Addio a Demis Roussos, aveva 68 anni

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Scompare all’età di 68 anni, dopo una lunga malattia, Demis Roussos. Voce straordinaria, ricca di fonemi mediterranei che tenevano insieme le sue radici (era nato ad Alessandria d’Egitto il 15 giugno 1946, da padre greco e madre di origini italiane) e i nuovi gusti giovanili internazionali, Artemios Ventouris «Demis» Roussos ha attraversato con il suo falsetto almeno quattro decadi di pop internazionale. Nella Grecia ricca di musica tradizionale, dal rembetiko al sirtaki, formò, con Vangelis Papathanassiou e Loukas Sideras, gli Aphrodite’s Child dopo aver provato a farsi strada con complessini come The Idols e i We Five. Dotato ed ambizioso, il trio si lasciò alle spalle l’Ellade per cercare successo a Londra e lo trovò accettando il suggerimento del produttore francese Pierre Sberro: sulla scia del progressive rock e dei Procol Harum, «Rain and tears » (1968) adattava il secentesco Canone in re maggiore dell’abate Johann Pachelbel, diventando colonna sonora del maggio francese e conquistando il primo posto in classifica in mezza Europa, Italia compresa. A primeggiare, con l’ugola del corpulento hippy barbuto, era l’organo Hammond di Papathanassiou, autore di tutte le musiche. Vennero tre album e altri singoli vincenti come «Spring summer winter and fall» e «I want to live». «End of the world» ebbe particolarmente successo da noi, spingendo ad avventure come il 45 «Quando l’amore diventa poesia / Lontano dagli occhi». Ma fu «It’s five o’ clock» (1970), dal testo esistenzialista, a moltiplicare la loro fama e a testimoniare l’originalità del progetto, attingendo a sonorità greche e usando strumenti inconsueti per il pop come l’arpa e il salterio. Mentre il batterista Sideras garantiva una vocalità più rock («Let me love, let me live») e «Air» e «Funky Mary» anticiparono l’approdo ai ritmi black, Papathanassiou si disse stanco di andare in tour, fu sostituito da Harris Chalkitis e mise mano al disco più importante della band, «666» centrato sull’Apocalisse di Giovanni: nella «diabolica» title track IrenePapas è protagonista di una performance a luci più che rosse. Demis era quasi un ospite del disco, nel ’71 arrivò, inevitabile, lo scioglimento del gruppo. «666» uscì postumo un anno dopo. Vangelis divenne scognomato compositore di successo planetario («Momenti di gloria», «Blade runner», «Alexander»), Roussos solista da hit parade, rinunciando a qualsiasi esperimento per mettere la sua voce di miele e di mare al servizio di canzoni melodiche ma anche succubi della moda disco music: «Profeta non sarò», «We shall dance» che nel 1971 vinse il Festivalbar, «Forever and ever», «My friend the wind». Messo ormai da parte il basso, afflitto da problemi di stazza e di salute, la pop star si adagiò nell’intronata routine del cantar leggero (copyright Pasquale Panella) concedendosi ai palcoscenici degli eterni revival. La Germania e l’Italia restarono i mercati a lui più propizi, nel 2002 duettò con Spagna in «Tears of love», tornando poi spesso per partecipare a ben quattro puntate del nostalgico show «I migliori anni della nostra vita». Se Vangelis seppe coinvolgerlo in progetti di maggior spessore affidandogli un brano di «Blade Runner» (ma lui incise anche una trasposizione vocale del tema di «Momenti di gloria»), la sua storia resterà legata all’immagine del barbuto in camicione da figlio dei fiori versione mediterranea, ai melismi – sapore di sale di «It’s five ’o clock» – che furono per una generazione intera lasciapassare per serate di sana e consapevole libidine. Si metteva nel mangiadischi il 45 giri, si posava il bicchiere di aranciata e si chiedeva al proprio oggetto del desiderio: «Balli?». Della risposta Demis non era responsabile, ma la sua voce fu spesso ruffiana e complice. (Federico Vacalebre – Il Mattino)

Scompare all’età di 68 anni, dopo una lunga malattia, Demis Roussos. Voce straordinaria, ricca di fonemi mediterranei che tenevano insieme le sue radici (era nato ad Alessandria d’Egitto il 15 giugno 1946, da padre greco e madre di origini italiane) e i nuovi gusti giovanili internazionali, Artemios Ventouris «Demis» Roussos ha attraversato con il suo falsetto almeno quattro decadi di pop internazionale. Nella Grecia ricca di musica tradizionale, dal rembetiko al sirtaki, formò, con Vangelis Papathanassiou e Loukas Sideras, gli Aphrodite’s Child dopo aver provato a farsi strada con complessini come The Idols e i We Five. Dotato ed ambizioso, il trio si lasciò alle spalle l’Ellade per cercare successo a Londra e lo trovò accettando il suggerimento del produttore francese Pierre Sberro: sulla scia del progressive rock e dei Procol Harum, «Rain and tears » (1968) adattava il secentesco Canone in re maggiore dell’abate Johann Pachelbel, diventando colonna sonora del maggio francese e conquistando il primo posto in classifica in mezza Europa, Italia compresa. A primeggiare, con l’ugola del corpulento hippy barbuto, era l’organo Hammond di Papathanassiou, autore di tutte le musiche. Vennero tre album e altri singoli vincenti come «Spring summer winter and fall» e «I want to live». «End of the world» ebbe particolarmente successo da noi, spingendo ad avventure come il 45 «Quando l’amore diventa poesia / Lontano dagli occhi». Ma fu «It’s five o’ clock» (1970), dal testo esistenzialista, a moltiplicare la loro fama e a testimoniare l’originalità del progetto, attingendo a sonorità greche e usando strumenti inconsueti per il pop come l’arpa e il salterio. Mentre il batterista Sideras garantiva una vocalità più rock («Let me love, let me live») e «Air» e «Funky Mary» anticiparono l’approdo ai ritmi black, Papathanassiou si disse stanco di andare in tour, fu sostituito da Harris Chalkitis e mise mano al disco più importante della band, «666» centrato sull’Apocalisse di Giovanni: nella «diabolica» title track IrenePapas è protagonista di una performance a luci più che rosse. Demis era quasi un ospite del disco, nel ’71 arrivò, inevitabile, lo scioglimento del gruppo. «666» uscì postumo un anno dopo. Vangelis divenne scognomato compositore di successo planetario («Momenti di gloria», «Blade runner», «Alexander»), Roussos solista da hit parade, rinunciando a qualsiasi esperimento per mettere la sua voce di miele e di mare al servizio di canzoni melodiche ma anche succubi della moda disco music: «Profeta non sarò», «We shall dance» che nel 1971 vinse il Festivalbar, «Forever and ever», «My friend the wind». Messo ormai da parte il basso, afflitto da problemi di stazza e di salute, la pop star si adagiò nell’intronata routine del cantar leggero (copyright Pasquale Panella) concedendosi ai palcoscenici degli eterni revival. La Germania e l’Italia restarono i mercati a lui più propizi, nel 2002 duettò con Spagna in «Tears of love», tornando poi spesso per partecipare a ben quattro puntate del nostalgico show «I migliori anni della nostra vita». Se Vangelis seppe coinvolgerlo in progetti di maggior spessore affidandogli un brano di «Blade Runner» (ma lui incise anche una trasposizione vocale del tema di «Momenti di gloria»), la sua storia resterà legata all’immagine del barbuto in camicione da figlio dei fiori versione mediterranea, ai melismi – sapore di sale di «It’s five ’o clock» – che furono per una generazione intera lasciapassare per serate di sana e consapevole libidine. Si metteva nel mangiadischi il 45 giri, si posava il bicchiere di aranciata e si chiedeva al proprio oggetto del desiderio: «Balli?». Della risposta Demis non era responsabile, ma la sua voce fu spesso ruffiana e complice. (Federico Vacalebre – Il Mattino)