Pompei. Nasce un museo biologico con gli alimenti carbonizzati dall’eruzione e rinvenuti negli Scavi

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L’ultima cena dei pompeiani è servita. In museo. Noci, pani carbonizzati, gusci di uova, olive, lische di pesci, ricci, fichi e resti di garum, la prelibata salsa che nel I secolo dopo Cristo aveva a Pompei uno dei più importanti centri di produzione, saranno esposti in quello che in un futuro molto prossimo diventerà una delle tappe più importanti della visita agli Scavi: il Museo naturalistico-biologico della Soprintendenza pompeiana. Il contenitore sarà attrezzato, entro sei mesi, negli spazi del Laboratorio di ricerche applicate. Una data che, secondo le intenzioni dei vertici di Porta Marina, dovrebbe coincidere con l’inaugurazione dell’Expo di Milano. Anche perché il cibo e tutto quanto ad esso attinente sarà l’argomento dell’esposizione di quest’anno. Se tuttavia non fosse possibile chiudere l’intervento di restyling prima dell’estate, per ritardi dovuti alla pubblicazione del bando di gara d’affidamento dei lavori, previsto entro la fine del mese, sicuramente il tutto diverrà funzionante per dicembre 2015. Il nuovo museo resterà dunque nella sede attualmente occupata dal Laboratorio, situata a pochi metri dalle Terme del Foro. L’edificio, che verrà salvaguardato nei suoi aspetti architettonici essenziali perché risalente all’Ottocento (fino agli inizi del secolo scorso in quei locali c’era la Direzione degli scavi di Pompei), verrà solamente rimodulato negli spazi. Il costo del progetto è di due milioni di euro e rientrerà tra le spese del «Grande Progetto Pompei». Nel museo troveranno posto tutte le collezioni che sono attualmente protette nelle camere climatizzate del Laboratorio. A partire dai materiali carbonizzati rinvenuti durante gli scavi. Per continuare con quelli vegetali, con le stoffe carbonizzate, con le terre colorate, ritrovate ancora nei loro contenitori. E con i reperti botanici. Il Laboratorio, nato nel 1994 dalle ceneri dell’Ufficio botanico, creato nel 1988 per gestire il verde degli spazi pubblici e privati antichi, custodisce una delle più importanti e rare raccolte di testimonianze biovegetali esistente al mondo: la collezione dei reperti organici e biologici (erbe, semi, frutti, legni, frammenti di tessuti, ossa e denti di animali) trovati negli scavi dal 1748 in avanti. La raccolta, ricca di quasi mille pezzi, fino a qualche anno fa era conservata in parte al Museo Nazionale di Napoli. Alcuni reperti sono particolarmente importanti, come quei pochi resti di una stoffa che al microscopio ha rivelato contenere strati di porpora e di oro. L’ipotesi avanzata dagli studiosi è che si possa trattare di quanto resta di una toga. Quale sia l’area in cui è avvenuto quel ritrovamento, poi, non è assolutamente dato sapere perché i residui di stoffa potrebbero provenire tanto dall’area vesuviana quanto da tutta l’Italia meridionale, visto che fino alla fine dell’Ottocento il Museo Archeologico di Napoli accoglieva materiali provenienti dagli scavi di ogni parte del Sud. Accanto ai reperti vegetali c’è poi la raccolta malacologica, nella quale sono custodite tutte le conchiglie trovate negli scavi. E, ancora, materiali carbonizzati: tessuti, corde, reti. Tra questi reperti c’è anche un nucleo di ossa di animali (come il toporagno) e tutti i residui di garum, la salsa a base di pesce azzurro macerato, che sono stati rinvenuti nelle case o nelle officine di produzione, di cui era ricca la città. Insomma, un laboratorio-museo unico al mondo (il gruppo di Steven Ellis, professore d’archeologia all’Università di Cincinnati, negli Usa, due anni fa, rinvenne resti di giraffa, ricci e fenicotteri, nel retro di una taverna) dove troverà posto anche la collezione delle ciotole di terracotta contenenti i colori utilizzati dagli artisti dell’epoca per decorare le pareti delle ricche domus cittadine, fino a pochi mesi fa condivisa con l’Archeologico napoletano. Nel museo sarà esposta anche una selezione di materiali lapidei (si tratta di tutte le tipologie di marmi che impreziosivano colonne, fregi di case e templi pompeiani) individuati da Lorenzo Lazzarini, professore ordinario di Petrografia, e Stefano Cancelliere, responsabile del laboratorio di analisi dei materiali antichi, entrambi docenti dell’Istituto universitario di Architettura di Venezia. La superficie destinata ad accogliere l’esposizione ha forma rettangolare, non è coperta: per la protezione si dovrà progettare una struttura leggera e a basso impatto. «In quell’area –sottolineano dalla Soprintendenza – realizzeremo le camere climatizzate in cui custodire ed esporre reperti che, per la loro estrema fragilità, necessitano di essere conservati in ambienti in cui i parametri di temperatura e umidità rispettano valori precisi. Solo in quel modo proteggeremo questi pezzi di storia unici al mondo». (Carlo Avvisati – Il Mattino) 

L’ultima cena dei pompeiani è servita. In museo. Noci, pani carbonizzati, gusci di uova, olive, lische di pesci, ricci, fichi e resti di garum, la prelibata salsa che nel I secolo dopo Cristo aveva a Pompei uno dei più importanti centri di produzione, saranno esposti in quello che in un futuro molto prossimo diventerà una delle tappe più importanti della visita agli Scavi: il Museo naturalistico-biologico della Soprintendenza pompeiana. Il contenitore sarà attrezzato, entro sei mesi, negli spazi del Laboratorio di ricerche applicate. Una data che, secondo le intenzioni dei vertici di Porta Marina, dovrebbe coincidere con l’inaugurazione dell’Expo di Milano. Anche perché il cibo e tutto quanto ad esso attinente sarà l’argomento dell’esposizione di quest’anno. Se tuttavia non fosse possibile chiudere l’intervento di restyling prima dell’estate, per ritardi dovuti alla pubblicazione del bando di gara d’affidamento dei lavori, previsto entro la fine del mese, sicuramente il tutto diverrà funzionante per dicembre 2015. Il nuovo museo resterà dunque nella sede attualmente occupata dal Laboratorio, situata a pochi metri dalle Terme del Foro. L’edificio, che verrà salvaguardato nei suoi aspetti architettonici essenziali perché risalente all’Ottocento (fino agli inizi del secolo scorso in quei locali c’era la Direzione degli scavi di Pompei), verrà solamente rimodulato negli spazi. Il costo del progetto è di due milioni di euro e rientrerà tra le spese del «Grande Progetto Pompei». Nel museo troveranno posto tutte le collezioni che sono attualmente protette nelle camere climatizzate del Laboratorio. A partire dai materiali carbonizzati rinvenuti durante gli scavi. Per continuare con quelli vegetali, con le stoffe carbonizzate, con le terre colorate, ritrovate ancora nei loro contenitori. E con i reperti botanici. Il Laboratorio, nato nel 1994 dalle ceneri dell’Ufficio botanico, creato nel 1988 per gestire il verde degli spazi pubblici e privati antichi, custodisce una delle più importanti e rare raccolte di testimonianze biovegetali esistente al mondo: la collezione dei reperti organici e biologici (erbe, semi, frutti, legni, frammenti di tessuti, ossa e denti di animali) trovati negli scavi dal 1748 in avanti. La raccolta, ricca di quasi mille pezzi, fino a qualche anno fa era conservata in parte al Museo Nazionale di Napoli. Alcuni reperti sono particolarmente importanti, come quei pochi resti di una stoffa che al microscopio ha rivelato contenere strati di porpora e di oro. L’ipotesi avanzata dagli studiosi è che si possa trattare di quanto resta di una toga. Quale sia l’area in cui è avvenuto quel ritrovamento, poi, non è assolutamente dato sapere perché i residui di stoffa potrebbero provenire tanto dall’area vesuviana quanto da tutta l’Italia meridionale, visto che fino alla fine dell’Ottocento il Museo Archeologico di Napoli accoglieva materiali provenienti dagli scavi di ogni parte del Sud. Accanto ai reperti vegetali c’è poi la raccolta malacologica, nella quale sono custodite tutte le conchiglie trovate negli scavi. E, ancora, materiali carbonizzati: tessuti, corde, reti. Tra questi reperti c’è anche un nucleo di ossa di animali (come il toporagno) e tutti i residui di garum, la salsa a base di pesce azzurro macerato, che sono stati rinvenuti nelle case o nelle officine di produzione, di cui era ricca la città. Insomma, un laboratorio-museo unico al mondo (il gruppo di Steven Ellis, professore d’archeologia all’Università di Cincinnati, negli Usa, due anni fa, rinvenne resti di giraffa, ricci e fenicotteri, nel retro di una taverna) dove troverà posto anche la collezione delle ciotole di terracotta contenenti i colori utilizzati dagli artisti dell’epoca per decorare le pareti delle ricche domus cittadine, fino a pochi mesi fa condivisa con l’Archeologico napoletano. Nel museo sarà esposta anche una selezione di materiali lapidei (si tratta di tutte le tipologie di marmi che impreziosivano colonne, fregi di case e templi pompeiani) individuati da Lorenzo Lazzarini, professore ordinario di Petrografia, e Stefano Cancelliere, responsabile del laboratorio di analisi dei materiali antichi, entrambi docenti dell’Istituto universitario di Architettura di Venezia. La superficie destinata ad accogliere l’esposizione ha forma rettangolare, non è coperta: per la protezione si dovrà progettare una struttura leggera e a basso impatto. «In quell’area –sottolineano dalla Soprintendenza – realizzeremo le camere climatizzate in cui custodire ed esporre reperti che, per la loro estrema fragilità, necessitano di essere conservati in ambienti in cui i parametri di temperatura e umidità rispettano valori precisi. Solo in quel modo proteggeremo questi pezzi di storia unici al mondo». (Carlo Avvisati – Il Mattino) 

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