Benito Ruggiero presenta il suo libro a Positano la biografia

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Grande successo ieri sera a Positano in costiera amalfitana per la presentazione a cura dell’associazione Posidonia del libro di Benito Ruggiero “L’identico ed il diverso”, una raccolta di poesie lette da parte del pubblico e dall’autore presso la sala consiliare del comune di Positano. Partecipazione e coinvolgimento del pubblico alla serata condotta dall’architetto Maria Rosaria Manzini, dall’assessore Guida e dal consigliere Altobelli. L’autore è stato molto cordiale e gentile con tutti. “Scrivo le poesie per me stesso, sono frutto di un percorso – spiega Ruggiero – ho in cantiere un altro libro che credo avrà un grande riscontro. Ringrazio tutti”. 

Benito Ruggiero nasce nel 1934, figlio di Gennaro Ruggiero e Maria Visco, in una di quelle case in pietra che costellavano le pendici di Monte Faito, a  Moiano, frazione di Vico Equense, un paese sorto tra il mare della Penisola Amalfitana e Sorrentina, e i Monti Lattari.

Benito trascorre però l’infanzia e in seguito la giovinezza a Positano, dove la sua famiglia si trasferisce quando ancora è bambino. Abitavano nel quartiere di Liparlati, in una casa modesta, dove la numerosa famiglia viveva in condizioni non certo agiate. Una vita affrontata con umili lavori condotti con dignità. Benito accompagnava spesso il padre nel suo mestiere di barbiere e la madre in quello di sarta e frequentava inoltre, anche se non con grande assiduità, la scuola elementare di Positano.

Proprio nel periodo della prima infanzia inizia a palesarsi nella figura di Benito quella capacità indipendente dalla sua volontà che condizionerà tutta la sua esistenza.

Le persone, infatti, prendendolo in braccio si accorgono di avere un beneficio ai loro malesseri. Da parte sua quel bambino vede in se stesso una diversità rispetto agli altri e cerca sempre più spesso la spinta alla solitudine, trovando nei monti che vegliano Positano il suo rifugio ideale. Iniziava per lui quella sofferenza inscindibile dalla sua persona, che non l’avrebbe mai più abbandonato.

Parallela alla storia personale scorre intanto la storia dei grandi eventi che attraversava in quegli anni la Seconda Guerra Mondiale. Benito conserva vivido il ricordo del coprifuoco, del passaggio dei bombardieri nei cieli di Positano, dell’affondamento di due navi davanti alle isole Li Galli, dei superstiti che si trascinavano sulla Marina Grande.

La fine della guerra coincise per Benito con i periodi dell’adolescenza; un’adolescenza vissuta cercando di contribuire al sostentamento della famiglia pescando, lavorando nella falegnameria di una famiglia di amici o impiegandosi nei lavori per la costruzione della strada che avrebbe poi collegato la zona dei Colli di San Pietro a Positano. Incominciò anche ad aiutare le persone che si presentavano a lui, senza mai chiedere però nulla in cambio, rifiutando anzi ogni riconoscimento.

In questo stesso periodo si dedica al pugilato, allenandosi da solo a Positano e in una palestra a Napoli, disputando gli incontri al Maschio Angioino; incontri che gli permettevano di alleggerire la situazione familiare. Benito fu in seguito accompagnato a Milano da alcune persone che avendo notato le sue qualità chiedevano di lui. Tuttavia non trovandosi a suo agio tornò a Positano, portando con sé solo le poche cose con cui era partito.

La vita però lo condusse ancora a Milano, ma in una Milano completamente differente. La Milano del suo angusto locale in via Marco d’Oggiono al numero 12, un’antica casa di ringhiera, con i bagni comuni e la nostalgia delle montagne che l’avevano cresciuto.

Trovò lavoro come rappresentante di televisori ed elettrodomestici e frequentò i corsi serali delle Scuole Commerciali, senza però portarli a termine. Con i primi risparmi riuscì a comprarsi alcuni libri di cui uno sarebbe stato letto così tante volte da portarne incise nella memoria intere pagine ancora adesso. Quel libro era “I promessi sposi”. La storia lo affascinò al punto  da spingerlo nel tempo libero a visitare Monza, per guardare da vicino i luoghi descritti dal Manzoni.

Fece poi domanda per espatriare all’Ufficio Emigrazione, ottenendo un posto a Parigi, dove avrebbe lavorato in un grande albergo situato in Avenue Georges V, il Prince de Galles. Dormiva in un locale in un’altra parte della città che l’albergo metteva a disposizione dei dipendenti. Scaduto il contratto tornò a Milano, nel piccolo locale in via Marco d’Oggiono. La sua situazione economica rimaneva invariata e, a Milano, gli inverni erano freddi. Andava a mangiare all’Opera Impiegati, non lontano da casa sua, dove si poteva avere un buon pasto con poche lire. Lì tempo prima aveva incontrato una persona molto colta, dalla quale apprese con interesse alcune cognizioni del sapere. Già da allora sentiva infatti il fascino della poesia ma non riusciva ad esprimerla come avrebbe voluto, per mancanza di una adatta base culturale. E sempre all’Opera Impiegati incontrò ancora quella ragazza conosciuta per caso a Monza tempo prima. La ragazza che sarebbe divenuta sua moglie, Maria.

Benito e Maria si sposarono ed andarono ad abitare a Monza, dove ebbero un figlio, chiamato Lorenzo.

Per far fronte ai problemi economici Benito ebbe l’opportunità di iscriversi come artigiano di prodotti chimici alla Camera di Commercio, iniziando a produrre cera per i pavimenti che fabbricava e vendeva lui stesso, mentre sua moglie lavorava come impiegata.

Quattordici anni e molti sacrifici più tardi l’attività aveva acquisito vari clienti e Benito continuava con discrezione ad aiutare le persone, come rispondendo ad un imperativo del suo essere. Sfuggendo sempre a qualsiasi definizione parla di questa sua qualità come di qualcosa che non gli appartiene, qualcosa che considera non suo, ma che gli è stato dato.

Lui lo definisce: “Un fenomeno che mi ha sempre reso prigioniero di me stesso”.

Conobbe in qui tempi, nei primi anni ’80, una famiglia di un paese vicino, Concorezzo, che a lungo aveva chiesto di poter avere da Benito un aiuto. Fu l’inizio di una grande amicizia perpetuata nel tempo.

Lasciato il lavoro si dedicò alla Dama, disciplina che perseguì con passione, dedicandovi molte ore di studio; era iscritto alla Federazione Nazionale di Dama e riuscì a risalire le classifiche arrivando al grado più alto, quello di Maestro. Dopo aver ottenuto varie vittorie in tutta Italia e dopo varie soddisfazioni, si ritira per accarezzare il suo grande sogno: dedicarsi alla poesia. Forse il suo sogno di sempre, dato che, poco più che bambino, lasciava incisi brevi versi nelle pareti delle grotte di Positano, nel terreno umido, tracciando le parole con un legnetto. La poesia per lui si trovava anche nelle lettere scritte ai suoi cari quando era lontano da casa, a Milano, sotto la luce fioca di una lampadina senza paralume, o nei  brevi brani per sé solo, scritti nel periodo in cui lavorava. L’idea della poesia non lo ha mai abbandonato in tutto l’arco della sua vita e, dagli inizi degli anni ’90, tornò sempre più marcatamente; prima parallelamente alla carriera di damista, con alcuni componimenti tra la prosa e la poesia, poi dedicandosi con tutto se stesso esclusivamente alla trasposizione dei suoi pensieri su carta. Ed è in quei pensieri tutto quello che è stato da lui attraversato, sia la vecchia casa di Moiano, o il carrubo della casa a Liparlati, la montagna bucata di Montepertuso, o un amore sottrattogli quando era ragazzo, i sentieri sotto i piedi nudi, le sagome nere degli aerei, il mare amico, il mare insidioso, e gli effluvi, l’asperità di una corteccia di cipresso, la morbidezza di una pelle amata, o la montagna dove raccoglieva frutti selvatici, il suo rifugio prediletto alla soffocante sofferenza di scoprirsi in qualcosa di inspiegabilmente diverso, una convivenza con il dolore imparata con l’amaro sapore del tempo.

In fondo, la montagna divenne poesia e la poesia divenne rifugio come lo era stata la  montagna, rifugio in cui liberare e trovare se stesso, sollievo alla tensione del suo esistere.  Alcune fra le ultime poesie scritte tra il 2004 e il 2005 sono state raccolte in un libro che ha visto la pubblicazione nella primavera del 2010, a cura della casa Editrice Nuovi Autori. Il titolo del libro è “L’identico e il diverso”, titolo rivelatore forse dell’esistenza intima dell’autore.

Benito prosegue tuttora assiduamente il suo percorso di scrittura sempre teso alla ricerca della perfetta assonanza tra il suo pensiero, l’esistenza e le parole.

 

 

 

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