La rivincita del vecchio partito

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Il sistema politico italiano è alla vigilia di un nuovo passaggio. I cardini sui quali si è retto dal ’94 a oggi – logica e sistema elettorale maggioritari, alternanze di governo, personalizzazione della politica – non reggono più. Il primo colpo di maglio venne inferto nel 2005 quando il centro-destra modificò in senso proporzionale il sistema elettorale per limitare i danni di una sicura sconfitta alle elezioni politiche del 2006.
Il centro-sinistra, nella sua debolezza e dabbenaggine, non si preoccupò di ripristinare subito (migliorandolo) il maggioritario.

Evidentemente, o non ne aveva la forza o non ne era convinto. Fatto sta che la nostalgia proporzionalista ha conquistato cuori e menti al punto di auspicare il ritorno alle preferenze, come se non fossero noti i guasti, in termini di corruzione, frazionismo interno e spese alle stelle, che esse hanno prodotto in passato.

Comunque, nonostante il meccanismo proporzionale, per una classica ironia della storia le elezioni del 2008 hanno portato a una semplificazione drastica del sistema partitico prefigurando una sorta di “quadriglia bipolare” all’italiana, con PdL e Lega da un lato e Pd e Italia dei valori dall’altro (e in mezzo le ridotte truppe centriste dell’Udc di Casini). Ma l’esito imprevisto delle ultime elezioni non ha fatto altro che nascondere sotto il tappeto le scorie del proporzionalismo e rimandare i suoi effetti dirompenti. Il permanere di una legge elettorale che non spinge all’aggregazione né favorisce la logica bipolare, ma al contrario consente piccole rendite di posizione, ha incrinato il cardine maggioritario del sistema politico post-’94. L’autonomizzazione dal Pd della piccola pattuglia dei rutelliani e dal Pdl della più nutrita schiera dei finiani conferma che il sistema è entrato, quanto meno, in una fase di instabilità. Anche perché sta venendo meno un altro tassello: la personalizzazione-presidenzializzazione della politica.

In tutte le democrazie consolidate i leader hanno acquisito maggior peso rispetto alle proprie organizzazioni partitiche d’appartenenza. In nessun caso, però, un leader è emerso e ha avuto successo senza appoggiarsi a un partito. Inoltre, al di là di casi eccezionali, i leader sono sempre stati, in ultima analisi, “dipendenti” dalle decisioni del proprio partito. Sono i partiti che li innalzano o li disarcionano. 

Questo vale per paesi di consolidata democrazia parlamentare, con partiti forti e ben radicati. Il caso italiano si è discostato da questa sorta di modello standard nel rapporto leader-partiti: da un lato perché una grande formazione partitica – Forza Italia – è stata creata dal nulla da un “imprenditore politico” al punto da identificarsi totalmente con il fondatore, dall’altro perché l’invasione dei mezzi di comunicazione nella politica ha portato al parossismo il processo di personalizzazione. Infine, l’adozione da parte del centro-sinistra e del Pd di meccanismi di selezione della leadership e delle candidature di ogni livello attraverso primarie aperte ha introdotto dosi massicce di personalizzazione anche in corpi a lungo refrattari a questo stile.

Tutto questo sembra però avviato al punto di rottura. Anche se le cronache degli scontri all’arma bianca tra Fini e Berlusconi sembrano indicare il contrario, in realtà lo spazio delle personalità si sta restringendo a favore di un ritorno delle organizzazioni partitiche. Il solco è stato tracciato dalla Lega. Traumatizzato dalla grave malattia che colpì Umberto Bossi, il Carroccio, per far fronte all’eventuale perdita del capo carismatico, avviò un’opera di radicamento territoriale seguendo il classico modello del partito di massa vecchio stile. Quella decisione ha influito sul recente successo leghista e ha rivalutato, agli occhi di molti, le virtù di un’organizzazione forte e ramificata.

Non è un caso che oggi sia Berlusconi che Fini stiano ripensando le rispettive strutture di riferimento in una prospettiva post-presidenziale, valorizzando cioè le articolazioni periferiche e sollecitando la mobilitazione di base. In questo processo manca ancora un passaggio, quello dei meccanismi democratici delle nomine dei dirigenti dal basso all’alto; ma la dinamica per un “ritorno del partito” è innescata. Paradossale, infine, che a sinistra, nel Pd, stia accadendo il contrario, cioè una spasmodica concentrazione sulla (ricerca di una) leadership lasciando deperire quella che era una grande organizzazione. Da questo lato dello schieramento non è ancora chiaro che lo scardinamento del sistema post-’94 è in atto.

                       miki de lucia