ardeatine, il capitano delle SS Erich Priebke.
La sobrietà tanto evocata di Mattarella, insomma, non è silenzio o esteriorità, è il rifiuto di un mondo rumoroso e dichiarativo che si adegua all’idea della mercificazione dell’umano come unico idolo del tempo in cui viviamo. Bigotti, codini, antichi, superati, antimoderni, così sono stati apostrofati quegli ex democristiani di sinistra che, anche più della tradizione post-comunista, hanno detto un no profondo e antico, quasi istintivo, al berlusconismo quale virus antidemocratico. E allora in questa vicenda ci sono forse anche i presupposti per rileggere in modo articolato la storia di quella prima repubblica dove, pure all’interno degli stessi partiti, sussistevano visioni diverse e si lavorava per opposte prospettive poi divenute realtà negli ultimi vent’anni. Così Aldo Moro e Giulio Andreotti non sono la stessa cosa e se oggi si parla di La Pira, Dossetti, Scoppola, del cardinal Martini, è perché in quel filone del cattolicesimo italiano si è espresso uno spirito repubblicano che ha guardato alla modernità senza paure, cercando nel rapporto con i filoni del riformismo italiano una possibile strada per la crescita civile del Paese senza rinunciare alla tradizione cristiana.Regione Campania e provincia di Salerno

Dal Cav. Attilio De Lisa di Sanza della Diocesi di Teggiano-Policastro quale cattolico cristiano praticante vicino alla Santa Sede,al Santo Padre,Benedetto XVI,alla Segreteria dello Stato Vaticano,alla CEI,alla Nunziatura Apostolica,alla Santa Romana Chiesa e a Città del Vaticano compreso la Diocesi di Roma insieme a tutte le altre Campane e Italiane.
E’ l’inattesa sintonia tra Quirinale e Vaticano,in nome del riformismo cattolico.

L’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica segna la rivincita in grande stile dei cattolici adulti, ovvero di quei credenti che hanno voluto riaffermare l’autonomia dei politici impegnati nella vita pubblica dalle gerarchie ecclesiastiche, dalle direttive politiche impartite dalla conferenza episcopale negli anni del cardinale Camillo Ruini. Si tratta di quel gruppo di dirigenti ex democristiani che, con l’avvento della seconda repubblica, non hanno aderito al neoclericalismo dilagante e alle teorie dei neconservatori americani, scegliendo invece la strada del riformismo, e quindi dell’alleanza con la sinistra, rispetto alla via obbligata dell’abbraccio berlusconiano quale unico modo per difendere i principi non negoziabili.
Era solo pochi anni fa, ma Rosi Bindi, Romano Prodi, Pierluigi Castagnetti e con loro altri fra i quali Sergio Mattarella, facevano parte degli ‘indesiderabili’ per una Chiesa italiana che aveva trasformato la bioetica in ideologia integralista e costruito intorno ad essa il principio dell’alleanza strategica con il centrodestra berlusconiano. E’ del resto lungo quel cammino che il cardinale Ruini si era mosso, prima con una sapiente opera di normalizzazione interna e poi costruendo – all’indomani di tangentopoli e della fine della guerra fredda – un’intesa preferenziale con il centrodestra. La Chiesa ci metteva l’ideologia, Berlusconi, Fini e Casini fornivano la sponda legislativa alle richieste della Cei. Il disegno si frantumerà col tempo e lo stesso Fini ben presto nel tentativo – infine fallito – di costruire una destra europea e laica, si scontrerà con il Vaticano.
Sono stati gli anni in cui non veniva concessa una chiesa per i funerali di Piergiorgio Welby, del rifiuto, ribadito ossessivamente, verso qualsiasi forma di riconoscimento dei diritti per le unioni omosessuali. Il cattolico adulto Prodi venne allora isolato dalla Chiesa-istituzione insieme a quel gruppo di cattolici laici che militavano nel Ppi, nell’Ulivo, nella Margherita e infine nel Pd, e tutto sommato vennero isolati anche da un mondo associativo cattolico che di fatto non si pronunciò mai pubblicamente in dissenso con la linea ruiniana.
Vista da questa angolatura, la storia democristiana di Mattarella che pure c’è e ha il suo peso, è anche – e forse soprattutto – una storia della seconda repubblica. Alcuni nomi e fatti ci aiutano a capire. Le parole di stima dette oggi da molti ex colleghi della Dc sono sincere, eppure le loro biografie politiche parlano lingue diverse. Se da una parte ci sono quei fondatori del Ppi (il partito popolare italiano) che crederà nell’Ulivo, nell’alleanza con i Ds e quindi nel partito democratico, dall’altra incontriamo i vari Buttiglione, Giovanardi, Casini e il gruppo ciellino di Formigoni e Lupi, raccontano un’altra storia: quella di una alleanza forzosa con Berlusconi e i suoi modelli culturali e istituzionali, e poi la ricerca di una rinascita centrista moderata perduta e mai compiuta fino in fondo.
L’elezione di Mattarella è quindi la vittoria di una parte della storia democristiana, non di tutta, quella che ha visto nella caduta del Muro di Berlino l’occasione per allargare il campo riformista incontrandosi con le tradizioni della sinistra italiana. E’ dunque una storia della seconda repubblica con radici lontane ben piantate nella prima ed è in questa prospettiva che Mattarella è potuto essere ministro e vicepresidente del Consiglio nei governi D’Alema e Amato; infine non va dimenticato che nel Parlamento europeo il suo partito, il Pd, proprio quando era guidato da Renzi, ha scelto il campo dei socialisti e dei progressisti, mentre il Ppe, negli anni, si era allargato prima a Forza Italia e poi al Popolo delle libertà nelle cui file militava il gruppo dirigente post-missino di Alleanza nazionale. Solo la pioggia di scandali che investì l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, indusse poi, faticosamente, a una riflessione i vertici di un episcopato e di un mondo cattolico che era rimasto per molti versi atrofizzato. Eppure anche in quella fase, sotto la guida prudente del cardinal Bagnasco, la Cei sembrò sperare fino all’ultimo che l’esperimento Alfano di un centrismo moderato di destra prevalesse nel lento declino del Cavaliere.
Così fatto simbolico ma nemmeno troppo è che fra le conseguenze dell’elezione di Mattarella ci sono state le dimissioni di Maurzio Sacconi da capogruppo al Senato dell’Ncd alfaniano; Sacconi, pure proveniente dall’area socialista della prima repubblica, è stato infatti a lungo parte di quel gruppo di cattolici e laici che hanno appoggiato e sostenuto a spada tratta la linea del cardinal Ruini come schermo ideologico da contrapporre al centrosinistra italiano.
Infine è accaduto qualcosa anche nella Chiesa e, secondo un percorso storico che fino a pochi anni fa non era prevedibile, il presidente della Repubblica di formazione cattolica si trova ora in sintonia con un papa per il quale i principi non negoziabili non sono più centrali, non più esclusivi, non più origine di tutto il magistero. La rivoluzione d’Oltretevere in questo senso, cioè indirettamente, per affinità elettive e di sensibilità e non per le vecchie ingerenze, tocca anche il Quirinale. Per il Papa il Vangelo viene reinterpretato alla luce della condizione umana contemporanea, i temi delle ingiustizie sociali, del no alle guerre, dell’impegno in favore degli immigrati, della famiglia come comunità e non più quale bandiera ideologica, disegnano un altro cattolicesimo che ora può riprendere voce. E allora si può anche notare come Mattarella appena eletto sia andato alle Fosse Ardeatine, mentre papa Francesco quale vescovo di Roma, nell’ottobre del 2013, impedì che nelle chiese della capitale venissero celebrate le esequie del boia della Fosse Ardeatine, il capitano delle SS Erich Priebke.
La sobrietà tanto evocata di Mattarella, insomma, non è silenzio o esteriorità, è il rifiuto di un mondo rumoroso e dichiarativo che si adegua all’idea della mercificazione dell’umano come unico idolo del tempo in cui viviamo. Bigotti, codini, antichi, superati, antimoderni, così sono stati apostrofati quegli ex democristiani di sinistra che, anche più della tradizione post-comunista, hanno detto un no profondo e antico, quasi istintivo, al berlusconismo quale virus antidemocratico. E allora in questa vicenda ci sono forse anche i presupposti per rileggere in modo articolato la storia di quella prima repubblica dove, pure all’interno degli stessi partiti, sussistevano visioni diverse e si lavorava per opposte prospettive poi divenute realtà negli ultimi vent’anni. Così Aldo Moro e Giulio Andreotti non sono la stessa cosa e se oggi si parla di La Pira, Dossetti, Scoppola, del cardinal Martini, è perché in quel filone del cattolicesimo italiano si è espresso uno spirito repubblicano che ha guardato alla modernità senza paure, cercando nel rapporto con i filoni del riformismo italiano una possibile strada per la crescita civile del Paese senza rinunciare alla tradizione cristiana.