Centro Commerciale Naturale a Piano stenta e per Sorrento e Sant’Agnello occasione mancata, mentre la Cartiera va

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Centro Commerciale Naturale a Piano stenta e per Sorrento e Sant’Agnello occasione mancata, mentre la Cartiera va. Sintetizziamo così la nostra impressione sulla capacità dei commercianti della penisola sorrentina, e della loro classe politica, di trovare una forma di reazione sia alla crisi endogena del settore sia ai fattori esogeni, come la Cartiera a Pompei, oramai diventata una piazza frequentata in gran parte da cittadini della Penisola e della Costiera amalfitana, o Città Mercato a Castellammare per non parlare del Centro Commerciale Campania o de La Reggia a Caserta per la quale si organizzano addirittura autobus dalla Penisola, e la possibilità offerta dalla legge della Regione Campania di formare i Centri Commerciali, che poi si sono formati a Cava de’ Tirreni ed Ariano Arpino con una certa rilevanza. Va certo dato merito a Piano di Sorrento di aver portato avanti questo progetto, fra l’altro sollecitato dalle opposizioni (all’epoca Anna Iaccarino), perché l’idea è buona, ma stenta. Le critiche vengono fatte non per demolire un’iniziativa, alla quale bisogna plaudire, ma servono, se sono valide ovviamente e non pretestuose o strumentalizzate, per far riflettere, raddrizzare il tiro. APiano ci sembra che la cosa sembra un pò arenata, che non abbia “centrato” del tutto la filosofia dell’iniziativa, per cui le attività dovrebbero essere tutte concentrate in una determinata area e non sparpagliate; insomma, è un parere che non toglie il nostro apprezzamento per una strada che da anni come giornale diciamo di percorrere e puntare a dare vivacità alla cittadina e maggiore vivibilità, a cominciare dalla mobilità e dalla possibilità di parcheggiare e di avere una maggiore tolleranza, per casi non gravissimi ovviamente, per chi vuole venire a Piano soprattutto per fare spese. Diverso il discorso per Sorrento e Sant’Agnello, anche qui c’era la possibilità di fare un centro commerciale, ma è stata del tutto sprecata, nessuno infatti ha fatto un progetto del genere. Parliamo di Sorrento, per esempio, si poteva fare da Piazza Tasso a Piazza Lauro e dintorni, ovviamente bisogna che tutti facciano la loro parte, anche i bar che, secondo noi assurdamente, sono chiusi in pieno centro, salvo qualcuno che si trova verso Piazza sant’Antonino, meritoriamente (e va premiato con incentivi chi è aperto e penalizzato chi è chiuso). Ma cosa è un Centro commerciale naturale? E’ una locuzione che si è diffusa in Italia dalla fine degli anni ’90 con l’obiettivo di denominare con un’espressione più accattivante quella che fino ad allora era stata chiamata “area commerciale centrale” o “area commerciale del centro storico”. Ciò a differenza di quanto nel frattempo accadeva in altri paesi occidentali, nei quali l’attenzione è stata posta non tanto sull’oggetto (l’area commerciale centrale) quanto sui modelli di gestione (come il town center management diffuso dal Canada, agli USA, alla Gran Bretagna e successivamente il business improvement district, sistema di origine USA che consiste nell’imporre “dal basso” una tassa di scopo alle attività economiche di un’area commerciale centrale in modo da assicurare una fonte di finanziamento stabile al town center management)Pertanto, “centro commerciale naturale” è inteso da parte di chi utilizza questa espressione come una aggregazione di esercizi commerciali che operano integrandosi tra loro in ambito urbano.[2] In quasi tutti i paesi del mondo nelle città di non recente istituzione c’è la presenza di qualche quartiere (in inglese “district”, frequentemente tradotto in modo improprio in lingua italiana con “distretto”), spesso coincidente con il centro storico – o per usare una locuzione più precisa, con il “centro città” – dove si registra una concentrazione di attività commerciali più elevata rispetto ad altre zone del territorio. Si tratta, a ben vedere di una situazione o condizione che: a) non ha alcunché di “naturale”, poiché la creazione delle aree commerciali nei centri storici delle città è il risultato di una pianificata volontà da parte degli imprenditori e delle comunità locali di creare degli addensamenti commerciali e di servizi dove ritrovarsi, passeggiare, incontrarsi e fare acquisti; b) non ha elementi in comune con il “centro commerciale” che è un addensamento di attività commerciali localizzate all’interno di una struttura edilizia che nella quasi totalità dei casi è di proprietà di un solo soggetto economico che affida la gestione del centro commerciale a un soggetto professionale (es. società di gestione che ha in loco un direttore) che svolge il proprio compito in applicazione di un contratto stipulato tra i singoli imprenditori e la società di gestione. Infatti l’area commerciale centrale, anche nei casi in cui viene enfaticamente denominata “centro commerciale naturale” conserva un’elevata frammentazione della proprietà delle unità immobiliari nelle quali si trovano le attività commerciali e non dispone di un soggetto professionale che abbia giuridicamente ed effettivamente il potere di coordinare e gestire unitariamente l’area. In sintesi, ciò che caratterizza le aree commerciali centrali delle città italiane – ma non soltanto italiane – è proprio il non essere aree “naturali” e non essere “centri commerciali”.

Centro Commerciale Naturale a Piano stenta e per Sorrento e Sant'Agnello occasione mancata, mentre la Cartiera va. Sintetizziamo così la nostra impressione sulla capacità dei commercianti della penisola sorrentina, e della loro classe politica, di trovare una forma di reazione sia alla crisi endogena del settore sia ai fattori esogeni, come la Cartiera a Pompei, oramai diventata una piazza frequentata in gran parte da cittadini della Penisola e della Costiera amalfitana, o Città Mercato a Castellammare per non parlare del Centro Commerciale Campania o de La Reggia a Caserta per la quale si organizzano addirittura autobus dalla Penisola, e la possibilità offerta dalla legge della Regione Campania di formare i Centri Commerciali, che poi si sono formati a Cava de' Tirreni ed Ariano Arpino con una certa rilevanza. Va certo dato merito a Piano di Sorrento di aver portato avanti questo progetto, fra l'altro sollecitato dalle opposizioni (all'epoca Anna Iaccarino), perché l'idea è buona, ma stenta. Le critiche vengono fatte non per demolire un'iniziativa, alla quale bisogna plaudire, ma servono, se sono valide ovviamente e non pretestuose o strumentalizzate, per far riflettere, raddrizzare il tiro. APiano ci sembra che la cosa sembra un pò arenata, che non abbia "centrato" del tutto la filosofia dell'iniziativa, per cui le attività dovrebbero essere tutte concentrate in una determinata area e non sparpagliate; insomma, è un parere che non toglie il nostro apprezzamento per una strada che da anni come giornale diciamo di percorrere e puntare a dare vivacità alla cittadina e maggiore vivibilità, a cominciare dalla mobilità e dalla possibilità di parcheggiare e di avere una maggiore tolleranza, per casi non gravissimi ovviamente, per chi vuole venire a Piano soprattutto per fare spese. Diverso il discorso per Sorrento e Sant'Agnello, anche qui c'era la possibilità di fare un centro commerciale, ma è stata del tutto sprecata, nessuno infatti ha fatto un progetto del genere. Parliamo di Sorrento, per esempio, si poteva fare da Piazza Tasso a Piazza Lauro e dintorni, ovviamente bisogna che tutti facciano la loro parte, anche i bar che, secondo noi assurdamente, sono chiusi in pieno centro, salvo qualcuno che si trova verso Piazza sant'Antonino, meritoriamente (e va premiato con incentivi chi è aperto e penalizzato chi è chiuso). Ma cosa è un Centro commerciale naturale? E' una locuzione che si è diffusa in Italia dalla fine degli anni '90 con l'obiettivo di denominare con un'espressione più accattivante quella che fino ad allora era stata chiamata "area commerciale centrale" o "area commerciale del centro storico". Ciò a differenza di quanto nel frattempo accadeva in altri paesi occidentali, nei quali l'attenzione è stata posta non tanto sull'oggetto (l'area commerciale centrale) quanto sui modelli di gestione (come il town center management diffuso dal Canada, agli USA, alla Gran Bretagna e successivamente il business improvement district, sistema di origine USA che consiste nell'imporre "dal basso" una tassa di scopo alle attività economiche di un'area commerciale centrale in modo da assicurare una fonte di finanziamento stabile al town center management)Pertanto, "centro commerciale naturale" è inteso da parte di chi utilizza questa espressione come una aggregazione di esercizi commerciali che operano integrandosi tra loro in ambito urbano.[2] In quasi tutti i paesi del mondo nelle città di non recente istituzione c'è la presenza di qualche quartiere (in inglese "district", frequentemente tradotto in modo improprio in lingua italiana con "distretto"), spesso coincidente con il centro storico – o per usare una locuzione più precisa, con il "centro città" – dove si registra una concentrazione di attività commerciali più elevata rispetto ad altre zone del territorio. Si tratta, a ben vedere di una situazione o condizione che: a) non ha alcunché di "naturale", poiché la creazione delle aree commerciali nei centri storici delle città è il risultato di una pianificata volontà da parte degli imprenditori e delle comunità locali di creare degli addensamenti commerciali e di servizi dove ritrovarsi, passeggiare, incontrarsi e fare acquisti; b) non ha elementi in comune con il "centro commerciale" che è un addensamento di attività commerciali localizzate all'interno di una struttura edilizia che nella quasi totalità dei casi è di proprietà di un solo soggetto economico che affida la gestione del centro commerciale a un soggetto professionale (es. società di gestione che ha in loco un direttore) che svolge il proprio compito in applicazione di un contratto stipulato tra i singoli imprenditori e la società di gestione. Infatti l'area commerciale centrale, anche nei casi in cui viene enfaticamente denominata "centro commerciale naturale" conserva un'elevata frammentazione della proprietà delle unità immobiliari nelle quali si trovano le attività commerciali e non dispone di un soggetto professionale che abbia giuridicamente ed effettivamente il potere di coordinare e gestire unitariamente l'area. In sintesi, ciò che caratterizza le aree commerciali centrali delle città italiane – ma non soltanto italiane – è proprio il non essere aree "naturali" e non essere "centri commerciali".