Amalfi , Ammènne il libro in napoletano di Sigismondo Nastri

0

Amalfi , Ammènne il libro in napoletano di Sigismondo Nastri  oggi ne parla in una bella recensione Paolo Romano su La Città di Salerno, complimenti da Positanonews Parlare a Dio in napoletano, rivolgersi al creatore nell’antica lingua madre, andare oltre la confidenza verbale per instaurare un rapporto intimo e mistico tanto quotidiano quanto difficile da esprimere. Ha provato invece a farlo attraverso le antiche orazioni Sigismondo Nastri. Nel suo libro “Priére”, edito da De Luca arti grafiche, lo scrittore della costiera amalfitana ha effettuato una personale ma fedele traduzione in napoletano delle preghiere tradizionali del cristianesimo. Così il Padre Nostro diventa: “Pate, ca sì’ ’o Pate ’e tutte quante/e staje llà ’ncielo/santo e beneditto è ’o nomme tujo. /Mànna ’o regno tujo ccà bascio /accussì tutte faranno ’a vuluntà toja/comme a ’ncielo accussì ’nterra./Nun ce fà’ mancà’ ’o pane tutt’ ’e juorne,/abbònace ’e diébbete ca tenimmo cu te /comme nuje ll’abbonammo ê debbetore nuoste/e nun ce fà’ cadé’ ’ntentazione/ma lèvace ’o malamente ’a tuorno./Ammènne.” La confidenza che un figlio può avere con il Padre è proprio quella di un ambiente domestico, non a caso anche nel Vangelo Gesù si rivolge al Padre con il termine confidenziale di Abbà, l’equivalente del nostro babbo. L’edizione è realizzata su carta d’Amalfi per le edizioni di pregio di De Luca Industria Grafica e Cartaria, un libro pensato come una dedica ad un amico, ovvero nel “ricordo sempre caro – scrive l’autore – di Giuseppe De Luca, appassionato culture della lingua, della storia, della tradizione napoletana”. Le traduzioni di Nastri hanno ricevuto il plauso del cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo metropolita di Napoli: “Mi congratulato – così scrive il porporato in una missiva autografa rivolta all’autore – per i suoi componimenti, capaci di esprimere la ricchezza dello spirito umano e di suscitare la riflessione interiore”. Un primo consenso ecclesiastico ufficiale il testo lo aveva già avuto con la prefazione di Mons. Beniamino Depalma, già vescovo di Amalfi-Cava ed oggi alla guida della diocesi di Nola. Dopo aver espresso i suoi apprezzamenti per le preghiera tradotte da Nastri, Depalma offre un personale ricordo di colui al quale sono dedicate: “era da noi conosciuto come il tipografo della Curia, titolo che, in realtà, richiamava quello precedentemente attribuito a suo padre, Andrea. Ma Giuseppe De Luca era stato, in realtà, capace di tessere ottime relazioni anche con molti letterati ed artisti rivelando, anche in questo modo, la sua grande passione per l’arte”. Le orazioni tradotte in vernacolo da Sigismondo Nastri rinnovano – e nello stesso tempo recuperano – un sapere antico. Alcune preghiere della tradizione, pur nella loro brevità, si riconsegnano ai lettori, credenti e non, con una forza ancora più accresciuta, grazie alla potenza metaforica e simbolica di certi termini partenopei. E’ il caso dell’Eterno riposo, che diventa “Aterno ricietto”: Riàla a lloro, o Signore, /’o ricietto aterno, /e fa lùcere a lloro/’a lumèra senza fine./Fàlle arrepusà’ ’npace./Ammènne”. La luce senza fine sembra richiamare i giorni di sole estivo della nostre terre del Sud ed il concetto di riposo pare rinviare ad un paradiso tanto simile agli incantati borghi costieri. L’altra preghiera della consuetudine, l’Ave Maria, diventa l’invocazione a colei che è prossima a Dio, ne ha la compagnia prediletta: “Ave Maria, /chiena d’ ’a grazzia ’e Dio, /’o Signore sta cu’ tico./Tu si’ ’a benedetta /’e tutte ’e femmene/e beneditto è chillo ninno /ca hê tenuto ’nzino,/’o figlio tujo, Giesú./Santa Maria, /ca si’ ’a Mamma ’e Ddio,/preje pe’ nuje peccature,/mo e quanno stammo /llà llà pe’ murì’./Ammènne”. La prossimità della morte, nella versione napoletana, diventa uno stare là là per morire, con lo stesso linguaggio gergale di tutti i giorni. Nastri tiene quasi quotidianamente anche un diario on line sul sito mondosigi.com, ovvero un blog personale di: “fatti, opinioni, ricordi, riflessioni, arrabbiature e piacevolezze”. In uno dei suoi pensieri più recenti si sofferma ancora sulla prospettiva della vita dopo la morte: “Ho trovato un foglietto con questa frase, scritta a mano – non da me- in bella grafia: “La morte non è il mancar del sole, ma lo spegnersi della lampada al sopraggiungere della luce del giorno”. (R. Tagore). Non so come sia arrivato tra le mie carte. In calce alla citazione del poeta indiano, leggo questa annotazione: “E quando fu notte venne l’Angelo e portò la luce”. Scrittore e giornalista di lungo corso, Nastri è anche un riservato ed apprezzato poeta. Di recente ha pubblicato “Ho coltivato sogni”, volume che raccoglie in una sorta di antologia le sue poesie di tutta una vita, compreso quelle di “Acquamorta”, breve silloge edita da Rebellato nel 1970 e ormai introvabile. Vicino agli ottant’anni, l’autore si schermisce precisando che “mi posso difendere dalle critiche adducendo la giustificazione della vecchiaia (…) chiarisco che non ho ambizioni letterarie: alla mia età non è più tempo di averne. Considero, però, la poesia il mezzo più spontaneo e immediato per manifestare le mie emozioni, i miei sentimenti. Per raccontare momenti di vita vissuta. Per rendere gli altri partecipi dei miei sogni”. Queste sue rivisitate preghiere altro non sono che ulteriori frutti della coltivazione di un giardino interiore

Amalfi , Ammènne il libro in napoletano di Sigismondo Nastri  oggi ne parla in una bella recensione Paolo Romano su La Città di Salerno, complimenti da Positanonews Parlare a Dio in napoletano, rivolgersi al creatore nell’antica lingua madre, andare oltre la confidenza verbale per instaurare un rapporto intimo e mistico tanto quotidiano quanto difficile da esprimere. Ha provato invece a farlo attraverso le antiche orazioni Sigismondo Nastri. Nel suo libro “Priére”, edito da De Luca arti grafiche, lo scrittore della costiera amalfitana ha effettuato una personale ma fedele traduzione in napoletano delle preghiere tradizionali del cristianesimo. Così il Padre Nostro diventa: “Pate, ca sì’ ’o Pate ’e tutte quante/e staje llà ’ncielo/santo e beneditto è ’o nomme tujo. /Mànna ’o regno tujo ccà bascio /accussì tutte faranno ’a vuluntà toja/comme a ’ncielo accussì ’nterra./Nun ce fà’ mancà’ ’o pane tutt’ ’e juorne,/abbònace ’e diébbete ca tenimmo cu te /comme nuje ll’abbonammo ê debbetore nuoste/e nun ce fà’ cadé’ ’ntentazione/ma lèvace ’o malamente ’a tuorno./Ammènne.” La confidenza che un figlio può avere con il Padre è proprio quella di un ambiente domestico, non a caso anche nel Vangelo Gesù si rivolge al Padre con il termine confidenziale di Abbà, l’equivalente del nostro babbo. L’edizione è realizzata su carta d’Amalfi per le edizioni di pregio di De Luca Industria Grafica e Cartaria, un libro pensato come una dedica ad un amico, ovvero nel “ricordo sempre caro – scrive l’autore – di Giuseppe De Luca, appassionato culture della lingua, della storia, della tradizione napoletana”. Le traduzioni di Nastri hanno ricevuto il plauso del cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo metropolita di Napoli: “Mi congratulato – così scrive il porporato in una missiva autografa rivolta all’autore – per i suoi componimenti, capaci di esprimere la ricchezza dello spirito umano e di suscitare la riflessione interiore”. Un primo consenso ecclesiastico ufficiale il testo lo aveva già avuto con la prefazione di Mons. Beniamino Depalma, già vescovo di Amalfi-Cava ed oggi alla guida della diocesi di Nola. Dopo aver espresso i suoi apprezzamenti per le preghiera tradotte da Nastri, Depalma offre un personale ricordo di colui al quale sono dedicate: “era da noi conosciuto come il tipografo della Curia, titolo che, in realtà, richiamava quello precedentemente attribuito a suo padre, Andrea. Ma Giuseppe De Luca era stato, in realtà, capace di tessere ottime relazioni anche con molti letterati ed artisti rivelando, anche in questo modo, la sua grande passione per l’arte”. Le orazioni tradotte in vernacolo da Sigismondo Nastri rinnovano – e nello stesso tempo recuperano – un sapere antico. Alcune preghiere della tradizione, pur nella loro brevità, si riconsegnano ai lettori, credenti e non, con una forza ancora più accresciuta, grazie alla potenza metaforica e simbolica di certi termini partenopei. E’ il caso dell’Eterno riposo, che diventa “Aterno ricietto”: Riàla a lloro, o Signore, /’o ricietto aterno, /e fa lùcere a lloro/’a lumèra senza fine./Fàlle arrepusà’ ’npace./Ammènne”. La luce senza fine sembra richiamare i giorni di sole estivo della nostre terre del Sud ed il concetto di riposo pare rinviare ad un paradiso tanto simile agli incantati borghi costieri. L’altra preghiera della consuetudine, l’Ave Maria, diventa l’invocazione a colei che è prossima a Dio, ne ha la compagnia prediletta: “Ave Maria, /chiena d’ ’a grazzia ’e Dio, /’o Signore sta cu’ tico./Tu si’ ’a benedetta /’e tutte ’e femmene/e beneditto è chillo ninno /ca hê tenuto ’nzino,/’o figlio tujo, Giesú./Santa Maria, /ca si’ ’a Mamma ’e Ddio,/preje pe’ nuje peccature,/mo e quanno stammo /llà llà pe’ murì’./Ammènne”. La prossimità della morte, nella versione napoletana, diventa uno stare là là per morire, con lo stesso linguaggio gergale di tutti i giorni. Nastri tiene quasi quotidianamente anche un diario on line sul sito mondosigi.com, ovvero un blog personale di: “fatti, opinioni, ricordi, riflessioni, arrabbiature e piacevolezze”. In uno dei suoi pensieri più recenti si sofferma ancora sulla prospettiva della vita dopo la morte: “Ho trovato un foglietto con questa frase, scritta a mano – non da me- in bella grafia: "La morte non è il mancar del sole, ma lo spegnersi della lampada al sopraggiungere della luce del giorno". (R. Tagore). Non so come sia arrivato tra le mie carte. In calce alla citazione del poeta indiano, leggo questa annotazione: "E quando fu notte venne l'Angelo e portò la luce". Scrittore e giornalista di lungo corso, Nastri è anche un riservato ed apprezzato poeta. Di recente ha pubblicato “Ho coltivato sogni”, volume che raccoglie in una sorta di antologia le sue poesie di tutta una vita, compreso quelle di “Acquamorta”, breve silloge edita da Rebellato nel 1970 e ormai introvabile. Vicino agli ottant’anni, l’autore si schermisce precisando che “mi posso difendere dalle critiche adducendo la giustificazione della vecchiaia (…) chiarisco che non ho ambizioni letterarie: alla mia età non è più tempo di averne. Considero, però, la poesia il mezzo più spontaneo e immediato per manifestare le mie emozioni, i miei sentimenti. Per raccontare momenti di vita vissuta. Per rendere gli altri partecipi dei miei sogni”. Queste sue rivisitate preghiere altro non sono che ulteriori frutti della coltivazione di un giardino interiore