Il rischio della più lunga e velenosa campagna elettorale della storia

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La velenosa e torbida estate del 2010 (l’estate in cui «muore la politica», secondo il commento domenicale di questo giornale) rischia di produrre la più lunga e nefasta campagna elettorale della storia repubblicana. Una campagna che di fatto ha già preso avvio, sia pure non dichiarata come non è mai stata dichiarata nemmeno la crisi di governo, e che sembra destinata a concludersi non prima della primavera del prossimo anno.

Le elezioni sono, sì, il ritorno alla fonte della legittimità democratica, ma sette-otto mesi di colpi bassi e regolamenti di conti spacciati per dibattito pre-elettorale costituiscono una prospettiva inquietante. Purtroppo al momento è l’ipotesi più probabile per più di un motivo.

In primo luogo lo stesso Berlusconi ha bisogno di tempo per organizzarsi e riorganizzare il suo partito. Questo spiega l’alternarsi di ultimatum e di posizioni più caute che scandiscono le mosse del premier. Un giorno garantisce al capo dello Stato la volontà di «andare avanti», il giorno dopo annuncia la mobilitazione contro i «disfattisti». È come se non avesse deciso cosa fare in settembre, mentre adesso è concentrato nella demolizione del nemico Fini.

Ma un conflitto politico-istituzionale fra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera è devastante, soprattutto se protratto per settimane e mesi senza che nessuno dei duellanti riesca a mettere a segno il colpo risolutivo. Purtroppo è quello che sta già accadendo. Fini, benché indebolito dal grottesco pasticcio della casa a Montecarlo, non ha intenzione di dimettersi dalla sua carica; Berlusconi non ha per ora la forza o la possibilità di farlo cadere. Si accentuerà la pressione sul ribelle, nella speranza di piegarlo sotto il profilo psicologico e di sottrargli qualcuno dei deputati che l’hanno seguito in «Futuro e libertà».

Nel frattempo le probabilità che si definisca un «patto di legislatura» nel centrodestra, come vorrebbero i finiani, sono pressoché nulle. Ferruccio de Bortoli, sul Corriere, ha chiesto alla maggioranza di «pensare prima al paese». È il suggerimento cruciale, perché chi ha vinto le elezioni ha molti diritti, ma ha il dovere prioritario di governare, anziché sprecare per l’ennesima volta la legislatura. Il rischio, o meglio la quasi certezza, è che la «verifica» di settembre sia viziata in partenza da troppe riserve mentali. E che dietro il rilancio del programma di governo si celi la mera volontà di punire i dissidenti e di denunciarli come responsabili della frattura definitiva.

Ma anche questo passaggio, che sarebbe comunque un chiarimento, si tradurrà con ogni probabilità in un itinerario vischioso e scivoloso. Berlusconi è sospettoso circa le scelte di Napolitano: sa che il capo dello Stato ha il dovere di guardare se in Parlamento esiste un’altra maggioranza. E il premier teme il momento in cui, presentando le dimissioni, egli perderà di fatto il controllo della situazione. Anche questo fattore non aiuta ad accelerare i tempi. Del resto Berlusconi è consapevole di dover affrontare con Bossi, capo di una Lega mai così tonica nel Nord, una complessa trattativa sui seggi e le candidature.

I finiani, a loro volta, faranno di tutto per evitare di essere strumento del gioco politico berlusconiano. Si sforzeranno di non cadere nelle provocazioni, a costo di qualche compromesso. Così passeranno le settimane e la più lunga campagna elettorale della storia avrà modo di inquinare la vita civile.

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