La madre di Loris ‘lucida assassina dall’elevata capacità criminale’. Il Tribunale del Riesame conferma l’arresto

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Le telecamere non mentono, Veronica Panarello sì. Quando dice di avere accompagnato, il 29 novembre scorso, il figlio Loris, di 8 anni, a scuola, a Santa Croce Camerina, e di non averlo ucciso. A smentirla la “evidenza delle immagini nitide che conclama il mendacio della donna”. Lo scrive il Tribunale del riesame di Catania nelle motivazioni con cui il 3 gennaio scorso ha rigettato la scarcerazione della mamma di Loris Stival, detenuta nel carcere di Agrigento. In 109 pagine i giudici condividono la tesi della Procura di Ragusa, basata su indagini di polizia di Stato, squadra mobile e carabinieri. E sulla “insospettabile tenuta psicologica” della donna che ne “supporta ulteriormente il giudizio di elevatissima capacità criminale”. Motivazioni che per la difesa “non aggiungono alcunché di nuovo – osserva l’avvocato Francesco Villardita – se hanno confermato l’ordinanza era chiaro che non avevano condiviso i punti della difesa. Noi restiamo sereni, valuteremo con calma come agire, anche su un eventuale ricorso”. Il Tribunale del riesame rigetta tutte le “debolezze dell’ordinanza” avanzate dalla difesa della donna. Per i giudici Veronica Panarello è una moderna Medea che ha “una pronta strategia manipolatoria”. Ha agito “con agghiacciante indifferenza, da lucidissima assassina” con la “sconcertante glacialità nell’ordire la simulazione di un rapimento a scopo sessuale”, una “impressionante determinazione nel liberarsi del cadavere del figlio, scaraventandolo nel canalone per lucidamente occultare le prove del crimine”. Il “mendacio” della donna, secondo i giudici, comincia con la ricostruzione della giornata, che conterrebbe l’incredibile movente: “la rabbia incontenibile per il fallimento del piano mattutino che non prevedeva l’ingombrante presenza del suo primogenito”. Il delitto, si legge nelle motivazioni, è “verosimilmente propiziato da un ‘capriccio’ di Loris che, sconvolgendo i piani di Veronica Panarello, vuole rimanere con la mamma, incuriosito dal suo look esteticamente curato” per andare a un corso di cucina al castello di Donnafugata. E in quel momento che nasce la “discussione” tra madre e figlio che, secondo i giudici, fa scaturire l’omicidio. Il Tribunale ritiene che la donna “esasperata per il comportamento del figlio rientra a casa e, in preda a un’incontenibile impulsiva furia aggressiva, abbia soppresso il bambino”, stringendogli al collo un cappio con le fascette che aveva a portata di mano e poi “legandogli i polsi, verosimilmente per simulare un omicidio a sfondo sessuale con sevizie, ad opera di un estraneo”. Poi “con fredda lucidità trasporta il gracilissimo corpicino in garage, strada obbligata per liberarsi del cadavere”. Il Tribunale del riesame interviene su tutte le contestazioni della difesa: la morte per asfissia meccanica da strangolamento del medico legale Iuvara che ritiene fondata; la consegna delle fascette di plastica alle maestre per liberarsi del macigno accusatorio di un reperto indiziante; la testimonianza della vigilessa davanti la scuola non è svalutata, ma non si ricava indicazione che abbia visto Loris la mattina del 29 novembre; il ritrovamento delle forbici per tagliare le fascette in casa Stival; è proprio lo sventurato bambino che torna a casa ripreso dalle telecamere come dimostrano la corporeità del piccolo e la dichiarazione di una fonte qualificatissima, qual è suo padre; la testimonianza di una donna che dice di avere visto alle 08.40 un ragazzino, ma non riconosce in lui Loris. Tutte le versioni fornite della Panarello, secondo il Riesame, “sono, così come rettamente dedotto dalla Procura, dense di incongruenze, menzogne e ricordi postumi”. Lei continua “a mentire spudoratamente per accreditare una normale quotidianità sconfessata dalle sue artificiose ricostruzioni”. Come l’uso dell’auto e i suoi percorsi come quella di essere rientrata ulteriormente a casa, prima di andare a Donnafugata, per prelevare un’agenda che aveva dimenticato. Di essere andata a gettare un pannolino sporco in una strada che non doveva percorrere visto l’urgenza di accompagnare i bambini a scuola. Ma non solo “i movimenti dell’indagata dimostrano un dinamismo proiettato verso il luogo del rinvenimento del cadavere di Loris”. Con l’aggiunta della figlia di un testimone che alla 09.55 alla rotatoria vicino al vivaio dice al padre: “guarda c’è Veronica”. E l’auto grigia vista in zona “sbandare e imboccare la strada del Vecchio Mulino” in quei momenti “non è collegata al momento con i fatti per cui si procede”. Per i giudici dopo l’omicidio per Veronica Panarello, oltre al rischio di inquinamento delle prove, “sussiste il rischio di recidivanza” che emerge dallo strangolamento del figlio “soffocato con odiosissima crudeltà, senza pietà alcuna e con una totale incapacità di controllo della furia omicidiaria”. Secondo il Tribunale “ha agito da lucidissima assassina e ha mentito spesso, e quando va in difficoltà ha ripetuti malesseri da cui si riprende sempre con sorprendente rapidità”. Mendaci anch’essi, dunque, per il Tribunale. (Ansa)  

Le telecamere non mentono, Veronica Panarello sì. Quando dice di avere accompagnato, il 29 novembre scorso, il figlio Loris, di 8 anni, a scuola, a Santa Croce Camerina, e di non averlo ucciso. A smentirla la “evidenza delle immagini nitide che conclama il mendacio della donna”. Lo scrive il Tribunale del riesame di Catania nelle motivazioni con cui il 3 gennaio scorso ha rigettato la scarcerazione della mamma di Loris Stival, detenuta nel carcere di Agrigento. In 109 pagine i giudici condividono la tesi della Procura di Ragusa, basata su indagini di polizia di Stato, squadra mobile e carabinieri. E sulla “insospettabile tenuta psicologica” della donna che ne “supporta ulteriormente il giudizio di elevatissima capacità criminale”. Motivazioni che per la difesa “non aggiungono alcunché di nuovo – osserva l'avvocato Francesco Villardita – se hanno confermato l'ordinanza era chiaro che non avevano condiviso i punti della difesa. Noi restiamo sereni, valuteremo con calma come agire, anche su un eventuale ricorso”. Il Tribunale del riesame rigetta tutte le “debolezze dell'ordinanza” avanzate dalla difesa della donna. Per i giudici Veronica Panarello è una moderna Medea che ha “una pronta strategia manipolatoria”. Ha agito “con agghiacciante indifferenza, da lucidissima assassina” con la “sconcertante glacialità nell'ordire la simulazione di un rapimento a scopo sessuale”, una “impressionante determinazione nel liberarsi del cadavere del figlio, scaraventandolo nel canalone per lucidamente occultare le prove del crimine”. Il “mendacio” della donna, secondo i giudici, comincia con la ricostruzione della giornata, che conterrebbe l'incredibile movente: “la rabbia incontenibile per il fallimento del piano mattutino che non prevedeva l'ingombrante presenza del suo primogenito”. Il delitto, si legge nelle motivazioni, è “verosimilmente propiziato da un ‘capriccio’ di Loris che, sconvolgendo i piani di Veronica Panarello, vuole rimanere con la mamma, incuriosito dal suo look esteticamente curato” per andare a un corso di cucina al castello di Donnafugata. E in quel momento che nasce la “discussione” tra madre e figlio che, secondo i giudici, fa scaturire l'omicidio. Il Tribunale ritiene che la donna “esasperata per il comportamento del figlio rientra a casa e, in preda a un'incontenibile impulsiva furia aggressiva, abbia soppresso il bambino”, stringendogli al collo un cappio con le fascette che aveva a portata di mano e poi “legandogli i polsi, verosimilmente per simulare un omicidio a sfondo sessuale con sevizie, ad opera di un estraneo”. Poi “con fredda lucidità trasporta il gracilissimo corpicino in garage, strada obbligata per liberarsi del cadavere”. Il Tribunale del riesame interviene su tutte le contestazioni della difesa: la morte per asfissia meccanica da strangolamento del medico legale Iuvara che ritiene fondata; la consegna delle fascette di plastica alle maestre per liberarsi del macigno accusatorio di un reperto indiziante; la testimonianza della vigilessa davanti la scuola non è svalutata, ma non si ricava indicazione che abbia visto Loris la mattina del 29 novembre; il ritrovamento delle forbici per tagliare le fascette in casa Stival; è proprio lo sventurato bambino che torna a casa ripreso dalle telecamere come dimostrano la corporeità del piccolo e la dichiarazione di una fonte qualificatissima, qual è suo padre; la testimonianza di una donna che dice di avere visto alle 08.40 un ragazzino, ma non riconosce in lui Loris. Tutte le versioni fornite della Panarello, secondo il Riesame, “sono, così come rettamente dedotto dalla Procura, dense di incongruenze, menzogne e ricordi postumi”. Lei continua “a mentire spudoratamente per accreditare una normale quotidianità sconfessata dalle sue artificiose ricostruzioni”. Come l'uso dell'auto e i suoi percorsi come quella di essere rientrata ulteriormente a casa, prima di andare a Donnafugata, per prelevare un'agenda che aveva dimenticato. Di essere andata a gettare un pannolino sporco in una strada che non doveva percorrere visto l'urgenza di accompagnare i bambini a scuola. Ma non solo “i movimenti dell'indagata dimostrano un dinamismo proiettato verso il luogo del rinvenimento del cadavere di Loris”. Con l'aggiunta della figlia di un testimone che alla 09.55 alla rotatoria vicino al vivaio dice al padre: “guarda c'è Veronica”. E l'auto grigia vista in zona “sbandare e imboccare la strada del Vecchio Mulino” in quei momenti “non è collegata al momento con i fatti per cui si procede”. Per i giudici dopo l'omicidio per Veronica Panarello, oltre al rischio di inquinamento delle prove, “sussiste il rischio di recidivanza” che emerge dallo strangolamento del figlio “soffocato con odiosissima crudeltà, senza pietà alcuna e con una totale incapacità di controllo della furia omicidiaria”. Secondo il Tribunale “ha agito da lucidissima assassina e ha mentito spesso, e quando va in difficoltà ha ripetuti malesseri da cui si riprende sempre con sorprendente rapidità”. Mendaci anch'essi, dunque, per il Tribunale. (Ansa)