Napolitano e i governi tecnici-esistono soltanto quelli politici

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Napolitano e i governi tecnici: esistono soltanto quelli politici

Il capo dello Stato: «Ho reagito quando chi non ha competenza ipotizzava persino il voto a novembre

Il paese ha bisogno di risposte ai problemi anzichè di rese dei conti e annunci minacciosi». Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, interviene sulle tensioni nella maggioranza.

«O questo esecutivo o le urne», minacciano ormai da due settimane i falchi di Berlusconi. E contro ogni scenario alternativo — come un governo tecnico, di garanzia, istituzionale, di responsabilità o comunque lo si voglia chiamare — qualcuno (ad esempio il capogruppo del Pdl alla Camera, Cicchitto) materializza addirittura un ricorso alla piazza che porterebbe l’Italia a una «profonda destabilizzazione». Parole alle quali si sono aggiunti ieri alcuni sospettosi giudizi dello stesso fronte, che mettono in dubbio la «neutralità» di Giorgio Napolitano. Colpevole, secondo tali avvertimenti, felpati solo in apparenza, di aver lanciato uno sgradito allarme su tre fronti: 1) sulle ricadute che un «vuoto politico e una gelata elettorale» potrebbero avere sulla ripresa dell’economia; 2) sulle troppo disinvolte ipotesi di una fine anticipata della legislatura; 3) sulla «censurabile» campagna di delegittimazione scatenata contro la terza carica dello Stato, Gianfranco Fini. Riflessioni inquiete che il presidente della Repubblica prima d’imbarcarsi da Stromboli aveva affidato giovedì a una cronista dell’Unità: cosa pure questa contestata, quasi si fosse trattato di una scelta di campo.

Ora, rientrato al Quirinale, Napolitano evita di «commentare i commenti». Se non altro perché si troverebbe costretto a ripetere per l’ennesima volta — oltre alle sue preoccupazioni per il «senso di precarietà e incertezza su quanto può accadere sul piano della governabilità e della capacità di risposta delle istituzioni ai problemi del Paese» — una serie di principi e regole costituzionali che dovrebbero essere patrimonio acquisito da tutti. Anche dal presidente del Senato — viene da pensare — dal momento che Renato Schifani dall’alto della propria carica ha bocciato l’opzione di un governo tecnico (magari con l’unico mandato di varare una nuova legge elettorale), sposando invece il drastico aut aut sul quale insistono molti esponenti del Popolo della Libertà. Il voto come unica strada, dunque, considerando un «rito contrario alla democrazia e alla volontà popolare» qualsiasi ricerca di una terza via? È un terreno minato, sul quale il capo dello Stato non intende seguire nessuno o aggiungere nulla. «Lascio parlare. Io non posso, e non debbo, fare considerazioni sulla possibile composizione del conflitto interno alla maggioranza».

Lui, spiega, si è «limitato a far capire a quanti si esercitano in continue congetture sul voto, indicando persino qualche data fra novembre e dicembre prossimi, che è bene si astengano perché questo non è di loro competenza». Non è possibile dire, «senza averne titolo e in modo sbrigativo e strumentale», che la legislatura si chiude senza che sia chiaro a chi compete davvero dichiararne la fine… «A queste cose ho reagito». Quando poi sente proclamare l’impossibilità di dar vita a un governo tecnico, beh, allora Napolitano obietta che si entra sul terreno, vago e futile, dei «nominalismi». Che cos’è, infatti, un governo tecnico? si chiede. Quali sono definibili in questa maniera, dal momento che la storia repubblicana ha registrato sempre e soltanto l’esistenza di esecutivi parlamentari, investiti con un voto di fiducia da parte di una maggioranza delle Camere? Per lui non fu un governo tecnico neppure quello guidato da Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, nel quale (tranne il premier chiamato da Bankitalia) tutti i ministri erano non a caso rappresentanti dei partiti. Mentre, a parti invertite, il governo di Lamberto Dini (eccettuato appunto il premier, ex ministro del Tesoro indicato per Palazzo Chigi da Berlusconi) «aveva invece un più spiccato profilo tecnico», considerando la provenienza dei responsabili dei dicasteri. Insomma, secondo il ragionamento di Napolitano, non esistono esecutivi tecnici che nascano dalla volontà del capo dello Stato: ci sono esecutivi, qualunque sia la loro composizione, che nascono dal fatto che il Parlamento dà loro, a maggioranza, la fiducia. Ed è questa, al di là delle illazioni sulle quali oggi aspramente si scontra la politica, la bussola che deve ispirare le mosse del Quirinale nel caso di una crisi (che va comunque parlamentarizzata), prima di congedare le Camere.

L’altra polemica rinfocolata dal Pdl riguarda l’altolà del presidente della Repubblica alla campagna di veleni su Gianfranco Fini. Si recrimina che analoghi interventi di tutela non ci furono all’epoca in cui era Silvio Berlusconi a subire accuse (non solo politiche) al limite della delegittimazione. Recriminazioni che Napolitano liquida come sbagliate, perché non tengono conto del fatto che, quando è sotto attacco il presidente del Consiglio o un membro del governo o persino un sottosegretario, «c’è un luogo dove può avvenire il confronto e dove si possono prendere decisioni, e questo luogo è il Parlamento». Ciò che normalmente avviene, attraverso le mozioni di sfiducia o, al contrario, attraverso voti di fiducia. Al contrario, nel caso dei presidenti delle Camere un simile sbocco parlamentare non esiste, per la semplice ragione che «non esiste una procedura di revoca». Naturalmente tutti, dal presidente della Repubblica al presidente di un Consiglio di circoscrizione, possono dimettersi. Ma, ricorda severamente il capo dello Stato, una campagna di «pura pressione delegittimante» come quella in corso, è pericolosa perché mette il presidente di Montecitorio nell’impossibilità di garantire l’attività legislativa. «Una funzione essenziale, che va preservata da speculazioni e attacchi politici». Ecco perché insiste a sollecitare «uno sforzo di responsabile ponderazione tra le esigenze della chiarezza politica e quelle della continuità della vita istituzionale». Guardando al Paese che «ha bisogno di risposte ai problemi anziché di rese dei conti e annunci minacciosi».

Marzio Breda                 miki de lucia