‘La teoria del tutto’: il faticoso universo di Stephen Hawking

0

 ‘La teoria del tutto’: il faticoso universo di Stephen Hawking  Un grande film che stasera abbiamo visto al Delle Rose di Piano di Sorrento .Attorno a quale argomento Stephen (Eddie Redmayne, bravo fino a essere sorprendente) elaborerà la sua tesi di dottorato? Siamo a Cambridge, nel 1963. Il cognome di Stephen è Hawking, e l’argomento scelto sarà ben presto il tempo. Questo racconta “La teoria del tutto” (“The Theory of Everything”, Gran Bretagna, 2014, 123’). Tratto da un libro di Jane Hawking, edito in Italia da Piemme, il film di James Marsh e dello sceneggiatore Anthony McCarten non vuole, né potrebbe, esplorare il versante scientifico dell’ormai lunga vita del fisico e matematico britannico. Solo ce lo mostra alle prese con questioni antiche. Ha un inizio, il tempo, e avrà una fine? C’è un prima dell’universo? Ci sarà un dopo? E si può ricondurre tutto ciò a un’unica, elegante equazione che spieghi perché esiste qualcosa invece di niente? Curiosità smisurate, tutte queste, che eccedono il cinema e il suo spaziotempo, per così dire. L’attore inglese Eddie Redmayne ha appena vinto il Golden Globe come miglior attore protagonista nel ruolo del rinomato astrofisico Stephen Hawking. La sua vita in un film di James Marsh “La teoria del tutto” esplora invece una questione ben più strettamente umana, ma non meno cruciale: quella del tempo biografico di Hawking e di sua moglie Jane (Felicity Jones). Il loro incontro, nella luce di quel lontano 1963, assomiglia a milioni, anzi a miliardi di altri incontri. Non serve la teoria dei quanta, per comprenderne il senso. Né occorre scomodare la relatività di Einstein per spiegare i tre figli avuti dopo che lui già ha mostrato i primi, gravissimi sintomi della malattia neurologica che pian piano lo condannerà a stare su una sedia a rotelle. Che l’universo abbia avuto un inizio – come ama pensare Jane, con la sua fede in un dio creatore – o che non l’abbia avuto – come argomenta Stephen, convinto sostenitore di quella disciplina per atei intelligenti che è per lui la cosmologia – in ogni caso ai due tocca in sorte d’affrontare insieme una vita complessa, faticosa. Faticosa e complessa è la vita di Stephen, che combatte la sua malattia, e che giorno dopo giorno ne subisce lo sconcio fisico. E ancor più faticosa e complessa è la vita di Jane, che rinuncia al proprio, di tempo, per consentire a Stephen d’averne uno. Alla fine – così immaginano Marsh e McCarten, affidandosi al libro di lei – tra i due nascono una comprensione e una complicità emotiva che li rendono capaci di riconoscersi a vicenda il diritto d’esser felici, nei limiti dell’umano. Dentro questi limiti, appunto, il loro tempo è il loro universo. Ci sia o non ci sia un’equazione che ne sappia render conto, è questo il loro tutto.

 'La teoria del tutto': il faticoso universo di Stephen Hawking  Un grande film che stasera abbiamo visto al Delle Rose di Piano di Sorrento .Attorno a quale argomento Stephen (Eddie Redmayne, bravo fino a essere sorprendente) elaborerà la sua tesi di dottorato? Siamo a Cambridge, nel 1963. Il cognome di Stephen è Hawking, e l’argomento scelto sarà ben presto il tempo. Questo racconta “La teoria del tutto” (“The Theory of Everything”, Gran Bretagna, 2014, 123’). Tratto da un libro di Jane Hawking, edito in Italia da Piemme, il film di James Marsh e dello sceneggiatore Anthony McCarten non vuole, né potrebbe, esplorare il versante scientifico dell’ormai lunga vita del fisico e matematico britannico. Solo ce lo mostra alle prese con questioni antiche. Ha un inizio, il tempo, e avrà una fine? C’è un prima dell’universo? Ci sarà un dopo? E si può ricondurre tutto ciò a un’unica, elegante equazione che spieghi perché esiste qualcosa invece di niente? Curiosità smisurate, tutte queste, che eccedono il cinema e il suo spaziotempo, per così dire. L'attore inglese Eddie Redmayne ha appena vinto il Golden Globe come miglior attore protagonista nel ruolo del rinomato astrofisico Stephen Hawking. La sua vita in un film di James Marsh "La teoria del tutto" esplora invece una questione ben più strettamente umana, ma non meno cruciale: quella del tempo biografico di Hawking e di sua moglie Jane (Felicity Jones). Il loro incontro, nella luce di quel lontano 1963, assomiglia a milioni, anzi a miliardi di altri incontri. Non serve la teoria dei quanta, per comprenderne il senso. Né occorre scomodare la relatività di Einstein per spiegare i tre figli avuti dopo che lui già ha mostrato i primi, gravissimi sintomi della malattia neurologica che pian piano lo condannerà a stare su una sedia a rotelle. Che l’universo abbia avuto un inizio – come ama pensare Jane, con la sua fede in un dio creatore – o che non l’abbia avuto – come argomenta Stephen, convinto sostenitore di quella disciplina per atei intelligenti che è per lui la cosmologia – in ogni caso ai due tocca in sorte d’affrontare insieme una vita complessa, faticosa. Faticosa e complessa è la vita di Stephen, che combatte la sua malattia, e che giorno dopo giorno ne subisce lo sconcio fisico. E ancor più faticosa e complessa è la vita di Jane, che rinuncia al proprio, di tempo, per consentire a Stephen d’averne uno. Alla fine – così immaginano Marsh e McCarten, affidandosi al libro di lei – tra i due nascono una comprensione e una complicità emotiva che li rendono capaci di riconoscersi a vicenda il diritto d’esser felici, nei limiti dell’umano. Dentro questi limiti, appunto, il loro tempo è il loro universo. Ci sia o non ci sia un’equazione che ne sappia render conto, è questo il loro tutto.