Casapesenna. Città cablata dal boss Casalesi, citofoni segreti per Zagaria che così eludeva le intercettazioni

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Casapesenna. Nella lunga caccia all’uomo condotta per arrestare Michele Zagaria (da diciassette anni boss latitante dei casalesi), c’è stato un passo falso, un errore compiuto inavvertitamente da uno dei suoi custodi. Una frase, per essere più chiari, apparentemente priva di importanza, che ha invece consentito di far emergere uno dei sistemi più sofisticati di cui si serviva il boss per sfuggire alle maglie della giustizia. Una frase intercettata, su cui sono tornati negli ultimi mesi gli inquirenti: «Papà, ci sta zio Michele, sta al citofono», si sente dire in una delle conversazioni trascritte, quanto basta ad accendere i riflettori sul sistema di comunicazione interna creato a protezione dell’ex latitante storico. Scene di vita quotidiana con un figlio che si rivolge al padre, che fa riferimento allo «zio», che parla di citofono. Parole ordinarie, scene domestiche, che offrono una sorta di svolta investigativa, il primo passo di indagine sul sistema usato dal latitante per muoversi indisturbato nel suo territorio e per trasferire ordini o ricevere informazioni. «Zio Michele sta al citofono», dunque, ma non è tutto. C’è dell’altro. Ci sono i fili spezzati, gli allacciamenti appesi trovati in uno dei bunker del padrino, finanche un alimentatore autonomo in grado di assicurare il funzionamento in caso di distacco di energia; ma anche un potenziatore di segnale, a sua volta capace di raggiungere obiettivi distanti alcune centinaia di metri, oltre a segnalare pericolosi (nell’ottica criminale) cali di tensione, magari dovuti ad intercettazioni in corso. Insomma, Zagaria come alcune cellule terroristiche internazionali: aveva cablato un intero spaccato municipale per realizzare un sistema di conversazione abusivo e a prova di intercettazioni. Inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, al lavoro i pm Maurizio Giordano, Catello Maresca e Cesare Sirignano, c’è una convinzione di fondo. Dietro un sistema tanto sofisticato, dietro la cablatura della città, in funzione della grande fuga di Zagaria, c’è stata adesione, partecipazione, consenso. Come per Iovine a Casal di Principe, così Zagaria a Casapesenna, la protezione è stata compatta, partecipata, su più livelli. Non potevano fare tutto da soli – si dicono oggi gli inquirenti – quelli del direttorio che ha protetto il boss dei casalesi hanno potuto contare sulla collaborazione di molti. Caccia agli insospettabili. Un lavoro che ha richiesto la partecipazione di tecnici, elettricisti, muratori e quant’altro sia stato necessario per trasformare in «grande citofono» un pezzo di hinterland campano. Stando alla ricostruzione compiuta dalla Dda di Napoli, gli allacci abusivi hanno riguardato ben cinque punti di ascolto disseminati tra Casapesenna e San Marcellino, tutti visitati dalla polizia negli anni della caccia al boss latitante: come in via Colombo a San Marcellino (nella casa di Pasquale Salzillo) o in via Mascagni (casa di Inquieto), ma anche in altri punti dove pare si sia nascosto l’ex numero uno della camorra casertana (in vico Tibullo, in via De Gasperi e via XXV aprile, a Casapesenna, dove dimorano parenti del boss). Facile da usare, a prova di intercettazioni telefoniche, dunque. Tanto che in alcuni casi bastava portare con sé un apparecchio, collegarlo all’interruttore di un determinato appartamento, a sua volta in contatto con il sistema abusivo, per poter entrare in comunicazione con il covo del boss. Quanto basta a immaginare che in tanti sapessero dove si stava nascondendo Zagaria, che una fetta di comunità fosse a conoscenza della presenza dello storico latitante sul proprio territorio. Decisivo l’intuito delle forze dell’ordine, ma anche la ricostruzione offerta in questi mesi agli inquirenti dal pentito Massimiliano Caterino, fino a pochi mesi fa ritenuto tra gli uomini più fidati del boss. È dal suo racconto che stanno emergendo particolari sulla lunga latitanza di Zagaria, sui soldi impiegati per costruire un apparato high tech, ma anche sulle coperture – in alcuni casi insospettabili – che hanno consentito mano libera e libertà di parola al boss della potente camorra casertana. (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)

Casapesenna. Nella lunga caccia all’uomo condotta per arrestare Michele Zagaria (da diciassette anni boss latitante dei casalesi), c’è stato un passo falso, un errore compiuto inavvertitamente da uno dei suoi custodi. Una frase, per essere più chiari, apparentemente priva di importanza, che ha invece consentito di far emergere uno dei sistemi più sofisticati di cui si serviva il boss per sfuggire alle maglie della giustizia. Una frase intercettata, su cui sono tornati negli ultimi mesi gli inquirenti: «Papà, ci sta zio Michele, sta al citofono», si sente dire in una delle conversazioni trascritte, quanto basta ad accendere i riflettori sul sistema di comunicazione interna creato a protezione dell’ex latitante storico. Scene di vita quotidiana con un figlio che si rivolge al padre, che fa riferimento allo «zio», che parla di citofono. Parole ordinarie, scene domestiche, che offrono una sorta di svolta investigativa, il primo passo di indagine sul sistema usato dal latitante per muoversi indisturbato nel suo territorio e per trasferire ordini o ricevere informazioni. «Zio Michele sta al citofono», dunque, ma non è tutto. C’è dell’altro. Ci sono i fili spezzati, gli allacciamenti appesi trovati in uno dei bunker del padrino, finanche un alimentatore autonomo in grado di assicurare il funzionamento in caso di distacco di energia; ma anche un potenziatore di segnale, a sua volta capace di raggiungere obiettivi distanti alcune centinaia di metri, oltre a segnalare pericolosi (nell’ottica criminale) cali di tensione, magari dovuti ad intercettazioni in corso. Insomma, Zagaria come alcune cellule terroristiche internazionali: aveva cablato un intero spaccato municipale per realizzare un sistema di conversazione abusivo e a prova di intercettazioni. Inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, al lavoro i pm Maurizio Giordano, Catello Maresca e Cesare Sirignano, c’è una convinzione di fondo. Dietro un sistema tanto sofisticato, dietro la cablatura della città, in funzione della grande fuga di Zagaria, c’è stata adesione, partecipazione, consenso. Come per Iovine a Casal di Principe, così Zagaria a Casapesenna, la protezione è stata compatta, partecipata, su più livelli. Non potevano fare tutto da soli – si dicono oggi gli inquirenti – quelli del direttorio che ha protetto il boss dei casalesi hanno potuto contare sulla collaborazione di molti. Caccia agli insospettabili. Un lavoro che ha richiesto la partecipazione di tecnici, elettricisti, muratori e quant’altro sia stato necessario per trasformare in «grande citofono» un pezzo di hinterland campano. Stando alla ricostruzione compiuta dalla Dda di Napoli, gli allacci abusivi hanno riguardato ben cinque punti di ascolto disseminati tra Casapesenna e San Marcellino, tutti visitati dalla polizia negli anni della caccia al boss latitante: come in via Colombo a San Marcellino (nella casa di Pasquale Salzillo) o in via Mascagni (casa di Inquieto), ma anche in altri punti dove pare si sia nascosto l’ex numero uno della camorra casertana (in vico Tibullo, in via De Gasperi e via XXV aprile, a Casapesenna, dove dimorano parenti del boss). Facile da usare, a prova di intercettazioni telefoniche, dunque. Tanto che in alcuni casi bastava portare con sé un apparecchio, collegarlo all’interruttore di un determinato appartamento, a sua volta in contatto con il sistema abusivo, per poter entrare in comunicazione con il covo del boss. Quanto basta a immaginare che in tanti sapessero dove si stava nascondendo Zagaria, che una fetta di comunità fosse a conoscenza della presenza dello storico latitante sul proprio territorio. Decisivo l’intuito delle forze dell’ordine, ma anche la ricostruzione offerta in questi mesi agli inquirenti dal pentito Massimiliano Caterino, fino a pochi mesi fa ritenuto tra gli uomini più fidati del boss. È dal suo racconto che stanno emergendo particolari sulla lunga latitanza di Zagaria, sui soldi impiegati per costruire un apparato high tech, ma anche sulle coperture – in alcuni casi insospettabili – che hanno consentito mano libera e libertà di parola al boss della potente camorra casertana. (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)