Spariti Dorita e suo figlio, giallo tra Napoli e Pakistan

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I genitori hanno sentito per l’ultima volta la sua voce sette mesi fa: «Mamma, siamo in auto verso l’aeroporto di Islamabad. Va tutto bene: ci vediamo stanotte a casa». Da quel momento in poi la ventiseienne napoletana Dorita Giordano è scomparsa. Di lei e del suo bambino di appena quattro anni non si hanno più notizie. È come se madre e figlio fossero stati inghiottiti dal vortice di un profondo e inquietante buco nero, all’interno del quale sembra essere precipitato anche il marito della giovane, il pachistano Muhammad Basharat. E proprio intorno a quest’uomo sembrano addensarsi ora misteri e sospetti. Quella di Dorita e di Muhammad è una storia sulla quale si sono progressivamente addensate sempre più ombre. Una vicenda che inizia sei anni fa a Napoli e i cui capitoli più inquietanti sembrano essere stati scritti in Pakistan, dove il compagno della donna aveva deciso di trasferirsi con il resto della famiglia. Destinazione Lahore, o meglio una cittadina a duecento chilometri di distanza dalla megalopoli che è la seconda città del Paese. Sono ormai trascorsi 209 giorni di vuoto totale, scanditi dall’assenza che ormai prende i contorni di una scomparsa. Un’angoscia, quella vissuta dai familiari di Dorita, che li ha spinti a rivolgersi alla polizia e poi anche all’Unità di crisi della Farnesina. Ma dal ministero degli Esteri, finora, non sono arrivate risposte al papà Mario e alla mamma Anna. I genitori della giovane napoletana – che abitano in via Salvator Rosa e gestiscono un negozio di antiquariato a San Martino, nella zona collinare del quartiere del Vomero – inizialmente avevano presentato una denuncia in Questura. Ma le indagini sono subito apparse molto difficili, tanto più per il fatto che dovrebbero interfacciarsi con la collaborazione della polizia pachistana e scandagliare quel ginepraio di vite che corrono, e spesso sfuggono evaporando nel nulla, in uno dei Paesi più controversi di un Oriente perennemente scosso da eventi drammatici. Ma per arrivare al giorno della scomparsa di Dorita e del suo bambino bisognerà ricostruire tutta la storia che ha portato a questo drammatico epilogo. Cominciando da sei anni fa, a Napoli, quando Dorita – che in famiglia chiamano Danila e che è diplomata in sociopedagogia – incontra MuhammadBasharat. Pachistano, 35 anni, l’uomo si arrangia vendendo occhiali da sole su una delle tante bancarelle abusive che popolano l’area tra piazza Dante, via Toledo e il quartiere di Chiaia. L’incontro tra i due fa scoccare la scintilla di una passione che ben presto si trasforma in amore. I genitori non approvano, ma nemmeno si oppongono alla storia sentimentale che di lì a poco si trasformerà in matrimonio civile. Quelle nozze consentiranno a Muhammad di ottenere un regolare passaporto italiano e di uscire dalla semiclandestinità cui molti extracomunitari sono condannati. Un anno dopo – il 18 aprile 2010 – nasce un bambino. I nonni sanno che è stato chiamato Mario, come il nonno; solo molti mesi dopo constateranno che, invece, sui documenti all’anagrafe il piccolo risulta registrato come Muhammad Suban. Il marito di Dorita è un fedele credente che va a pregare tutti i venerdì in moschea, anche se – così almeno racconta chi lo ha conosciuto – non è mai apparso come un integralista e tantomeno fanatico islamista. I tre partono una prima volta per Lahore, per poi far ritorno a Napoli dopo alcuni mesi. E così si arriva al 22 ottobre 2013, una data importante perché coincide con l’ultima volta in cui i genitori e i due fratelli vedono Dorita. È tranquilla, pranza a casa con i suoi e poi raggiunge il marito a casa. «Non ci disse nulla – raccontano il padre e la madre – tantomeno che il giorno dopo avrebbe lasciato l’Italia per tornare in Pakistan». Perché quel silenzio? Ma questo è solo il primo di una lunga serie di misteri che seguiranno. Passano le settimane, e dal Pakistan la giovane comunica saltuariamente con i familiari con qualche telefonata da un cellulare. Segue un lungo silenzio, durato cinque mesi, prima che Dorita torni a comunicare con i suoi. Si rifà viva all’improvviso con i suoi familiari sette mesi fa. A inizio giugno. E la sua voce, stavolta, forse tradisce un’emozione e preoccupazione. «Voglio tornare a casa – dice – Aiuatemi, mandatemi subito del denaro per acquistare il biglietto. E fatemi anche una ricarica telefonica perché non abbiamo più soldi», chiede al padre. Mario Giordano fa la cosa migliore: non spedisce altri contanti ma acquista per 1346 euro tramite un’agenzia di viaggi di via San Giacomo tre biglietti aerei a nome della figlia, del marito e del nipotino per il volo della Kuwait Airways con partenza da Islambad del 24 giugno che decolla alle 6 del mattino e arriva – dopo un transito a Kuwait City – a Fiumicino alle 3,55 di notte. La mattina di quello stesso giorno Dorita chiama la mamma e la rassicura di essere in viaggio verso l’aeroporto di Islamabad. Eppure all’arrivo del boeing all’aeroporto internazionale di Roma i tre non sbarcano. Dalle indagini svolte dalla famiglia su quell’aereo risultano essere salite solo due persone, due adulti, a nome Dorita Giordano e Muhammad Basharat. Del bambino non c’è più traccia. Che cosa è accaduto? Erano effettivamente la giovane napoletana e il marito i due passeggeri imbarcati? E, se questo è vero, perché non sono mai arrivati a destinazione? Qui subentrano gli interrogativi. E le ipotesi. Che cosa può essere successo? Qualcun altro ha utilizzato i loro biglietti per Roma magari con documenti falsi? In questo caso si potrebbe immaginare che i due non siano mai partiti. Seconda ipotesi: Dorita e il pakistano salgono effettivamente sull’aereo ma scendono a Kuwait City. Per quale motivo? La famiglia della ragazza è ormai decisa ad andare avanti nelle ricerche e chiede aiuto agli organismi internazionali: «Non ci rassegneremo – dice il padre – finora abbiamo tentato da soli di rintracciare Dorita ma adesso qualcuno deve aiutarci. Non può essere che mia figlia, suo marito e il loro bambino siano scomparsi nel nulla». (Giuseppe Crimaldi – Il Mattino) 

I genitori hanno sentito per l'ultima volta la sua voce sette mesi fa: «Mamma, siamo in auto verso l'aeroporto di Islamabad. Va tutto bene: ci vediamo stanotte a casa». Da quel momento in poi la ventiseienne napoletana Dorita Giordano è scomparsa. Di lei e del suo bambino di appena quattro anni non si hanno più notizie. È come se madre e figlio fossero stati inghiottiti dal vortice di un profondo e inquietante buco nero, all'interno del quale sembra essere precipitato anche il marito della giovane, il pachistano Muhammad Basharat. E proprio intorno a quest'uomo sembrano addensarsi ora misteri e sospetti. Quella di Dorita e di Muhammad è una storia sulla quale si sono progressivamente addensate sempre più ombre. Una vicenda che inizia sei anni fa a Napoli e i cui capitoli più inquietanti sembrano essere stati scritti in Pakistan, dove il compagno della donna aveva deciso di trasferirsi con il resto della famiglia. Destinazione Lahore, o meglio una cittadina a duecento chilometri di distanza dalla megalopoli che è la seconda città del Paese. Sono ormai trascorsi 209 giorni di vuoto totale, scanditi dall'assenza che ormai prende i contorni di una scomparsa. Un’angoscia, quella vissuta dai familiari di Dorita, che li ha spinti a rivolgersi alla polizia e poi anche all'Unità di crisi della Farnesina. Ma dal ministero degli Esteri, finora, non sono arrivate risposte al papà Mario e alla mamma Anna. I genitori della giovane napoletana – che abitano in via Salvator Rosa e gestiscono un negozio di antiquariato a San Martino, nella zona collinare del quartiere del Vomero – inizialmente avevano presentato una denuncia in Questura. Ma le indagini sono subito apparse molto difficili, tanto più per il fatto che dovrebbero interfacciarsi con la collaborazione della polizia pachistana e scandagliare quel ginepraio di vite che corrono, e spesso sfuggono evaporando nel nulla, in uno dei Paesi più controversi di un Oriente perennemente scosso da eventi drammatici. Ma per arrivare al giorno della scomparsa di Dorita e del suo bambino bisognerà ricostruire tutta la storia che ha portato a questo drammatico epilogo. Cominciando da sei anni fa, a Napoli, quando Dorita – che in famiglia chiamano Danila e che è diplomata in sociopedagogia – incontra MuhammadBasharat. Pachistano, 35 anni, l’uomo si arrangia vendendo occhiali da sole su una delle tante bancarelle abusive che popolano l’area tra piazza Dante, via Toledo e il quartiere di Chiaia. L’incontro tra i due fa scoccare la scintilla di una passione che ben presto si trasforma in amore. I genitori non approvano, ma nemmeno si oppongono alla storia sentimentale che di lì a poco si trasformerà in matrimonio civile. Quelle nozze consentiranno a Muhammad di ottenere un regolare passaporto italiano e di uscire dalla semiclandestinità cui molti extracomunitari sono condannati. Un anno dopo – il 18 aprile 2010 – nasce un bambino. I nonni sanno che è stato chiamato Mario, come il nonno; solo molti mesi dopo constateranno che, invece, sui documenti all’anagrafe il piccolo risulta registrato come Muhammad Suban. Il marito di Dorita è un fedele credente che va a pregare tutti i venerdì in moschea, anche se – così almeno racconta chi lo ha conosciuto – non è mai apparso come un integralista e tantomeno fanatico islamista. I tre partono una prima volta per Lahore, per poi far ritorno a Napoli dopo alcuni mesi. E così si arriva al 22 ottobre 2013, una data importante perché coincide con l’ultima volta in cui i genitori e i due fratelli vedono Dorita. È tranquilla, pranza a casa con i suoi e poi raggiunge il marito a casa. «Non ci disse nulla – raccontano il padre e la madre – tantomeno che il giorno dopo avrebbe lasciato l’Italia per tornare in Pakistan». Perché quel silenzio? Ma questo è solo il primo di una lunga serie di misteri che seguiranno. Passano le settimane, e dal Pakistan la giovane comunica saltuariamente con i familiari con qualche telefonata da un cellulare. Segue un lungo silenzio, durato cinque mesi, prima che Dorita torni a comunicare con i suoi. Si rifà viva all’improvviso con i suoi familiari sette mesi fa. A inizio giugno. E la sua voce, stavolta, forse tradisce un’emozione e preoccupazione. «Voglio tornare a casa – dice – Aiuatemi, mandatemi subito del denaro per acquistare il biglietto. E fatemi anche una ricarica telefonica perché non abbiamo più soldi», chiede al padre. Mario Giordano fa la cosa migliore: non spedisce altri contanti ma acquista per 1346 euro tramite un’agenzia di viaggi di via San Giacomo tre biglietti aerei a nome della figlia, del marito e del nipotino per il volo della Kuwait Airways con partenza da Islambad del 24 giugno che decolla alle 6 del mattino e arriva – dopo un transito a Kuwait City – a Fiumicino alle 3,55 di notte. La mattina di quello stesso giorno Dorita chiama la mamma e la rassicura di essere in viaggio verso l’aeroporto di Islamabad. Eppure all’arrivo del boeing all’aeroporto internazionale di Roma i tre non sbarcano. Dalle indagini svolte dalla famiglia su quell’aereo risultano essere salite solo due persone, due adulti, a nome Dorita Giordano e Muhammad Basharat. Del bambino non c’è più traccia. Che cosa è accaduto? Erano effettivamente la giovane napoletana e il marito i due passeggeri imbarcati? E, se questo è vero, perché non sono mai arrivati a destinazione? Qui subentrano gli interrogativi. E le ipotesi. Che cosa può essere successo? Qualcun altro ha utilizzato i loro biglietti per Roma magari con documenti falsi? In questo caso si potrebbe immaginare che i due non siano mai partiti. Seconda ipotesi: Dorita e il pakistano salgono effettivamente sull’aereo ma scendono a Kuwait City. Per quale motivo? La famiglia della ragazza è ormai decisa ad andare avanti nelle ricerche e chiede aiuto agli organismi internazionali: «Non ci rassegneremo – dice il padre – finora abbiamo tentato da soli di rintracciare Dorita ma adesso qualcuno deve aiutarci. Non può essere che mia figlia, suo marito e il loro bambino siano scomparsi nel nulla». (Giuseppe Crimaldi – Il Mattino)