Parolisi. La Cassazione: ridurre la pena. «Non c’è stata crudeltà». Annullata la condanna a trenta anni di carcere

0

Salvatore Parolisi resta l’assassino di sua moglie, Melania Rea, ma la pena a 30 anni di carcere dovrà essergli comunque ridotta. Lo ha deciso ieri sera, con una sentenza arrivata pochi minuti prima delle nove, dopo quattro ore di camera di consiglio, la prima sezione penale della Corte di Cassazione. Dovrà scontare sicuramente meno di trent’anni, Parolisi, perché la Cassazione ha ritenuto che non gli debba essere riconosciuta anche l’aggravante della crudeltà. Debbono aver fatto breccia tra i giudici, evidentemente, le parole pronunciate nell’ultima arringa, quella dell’avvocato Titta Madia, che parecchio si è soffermato proprio sulla «mancanza di crudeltà» in quel delitto. In senso tecnico, ovviamente, perché l’omicidio di Melania «resta esecrabile» – venne uccisa con 35 coltellate – ma sventolando davanti alla Corte almeno tre o quattro recenti sentenze sull’argomento. Infierire su un corpo con un bastone chiodato, cavare gli occhi alla vittima, tentare di bruciarla viva, ecco, solo in casi limite come questi, secondo l’avvocato Madia, si può applicare l’aggravante della crudeltà. E la Corte, a giudicare dal dispositivo, gli ha dato ragione. Non gli ha creduto, invece, quando l’avvocato Madia si è spinto a dipingere Parolisi come «un mostro creato dai media», quando ha filosofeggiato sulle diverse motivazioni delle sentenze di primo e secondo grado, quando si è soffermato sul famoso testimone Ranelli, l’uomo del bar di Colle San Marco, preso a verbale solo dai carabinieri e mai ascoltato dai giudici. Questo per dire che tutto l’impianto dell’accusa ha retto, che «la pluralità e assoluta convergenza di indizi» sottolineata dal procuratore generale Maria Giuseppina Fodaroni nel chiedere la conferma della condanna a trent’anni, è risultata evidente anche ai giudici. Salvatore Parolisi, 34 anni, di Frattamaggiore provincia di Napoli, ex caporale dell’Esercito, è«definitivamente» un assassino, come ha voluto puntualizzare alla fine l’avvocato Mauro Gionni, che rappresentava la famiglia di Melania. Come ha voluto gridare al mondo Michele Rea, il fratello di Melania: «Volevamo l’assassino di mia sorella e l’abbiamo trovato. L’assassino che abbiamo sempre ritenuto tale». Per la difesa di Parolisi, che non rinuncia all’ipotesi di un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, ha parlato l’avvocato Valter Biscotti: «La condanna a 30 anni non esiste più. Non è questa la sentenza che volevamo, ma a piccoli passi stiamo andando nella direzione giusta. I giudici di Perugia rivaluteranno complessivamente». Quanto «complessivamente» è difficile da dire, la sentenza sembra fin troppo chiara: gli va solo ridotta la pena. La storia è quella che quattro anni fa ha inchiodato per mesi l’Italia intera. Una giovane mamma, una bella donna, che scompare il lunedì prima di Pasqua, il marito che dà l’allarme alle tre e mezza di quel pomeriggio, il 18 aprile del 2011, a un bar di Colle San Marco, sui monti sopra Ascoli Piceno. Ha con sé la piccola Vittoria, di appena 18 mesi, che una volta arrestato non rivedrà più. Passeranno quarantott’ore di inutili ricerche e poi arriverà una telefonata anonima: nel bosco di Ripe di Civitella, a una manciata di chilometri, c’è un cadavere di donna, è quello di Melania. Messo sotto torchio, giorno dopo giorno, Salvatore Parolisi metterà insieme una montagna di bugie, tenterà tutta una serie di depistaggi, almeno agli occhi degli investigatori, e soprattutto si scoprirà la sua doppia vita: le storie con le ragazze che addestrava in caserma, e soprattutto un’amante fissa. (Nino Cirillo – Il Mattino)

Salvatore Parolisi resta l’assassino di sua moglie, Melania Rea, ma la pena a 30 anni di carcere dovrà essergli comunque ridotta. Lo ha deciso ieri sera, con una sentenza arrivata pochi minuti prima delle nove, dopo quattro ore di camera di consiglio, la prima sezione penale della Corte di Cassazione. Dovrà scontare sicuramente meno di trent’anni, Parolisi, perché la Cassazione ha ritenuto che non gli debba essere riconosciuta anche l’aggravante della crudeltà. Debbono aver fatto breccia tra i giudici, evidentemente, le parole pronunciate nell’ultima arringa, quella dell’avvocato Titta Madia, che parecchio si è soffermato proprio sulla «mancanza di crudeltà» in quel delitto. In senso tecnico, ovviamente, perché l’omicidio di Melania «resta esecrabile» – venne uccisa con 35 coltellate – ma sventolando davanti alla Corte almeno tre o quattro recenti sentenze sull’argomento. Infierire su un corpo con un bastone chiodato, cavare gli occhi alla vittima, tentare di bruciarla viva, ecco, solo in casi limite come questi, secondo l’avvocato Madia, si può applicare l’aggravante della crudeltà. E la Corte, a giudicare dal dispositivo, gli ha dato ragione. Non gli ha creduto, invece, quando l’avvocato Madia si è spinto a dipingere Parolisi come «un mostro creato dai media», quando ha filosofeggiato sulle diverse motivazioni delle sentenze di primo e secondo grado, quando si è soffermato sul famoso testimone Ranelli, l’uomo del bar di Colle San Marco, preso a verbale solo dai carabinieri e mai ascoltato dai giudici. Questo per dire che tutto l’impianto dell’accusa ha retto, che «la pluralità e assoluta convergenza di indizi» sottolineata dal procuratore generale Maria Giuseppina Fodaroni nel chiedere la conferma della condanna a trent’anni, è risultata evidente anche ai giudici. Salvatore Parolisi, 34 anni, di Frattamaggiore provincia di Napoli, ex caporale dell’Esercito, è«definitivamente» un assassino, come ha voluto puntualizzare alla fine l’avvocato Mauro Gionni, che rappresentava la famiglia di Melania. Come ha voluto gridare al mondo Michele Rea, il fratello di Melania: «Volevamo l’assassino di mia sorella e l’abbiamo trovato. L’assassino che abbiamo sempre ritenuto tale». Per la difesa di Parolisi, che non rinuncia all’ipotesi di un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, ha parlato l’avvocato Valter Biscotti: «La condanna a 30 anni non esiste più. Non è questa la sentenza che volevamo, ma a piccoli passi stiamo andando nella direzione giusta. I giudici di Perugia rivaluteranno complessivamente». Quanto «complessivamente» è difficile da dire, la sentenza sembra fin troppo chiara: gli va solo ridotta la pena. La storia è quella che quattro anni fa ha inchiodato per mesi l’Italia intera. Una giovane mamma, una bella donna, che scompare il lunedì prima di Pasqua, il marito che dà l’allarme alle tre e mezza di quel pomeriggio, il 18 aprile del 2011, a un bar di Colle San Marco, sui monti sopra Ascoli Piceno. Ha con sé la piccola Vittoria, di appena 18 mesi, che una volta arrestato non rivedrà più. Passeranno quarantott’ore di inutili ricerche e poi arriverà una telefonata anonima: nel bosco di Ripe di Civitella, a una manciata di chilometri, c'è un cadavere di donna, è quello di Melania. Messo sotto torchio, giorno dopo giorno, Salvatore Parolisi metterà insieme una montagna di bugie, tenterà tutta una serie di depistaggi, almeno agli occhi degli investigatori, e soprattutto si scoprirà la sua doppia vita: le storie con le ragazze che addestrava in caserma, e soprattutto un'amante fissa. (Nino Cirillo – Il Mattino)