Piano di Sorrento. 60 anni fa il mistero della morte del 13enne Bartolo Cioffi

0

Attingo questa storia dallo scrigno dei saperi del prof. Ciro Ferrigno, un fatto vero che non abbandonerà mai la memoria collettiva dei carottesi.

BARTOLO CIOFFI

Sessanta anni fa, esattamente nell’agosto del 1955, lo scorrere sereno dei giorni, a Piano di Sorrento, fu letteralmente sconvolto da un fatto di cronaca terribile e funesto. Scomparve un ragazzo: Bartolo Cioffi, poco più che un bambino, tredici anni appena, garzone presso la pasticceria Cadolini, in Via San Michele. Un ragazzino intelligente, vivace, esile, di bella presenza, capelli tendenti al biondo, occhi luminosi. Le ricerche durarono giorni e giorni e, con la famiglia, si mobilitarono le Forze dell’Ordine ed il paese tutto. Gruppi di uomini con a capo Giuseppe, il padre del bambino, setacciarono il territorio, cercarono dovunque, senza esito. Erano gli anni difficili della ripresa, dopo quelli della guerra, e Piano, mentre contava ancora gli uomini morti al fronte, si rimboccava le maniche e, con l’operosità che le è propria, innalzava nuovi palazzi, colmava il vallone San Giuseppe per ottenere spazi nuovi, apriva strade, si avviava a costruire scuole e si inebriava al profumo delle sfogliate calde della rinomata pasticceria che, dopo gli anni duri della fame, erano tornate quale dono di Dio e degli Americani liberatori.
Bartolo era sparito e, col passare dei giorni, la famiglia viveva lo spasimo dell’inutile attesa e dell’angoscia. Come e perché era scomparso, chi e perché l’aveva rapito, dov’era finito, chi e perché avrebbe potuto fargli del male? La comunità viveva con la povera signora Immacolata, la madre, tutto lo sconforto di questi interrogativi e i bambini erano guardati a vista e, in piena estate, tenuti chiusi in casa contro il loro volere. In America c’era la “Mano Nera” che rapiva i bambini, che fosse arrivata anche in Italia? La paura creava ombre e fantasmi. Tutto era sospeso, in attesa del ritorno di Bartolo. 
Passarono i giorni, le settimane, fino a quando, circa un mese dopo, ci furono dei fatti nuovi. Fu murato il pozzo, dove un tempo veniva raccolta l’acqua piovana, non più attivo dopo la costruzione dell’acquedotto sorrentino. Infatti, da quella cisterna, posta nel cortile interno, proveniva un miasma insopportabile ad ogni ora del giorno. Inoltre, zanzare, mosconi ed ogni sorta di insetti danneggiavano la panificazione, nel forno di don Pietro Cadolini, situato nelle immediate vicinanze della cisterna stessa ed a lato della pasticceria del fratello Giuseppe. La circostanza non sfuggì, anzi creò sospetti nell’opinione pubblica. D’altra parte, si racconta che Bartolo rivelasse, in sogno alla madre, di trovarsi in fondo al pozzo. Le Forze dell’Ordine eseguirono nuovi sopralluoghi e dalle profondità della cisterna venne fuori il corpicino, in avanzato stato di decomposizione. La popolazione tutta seguì l’operazione di recupero, affollando Via San Michele, fino all’inverosimile. 

Si parlò di incidente sul lavoro, di disgrazia, di pedofilia, di tutto, proprio di tutto. L’opinione pubblica si divise in due partiti opposti: c’era chi considerava responsabili della morte del garzone i Cadolini e chi li difendeva a spada tratta e attribuiva la scomparsa del ragazzo alla sua estrema vivacità. Bartolo era considerato uno “ccu l’arteteca” uno che “va cacanno pericule”. E da qui al dire che, scavalcando i muri dei giardini, era caduto giù per disgrazia, il passo fu breve. Rami di alberi pieni di frutta matura, dal giardino prossimo al cortile, pendevano nel cortile stesso, proprio sulla famigerata cisterna. Forse il ragazzo per coglierla aveva perso l’equilibrio? Testimoni ricordano che il pozzo, all’epoca, era coperto solo da pezzi sconnessi di legno marcio. Inoltre alcune persone attestano che spesso il ragazzino, per tornare a casa, non andava per la strada, ma scavalcava i muri dei giardini, fino ad arrivare a destinazione. 
All’epoca non c’erano ancora tutti gli strumenti scientifici, che permettono la ricostruzione puntuale di ogni fatto di cronaca nera. Certo è che la storia rimase irrisolta, non furono chiarite le circostanze del decesso, né, tanto meno, le responsabilità dirette o indirette di qualcuno. In tali condizioni fu molto difficile per la famiglia del giovane Bartolo rielaborare il lutto, rassegnarsi e recuperare una certa serenità. Quando il caso fu chiuso, i Cadolini si recarono a piedi a Pompei per ringraziare la Madonna, avendo visto riconosciuta la loro innocenza. La famiglia Cioffi scelse il silenzio e l’accettazione della volontà di Dio, che è Padre di misericordia, ma anche dispensatore di vera giustizia, nel Suo “Mondo della Verità”. Ciro Ferrigno

 

Attingo questa storia dallo scrigno dei saperi del prof. Ciro Ferrigno, un fatto vero che non abbandonerà mai la memoria collettiva dei carottesi.

BARTOLO CIOFFI

Sessanta anni fa, esattamente nell’agosto del 1955, lo scorrere sereno dei giorni, a Piano di Sorrento, fu letteralmente sconvolto da un fatto di cronaca terribile e funesto. Scomparve un ragazzo: Bartolo Cioffi, poco più che un bambino, tredici anni appena, garzone presso la pasticceria Cadolini, in Via San Michele. Un ragazzino intelligente, vivace, esile, di bella presenza, capelli tendenti al biondo, occhi luminosi. Le ricerche durarono giorni e giorni e, con la famiglia, si mobilitarono le Forze dell’Ordine ed il paese tutto. Gruppi di uomini con a capo Giuseppe, il padre del bambino, setacciarono il territorio, cercarono dovunque, senza esito. Erano gli anni difficili della ripresa, dopo quelli della guerra, e Piano, mentre contava ancora gli uomini morti al fronte, si rimboccava le maniche e, con l’operosità che le è propria, innalzava nuovi palazzi, colmava il vallone San Giuseppe per ottenere spazi nuovi, apriva strade, si avviava a costruire scuole e si inebriava al profumo delle sfogliate calde della rinomata pasticceria che, dopo gli anni duri della fame, erano tornate quale dono di Dio e degli Americani liberatori.
Bartolo era sparito e, col passare dei giorni, la famiglia viveva lo spasimo dell’inutile attesa e dell’angoscia. Come e perché era scomparso, chi e perché l’aveva rapito, dov’era finito, chi e perché avrebbe potuto fargli del male? La comunità viveva con la povera signora Immacolata, la madre, tutto lo sconforto di questi interrogativi e i bambini erano guardati a vista e, in piena estate, tenuti chiusi in casa contro il loro volere. In America c’era la “Mano Nera” che rapiva i bambini, che fosse arrivata anche in Italia? La paura creava ombre e fantasmi. Tutto era sospeso, in attesa del ritorno di Bartolo. 
Passarono i giorni, le settimane, fino a quando, circa un mese dopo, ci furono dei fatti nuovi. Fu murato il pozzo, dove un tempo veniva raccolta l’acqua piovana, non più attivo dopo la costruzione dell’acquedotto sorrentino. Infatti, da quella cisterna, posta nel cortile interno, proveniva un miasma insopportabile ad ogni ora del giorno. Inoltre, zanzare, mosconi ed ogni sorta di insetti danneggiavano la panificazione, nel forno di don Pietro Cadolini, situato nelle immediate vicinanze della cisterna stessa ed a lato della pasticceria del fratello Giuseppe. La circostanza non sfuggì, anzi creò sospetti nell’opinione pubblica. D’altra parte, si racconta che Bartolo rivelasse, in sogno alla madre, di trovarsi in fondo al pozzo. Le Forze dell’Ordine eseguirono nuovi sopralluoghi e dalle profondità della cisterna venne fuori il corpicino, in avanzato stato di decomposizione. La popolazione tutta seguì l’operazione di recupero, affollando Via San Michele, fino all’inverosimile. 


Si parlò di incidente sul lavoro, di disgrazia, di pedofilia, di tutto, proprio di tutto. L’opinione pubblica si divise in due partiti opposti: c’era chi considerava responsabili della morte del garzone i Cadolini e chi li difendeva a spada tratta e attribuiva la scomparsa del ragazzo alla sua estrema vivacità. Bartolo era considerato uno “ccu l’arteteca” uno che “va cacanno pericule”. E da qui al dire che, scavalcando i muri dei giardini, era caduto giù per disgrazia, il passo fu breve. Rami di alberi pieni di frutta matura, dal giardino prossimo al cortile, pendevano nel cortile stesso, proprio sulla famigerata cisterna. Forse il ragazzo per coglierla aveva perso l’equilibrio? Testimoni ricordano che il pozzo, all’epoca, era coperto solo da pezzi sconnessi di legno marcio. Inoltre alcune persone attestano che spesso il ragazzino, per tornare a casa, non andava per la strada, ma scavalcava i muri dei giardini, fino ad arrivare a destinazione. 
All’epoca non c’erano ancora tutti gli strumenti scientifici, che permettono la ricostruzione puntuale di ogni fatto di cronaca nera. Certo è che la storia rimase irrisolta, non furono chiarite le circostanze del decesso, né, tanto meno, le responsabilità dirette o indirette di qualcuno. In tali condizioni fu molto difficile per la famiglia del giovane Bartolo rielaborare il lutto, rassegnarsi e recuperare una certa serenità. Quando il caso fu chiuso, i Cadolini si recarono a piedi a Pompei per ringraziare la Madonna, avendo visto riconosciuta la loro innocenza. La famiglia Cioffi scelse il silenzio e l’accettazione della volontà di Dio, che è Padre di misericordia, ma anche dispensatore di vera giustizia, nel Suo “Mondo della Verità”. Ciro Ferrigno