AMALFI: RECUPERARE LA MEMORIA DAL PASSATO AL FUTURO Un ulteriore contributo di riflessione per il dibattito elettorale

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Se capitasse ad Amalfi, dopo un’assenza di 10/15 anni, un giornalista interessato a scriverne un réportage  non potrebbe che titolarlo: Alla ricerca della identità perduta.

E sì, perchè la città ha abdicato al suo ruolo di leader della Costa esponendosi alla critica severa ed in parte malevola degli altri centri, che ne accentuano le deficienze nella speranza interessata di sottrarle correnti turistiche, dando così prova di miopia imprenditoriale castrante da parvenu ripuliti, che sotto la scorza dell’apparente perbenismo celano mire espansionistiche da operatori tanto saccenti quanto improvvisati. Non hanno consapevolezza che o insieme si rinasce o insieme si perisce. Amalfi resta ancora, nonostante il palese degrado, una città/mondo che gonfia desideri nell’immaginario collettivo nazionale ed internazionale, salvo poi le amare delusioni a contatto con una realtà che espone, con insolente fastidio, vistose ferite, anzi sfregi, alla bellezza.

Piazza Flavio Gioia è una chiassosa fiera con pullman/monstre che “vomitano” a ritmo continuo eserciti di “deportati” a caccia di souvenir (ceramiche/paccottiglia, confezioni di limoncello di tutte le forme e di tutti i gusti, cartoline ad esposizione/esaltazione di facciata del Duomo da far recapitare ad amici a dispetto di invidia,ecc.), prima di approdare sudaticci ai ristoranti che spadellano spaghetti a vongole di discutibile cottura e frittura di pesce congelato del golfo (!?).  Nè va meglio per gli approdi via mare con traghetti stracolmi che sbarcano carovane irregimentate dalle guide verso negozi e ristoranti “convenzionati”, da cui incassano laute percentuali. Piazza Duomo è, soprattutto nel periodo di alta stagione, un suk arabo con bar tuttofare (ristorante, paninoteca, stuzzicheria, gelateria,ecc.) con tavoli e sedie che straripano oltre il consentito e a stento si ha lo spazio per ammirare il miracolo della scalinata monumentale e della festosità cromatica della cattedrale, per non parlare dello scrigno dei tesori dell’interno come dell’attiguo Chiostro del Paradiso e della Basilica del Crocifisso (sempre meno frequentati nonostante la professionalità delle guide). Piazza dei Ferrari è un enorme ristorante all’aperto dove ci si contende la non sempre numerosa clientela. Via Pietro Capuano è ridotto ad un budello con negozi ad esposizione di merce/paccottiglia, fatte salve le poche e lodevoli eccezioni, ad invasione di strada con turisti alla gincana pericolosa tra macchine e motocicli a respirare veleni da ossido di carbonio. Largo Spirito Santo è il trionfo dell’anarchia e del degrado e necessiterebbe di una bonifica coraggiosa. Chi ha voglia di scoperta e gambe buone potrà rifarsi solo più su tra musei poco frequentati e testimonianze prestigiose di proto industria nel verde e nel silenzio (finalmente!) della Valle. Piazza Municipio era, fino a pochi mesi fa, un disordinato parcheggio che ne feriva la grazia di splendido salotto da godere e da gustare in totale relax nella cornice monumentale del vecchio monastero adibito a Palazzo Comunale. E c’è chi ha aperto un contenzioso con il Comune perché vorrebbe che si ripristinasse lo stato quo ante!? La passeggiata al porto è esposizione di arrogante abusivismo tra lunghi privilegi/canonicati di case/giardino, invasione/appropriazione indebita di pineta, aspirazioni discutibili di Forze dello Stato, là dove dovrebbe essere tutta una virtuosa filiera di attività pubbliche a supporto dell’accoglienza turistica di qualità fino al Largo dei Protontini con la scala ardita a respiro di profumi  nella gloria della luce lungo il tortuoso sentiero fin su alla terrazza di mare di Via Longfellow  a ridosso del tunnel dei Cappuccini. Che tristezza! Che amarezza! Quanta rabbia per chi come me fu ferito da cotta d’amore per una città straordinariamente bella nei primi anni sessanta! Ma la città non reagisce al degrado. Si è quasi rassegnata, piegata su se stessa, chiusa a riccio, senza respiro di futuro. Ha cancellato la memoria. Sembra che gli abitanti abbiano riscoperto solo la parte peggiore di sè, quella eredità di traffici e commerci, con la voglia sfrenata di fare affari senza andar tanto per il sottile, invasati solo dalla lucentezza del dio tarì. E la cultura? E la nobiltà della storia? E lo splendore dell’arte? E le calde tradizioni di ospitalità all’insegna della eleganza, del garbo, della signorilità? Tutto morto o quanto meno appannato.

Eppure la forza della città è ancora tutta lì, la sua ripresa va di pari passo con il recupero di questa sua identità perduta o quanto meno mutilata. E’ un problema che si debbono porre e fin da subito gli operatori nella ricca e variegata espressione delle attività: albergatori, ristoratori, commercianti, artigiani/imprenditori. E francamente stupisce che la rinata Associazione Albergatori sia snobbata e disertata da aziende che hanno fatto la storia del turismo della città e che costituiscono ancora il fiore all’occhiello dell’accoglienza di qualità per efficienza di strutture di pregio e professionalità indiscussa di proprietari/gestori. L’autosufficienza da eccesso di autostima o peggio ancora da arrogante elitarismo alla lunga non paga.

E’ questo il problema che si debbono porre quanti aspirano legittimamente a candidarsi al governo della città. Si attrezzino all’ascolto con flessibilità e tolleranza, nella consapevolezza che la città rinascerà non con il decisionismo arrogante di un sindaco/doge, ma dalla partecipazione entusiasta e consapevole di tutto un popolo che si riappropria dei destini della città e li fa suoi nella fecondità della partecipazione democratica. E gli aspiranti/sindaci ridisegnino il futuro della città, riscoprendone ruolo e funzioni di leader nella Costa, nella provincia e nella regione, esaltandone la identità perduta. Positano è città della moda, Ravello, città della Musica, Minori città del Gusto, ecc.. E’ legittimo chiedersi quale è l’identità di Amalfi? Oggi è tutto e niente presa come è dalla famelica ingordigia di guadagnare molto e subito puntando più sui numeri che sulla qualità. Non è una impresa facile invertire la tendenza. Ma bisogna provarci, pena l’ammaraggio totale nel pantano della routine da degrado.

So di aver usato espressioni forti, ma l’ho fatto per amore; anzi per rabbia d’amore tradito e senso di responsabilità. La mia unica ambizione è quella di vedere una Amalfi diversa, più bella come le impone la storia e la tradizione. E per questo c’è bisogno di una scossa per terremotare le coscienze. Urge uno scatto di orgoglio perchè gli Amalfitani riscoprano ed esaltino la propria dignità. Chi vuole bene alla città non taccia, si ribelli con la forza dell’impegno alla luce del sole e a viso aperto. Che ognuno faccia la sua parte, a tutti i livelli. Io ho fatto e continuerò a fare la mia con l’unico strumento a disposizione: le parole. Vorrei essere in buona e numerosa compagnia, senza altre aspirazioni, né retro pensieri di nessun genere. Il mio è solo un atto d’amore ed un dovere di impegno civile. E spero che mi sia consentito proclamarlo pubblicamente, sia l’uno che l’altro.

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it

Se capitasse ad Amalfi, dopo un’assenza di 10/15 anni, un giornalista interessato a scriverne un réportage  non potrebbe che titolarlo: Alla ricerca della identità perduta.

E sì, perchè la città ha abdicato al suo ruolo di leader della Costa esponendosi alla critica severa ed in parte malevola degli altri centri, che ne accentuano le deficienze nella speranza interessata di sottrarle correnti turistiche, dando così prova di miopia imprenditoriale castrante da parvenu ripuliti, che sotto la scorza dell'apparente perbenismo celano mire espansionistiche da operatori tanto saccenti quanto improvvisati. Non hanno consapevolezza che o insieme si rinasce o insieme si perisce. Amalfi resta ancora, nonostante il palese degrado, una città/mondo che gonfia desideri nell'immaginario collettivo nazionale ed internazionale, salvo poi le amare delusioni a contatto con una realtà che espone, con insolente fastidio, vistose ferite, anzi sfregi, alla bellezza.

Piazza Flavio Gioia è una chiassosa fiera con pullman/monstre che "vomitano" a ritmo continuo eserciti di "deportati" a caccia di souvenir (ceramiche/paccottiglia, confezioni di limoncello di tutte le forme e di tutti i gusti, cartoline ad esposizione/esaltazione di facciata del Duomo da far recapitare ad amici a dispetto di invidia,ecc.), prima di approdare sudaticci ai ristoranti che spadellano spaghetti a vongole di discutibile cottura e frittura di pesce congelato del golfo (!?).  Nè va meglio per gli approdi via mare con traghetti stracolmi che sbarcano carovane irregimentate dalle guide verso negozi e ristoranti "convenzionati", da cui incassano laute percentuali. Piazza Duomo è, soprattutto nel periodo di alta stagione, un suk arabo con bar tuttofare (ristorante, paninoteca, stuzzicheria, gelateria,ecc.) con tavoli e sedie che straripano oltre il consentito e a stento si ha lo spazio per ammirare il miracolo della scalinata monumentale e della festosità cromatica della cattedrale, per non parlare dello scrigno dei tesori dell'interno come dell'attiguo Chiostro del Paradiso e della Basilica del Crocifisso (sempre meno frequentati nonostante la professionalità delle guide). Piazza dei Ferrari è un enorme ristorante all'aperto dove ci si contende la non sempre numerosa clientela. Via Pietro Capuano è ridotto ad un budello con negozi ad esposizione di merce/paccottiglia, fatte salve le poche e lodevoli eccezioni, ad invasione di strada con turisti alla gincana pericolosa tra macchine e motocicli a respirare veleni da ossido di carbonio. Largo Spirito Santo è il trionfo dell'anarchia e del degrado e necessiterebbe di una bonifica coraggiosa. Chi ha voglia di scoperta e gambe buone potrà rifarsi solo più su tra musei poco frequentati e testimonianze prestigiose di proto industria nel verde e nel silenzio (finalmente!) della Valle. Piazza Municipio era, fino a pochi mesi fa, un disordinato parcheggio che ne feriva la grazia di splendido salotto da godere e da gustare in totale relax nella cornice monumentale del vecchio monastero adibito a Palazzo Comunale. E c’è chi ha aperto un contenzioso con il Comune perché vorrebbe che si ripristinasse lo stato quo ante!? La passeggiata al porto è esposizione di arrogante abusivismo tra lunghi privilegi/canonicati di case/giardino, invasione/appropriazione indebita di pineta, aspirazioni discutibili di Forze dello Stato, là dove dovrebbe essere tutta una virtuosa filiera di attività pubbliche a supporto dell'accoglienza turistica di qualità fino al Largo dei Protontini con la scala ardita a respiro di profumi  nella gloria della luce lungo il tortuoso sentiero fin su alla terrazza di mare di Via Longfellow  a ridosso del tunnel dei Cappuccini. Che tristezza! Che amarezza! Quanta rabbia per chi come me fu ferito da cotta d'amore per una città straordinariamente bella nei primi anni sessanta! Ma la città non reagisce al degrado. Si è quasi rassegnata, piegata su se stessa, chiusa a riccio, senza respiro di futuro. Ha cancellato la memoria. Sembra che gli abitanti abbiano riscoperto solo la parte peggiore di sè, quella eredità di traffici e commerci, con la voglia sfrenata di fare affari senza andar tanto per il sottile, invasati solo dalla lucentezza del dio tarì. E la cultura? E la nobiltà della storia? E lo splendore dell'arte? E le calde tradizioni di ospitalità all'insegna della eleganza, del garbo, della signorilità? Tutto morto o quanto meno appannato.

Eppure la forza della città è ancora tutta lì, la sua ripresa va di pari passo con il recupero di questa sua identità perduta o quanto meno mutilata. E' un problema che si debbono porre e fin da subito gli operatori nella ricca e variegata espressione delle attività: albergatori, ristoratori, commercianti, artigiani/imprenditori. E francamente stupisce che la rinata Associazione Albergatori sia snobbata e disertata da aziende che hanno fatto la storia del turismo della città e che costituiscono ancora il fiore all'occhiello dell'accoglienza di qualità per efficienza di strutture di pregio e professionalità indiscussa di proprietari/gestori. L'autosufficienza da eccesso di autostima o peggio ancora da arrogante elitarismo alla lunga non paga.

E' questo il problema che si debbono porre quanti aspirano legittimamente a candidarsi al governo della città. Si attrezzino all'ascolto con flessibilità e tolleranza, nella consapevolezza che la città rinascerà non con il decisionismo arrogante di un sindaco/doge, ma dalla partecipazione entusiasta e consapevole di tutto un popolo che si riappropria dei destini della città e li fa suoi nella fecondità della partecipazione democratica. E gli aspiranti/sindaci ridisegnino il futuro della città, riscoprendone ruolo e funzioni di leader nella Costa, nella provincia e nella regione, esaltandone la identità perduta. Positano è città della moda, Ravello, città della Musica, Minori città del Gusto, ecc.. E' legittimo chiedersi quale è l'identità di Amalfi? Oggi è tutto e niente presa come è dalla famelica ingordigia di guadagnare molto e subito puntando più sui numeri che sulla qualità. Non è una impresa facile invertire la tendenza. Ma bisogna provarci, pena l'ammaraggio totale nel pantano della routine da degrado.

So di aver usato espressioni forti, ma l'ho fatto per amore; anzi per rabbia d'amore tradito e senso di responsabilità. La mia unica ambizione è quella di vedere una Amalfi diversa, più bella come le impone la storia e la tradizione. E per questo c'è bisogno di una scossa per terremotare le coscienze. Urge uno scatto di orgoglio perchè gli Amalfitani riscoprano ed esaltino la propria dignità. Chi vuole bene alla città non taccia, si ribelli con la forza dell'impegno alla luce del sole e a viso aperto. Che ognuno faccia la sua parte, a tutti i livelli. Io ho fatto e continuerò a fare la mia con l'unico strumento a disposizione: le parole. Vorrei essere in buona e numerosa compagnia, senza altre aspirazioni, né retro pensieri di nessun genere. Il mio è solo un atto d’amore ed un dovere di impegno civile. E spero che mi sia consentito proclamarlo pubblicamente, sia l’uno che l’altro.

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it