Cinque combattenti dell’Isis rientrati in Italia per colpire. Fanno parte del gruppo dei 53 arruolati dal Califfato

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Il rischio di un imminente attentato da parte di terroristi islamici in Italia annunciato da Cia e Mossad è stato smentito dal Ministro Alfano. Minacce specifiche, quindi, non esisterebbero secondo il titolare del Viminale. Questo però non esclude che una singola persona, un lone wolf, un lupo solitario, possa all’improvviso decidere di colpire. E in questi casi diventa impossibile fare previsioni. La situazione è tutt’altro che tranquilla. Il Ministro degli Interni nei giorni scorsi aveva parlato dei 53 foreign fighters, i combattenti partiti dall’Italia per andare a combattere in Siria ed Iraq. Se in un primo momento a fare scalpore era stato l’annuncio della presenza in questo elenco anche di una donna italiana convertita all’Islam, Fatima Zahra, di 27 anni, ora emerge un dato ancora più inquietante. Secondo quanto riportato dal sito Wikilao le autorità italiane sono in possesso degli identikit di tredici siriani che sono partiti dall’Italia per andare a combattere nel loro Paese di origine al fianco dei jihadisti. Uno di loro è morto in Siria. Cinque di loro hanno invece fatto ritorno in Italia. Sono rientrati quindi in patria. Ovviamente sono, secondo quanto riportato dal sito, super attenzionati. Il fatto che siano costantemente monitorati dalle forze dell’ordine potrebbe scongiurare loro azioni improvvise o i loro gesti solitari. Ma in questi casi il pericolo rimane reale e concreto. Il fenomeno dei returnees preoccupa non poco. Chi rientra dalla Siria, infatti, possiede di sicuro capacità maturate sul campo ed ha ovviamente subito indottrinamento oltre che adeguato addestramento. E avevano collegamenti con l’Italia altri dieci jihadisti maghrebini e balcanici impegnati nei combattimenti al fianco delle formazioni estremiste in Siria ed Iraq. Quattro sono morti. Tra gli italiani che si sono convertiti e hanno sposato la causa degli islamisti anche il genovese Giuliano Ibrahim Delnevo, ucciso nel giugno del 2013 e Fatima Zahra appunto. Ci sono poi altri 25 foreign fighters per lo più nordafricani che hanno avuto contatti con l’Italia. Secondo quanto riferito sempre da Wikilao attualmente nel nostro Paese sono centinaia le persone sotto osservazione. Non siamo certo a livelli di emergenza come in Francia dove vengono monitorati 1.150 soggetti considerati ad alto rischio. Tra questi 215 sono su suolo europeo e 177 in Francia. Si tratta di potenziali attentatori che, in particolari condizioni, dietro particolari sollecitazioni o su impulso personale potrebbero anche entrare in azione come già accaduto nei giorni scorsi a Parigi. Sebbene l’Italia non partecipi direttamente ai bombardamenti contro le postazioni dei jihadisti dell’Isis non va dimenticato che il nostro Paese fornisce comunque armi ai peshmerga curdi che si contrappongono agli islamisti. I soldati italiani sono inoltre impegnati nella missione Prima Parthica, che ha come finalità l’addestramento dei soldati che devono contrastare sul terreno l’Isis in Iraq. Roma incarna inoltre la civiltà romana sulla quale si poggia la cultura occidentale ed ospita inoltre il Vaticano che rappresenta un simbolo per il cristianesimo. Più volte i jihadisti nei loro proclami hanno annunciato di voler distruggere la croce e hanno utilizzato immagini di monumenti italiani nei loro video di minacce. Sulla copertina della loro rivista Dabiq hanno persino pubblicato un’immagine della bandiera nera del califfato che sventolava sull’obelisco di piazza San Pietro. L’attenzione è massima. L’Italia e Roma rimangono bersagli appetibili e la presenza sul territorio nazionale di persone che hanno combattuto a fianco dei jihadisti rappresenta una minaccia da monitorare costantemente. (Ebe Pierini – Il Mattino) 

Il rischio di un imminente attentato da parte di terroristi islamici in Italia annunciato da Cia e Mossad è stato smentito dal Ministro Alfano. Minacce specifiche, quindi, non esisterebbero secondo il titolare del Viminale. Questo però non esclude che una singola persona, un lone wolf, un lupo solitario, possa all’improvviso decidere di colpire. E in questi casi diventa impossibile fare previsioni. La situazione è tutt’altro che tranquilla. Il Ministro degli Interni nei giorni scorsi aveva parlato dei 53 foreign fighters, i combattenti partiti dall’Italia per andare a combattere in Siria ed Iraq. Se in un primo momento a fare scalpore era stato l’annuncio della presenza in questo elenco anche di una donna italiana convertita all’Islam, Fatima Zahra, di 27 anni, ora emerge un dato ancora più inquietante. Secondo quanto riportato dal sito Wikilao le autorità italiane sono in possesso degli identikit di tredici siriani che sono partiti dall’Italia per andare a combattere nel loro Paese di origine al fianco dei jihadisti. Uno di loro è morto in Siria. Cinque di loro hanno invece fatto ritorno in Italia. Sono rientrati quindi in patria. Ovviamente sono, secondo quanto riportato dal sito, super attenzionati. Il fatto che siano costantemente monitorati dalle forze dell’ordine potrebbe scongiurare loro azioni improvvise o i loro gesti solitari. Ma in questi casi il pericolo rimane reale e concreto. Il fenomeno dei returnees preoccupa non poco. Chi rientra dalla Siria, infatti, possiede di sicuro capacità maturate sul campo ed ha ovviamente subito indottrinamento oltre che adeguato addestramento. E avevano collegamenti con l’Italia altri dieci jihadisti maghrebini e balcanici impegnati nei combattimenti al fianco delle formazioni estremiste in Siria ed Iraq. Quattro sono morti. Tra gli italiani che si sono convertiti e hanno sposato la causa degli islamisti anche il genovese Giuliano Ibrahim Delnevo, ucciso nel giugno del 2013 e Fatima Zahra appunto. Ci sono poi altri 25 foreign fighters per lo più nordafricani che hanno avuto contatti con l'Italia. Secondo quanto riferito sempre da Wikilao attualmente nel nostro Paese sono centinaia le persone sotto osservazione. Non siamo certo a livelli di emergenza come in Francia dove vengono monitorati 1.150 soggetti considerati ad alto rischio. Tra questi 215 sono su suolo europeo e 177 in Francia. Si tratta di potenziali attentatori che, in particolari condizioni, dietro particolari sollecitazioni o su impulso personale potrebbero anche entrare in azione come già accaduto nei giorni scorsi a Parigi. Sebbene l’Italia non partecipi direttamente ai bombardamenti contro le postazioni dei jihadisti dell’Isis non va dimenticato che il nostro Paese fornisce comunque armi ai peshmerga curdi che si contrappongono agli islamisti. I soldati italiani sono inoltre impegnati nella missione Prima Parthica, che ha come finalità l’addestramento dei soldati che devono contrastare sul terreno l’Isis in Iraq. Roma incarna inoltre la civiltà romana sulla quale si poggia la cultura occidentale ed ospita inoltre il Vaticano che rappresenta un simbolo per il cristianesimo. Più volte i jihadisti nei loro proclami hanno annunciato di voler distruggere la croce e hanno utilizzato immagini di monumenti italiani nei loro video di minacce. Sulla copertina della loro rivista Dabiq hanno persino pubblicato un’immagine della bandiera nera del califfato che sventolava sull’obelisco di piazza San Pietro. L’attenzione è massima. L’Italia e Roma rimangono bersagli appetibili e la presenza sul territorio nazionale di persone che hanno combattuto a fianco dei jihadisti rappresenta una minaccia da monitorare costantemente. (Ebe Pierini – Il Mattino)