Napoli. Violata la Cava Greca. Divelta la porta in ferro, incisioni per cancellare i segni di duemila anni fa

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Napoli. «Non è possibile, non è possibile», ha un fisico da gigante ma si dispera come un bambino Enzo Albertini di fronte al nuovo sfregio che ha scoperto. Il pesantissimo portone in ferro che avrebbe dovuto proteggere la Cava Greca, il ritrovamento archeologico più misterioso della città, non c’è più. Non è stato semplicemente aperto, è stato letteralmente strappato via dai cardini e portato via, probabilmente dai ladri di ferro che vanno a rivendersi il materiale a peso. Così l’antica cava creata duemilacinquecento anni fa dai greci che costruivano la città è alla mercé di tutti. E ovviamente qualcuno ne ha approfittato. Albertini s’infila nel cunicolo d’accesso con un pizzico di timore. Spera di scoprire che tutto è a posto, com’era 25 anni fa, quando lui entro per la prima volta in quel luogo e ne annunciò al mondo l’esistenza, invece già sa che qualcosa è accaduto. Avanza di pochi passi e si imbatte nei resti di un pasto veloce: buste di patatine, bottiglie di birra. Così capisce che qual luogo è stato violato e accelera il passo per coprire rapidamente di 150 metri di cunicolo che sbucano all’interno della cavità. Anche lì dentro sorprese amare, bottiglie di vino e cocci ovunque, incisioni sul tufo che hanno cancellato per sempre i segni lasciati qui dagli antichi greci. Ha un moto di stizza, Albertini: «Ma perché questo posto è abbandonato? Perché chi dovrebbe studiarlo e valorizzarlo lo lascia marcire, imputridire e consente ai vandali di fare qui dentro ciò che vogliono? La Cava Greca è uno dei ritrovamenti archeologici più misteriosi della città di Napoli. È poco noto perché non è attualmente visitabile ma chi lo ha visto non riesce a dimenticarlo. Si tratta di una vera e propria cava che gli antichi utilizzarono per scavare i mattoni con i quali stavano costruendo la loro Neapolis. All’epoca la zona di Poggioreale era paludosa e i pesanti blocchi di pietra venivano caricati su zattere che arrivavano più o meno all’altezza dell’attuale porta Capuana. Da lì iniziava il viaggio verso case, templi, teatri, stadi. La particolarità della cava sono le centinaia di segni lasciati sulle pareti. Sembra un gigantesco ricamo che copre un’area vasta quanto un palasport. Tutto il perimetro di tufo è ricoperto da segni strani, che nessuno ha mai interpretato e che probabilmente rappresentano le «firme» dei cavatori che lavoravano lì: alcune delle incisioni sulle pareti della cava, ad esempio, corrispondono a identici «disegni» visibili ancora oggi sui mattoni delle mura greche di piazza Bellini. La storia di questo luogo non è mai stata fortunata. La cava venne abbandonata dai greci quando una frana ne bloccò l’accesso imprigionando dentro un antico cavatore. Poi quel luogo è rimasto nel buio per 2500 anni fino a quando lo speleologo Enzo Albertini, calandosi da un pozzo del sovrastante cimitero, la riscoprì e ne raccontò le meraviglie. Per compiere le prime verifiche, e gli studi, venne creato il cunicolo dal quale attualmente si accede (quello utilizzato dai teppisti e dai vandali), ma dopo un iniziale entusiasmo, gli studi si sono bloccati e quel luogo è rimasto abbandonato. In passato venne utilizzato come nascondiglio per armi; in più di una occasione la porta d’accesso (che inizialmente era di legno) è stata forzata, spesso semplicemente da ragazzini desiderosi di avventura. Qualcuno deve averla anche trovata una comoda alcova perché all’internoci sono ancora un materasso e profilattici usati. Circa tre anni fa si tentò di dare una protezione solida al luogo con una pesante porta di ferro. Ma evidentemente anche quella protezione non è bastata. Oggi quella porta non c’è più: la cava di 2500 anni fa, densa di mistero e di segni antichi ancora non interpretati, è tornata nelle mani dei teppisti e dei vandali. Ed è anche tornata a rappresentare un pericolo per chi, inesperto e senza protezione, si inoltra in quel luogo franoso e denso di «trappole». «Io chiedo da sempre di valorizzare questa scoperta – sospira Albertini – all’inizio lo facevo con rabbia, oggi lo chiedo con un senso di “pietà” nei confronti di questa cava misteriosa e bellissima. Capisco che la mancanza di fondi non consente nemmeno di proteggere una meraviglia come questa e mi rivolgo direttamente al ministero: sono pronto a tassarmi in prima persona per difendere la cava che ho scoperto. Ditemi quando e come posso farlo… salvatela, salviamola per piacere». (Paolo Barbuto – Il Mattino)  

Napoli. «Non è possibile, non è possibile», ha un fisico da gigante ma si dispera come un bambino Enzo Albertini di fronte al nuovo sfregio che ha scoperto. Il pesantissimo portone in ferro che avrebbe dovuto proteggere la Cava Greca, il ritrovamento archeologico più misterioso della città, non c’è più. Non è stato semplicemente aperto, è stato letteralmente strappato via dai cardini e portato via, probabilmente dai ladri di ferro che vanno a rivendersi il materiale a peso. Così l’antica cava creata duemilacinquecento anni fa dai greci che costruivano la città è alla mercé di tutti. E ovviamente qualcuno ne ha approfittato. Albertini s’infila nel cunicolo d’accesso con un pizzico di timore. Spera di scoprire che tutto è a posto, com’era 25 anni fa, quando lui entro per la prima volta in quel luogo e ne annunciò al mondo l’esistenza, invece già sa che qualcosa è accaduto. Avanza di pochi passi e si imbatte nei resti di un pasto veloce: buste di patatine, bottiglie di birra. Così capisce che qual luogo è stato violato e accelera il passo per coprire rapidamente di 150 metri di cunicolo che sbucano all’interno della cavità. Anche lì dentro sorprese amare, bottiglie di vino e cocci ovunque, incisioni sul tufo che hanno cancellato per sempre i segni lasciati qui dagli antichi greci. Ha un moto di stizza, Albertini: «Ma perché questo posto è abbandonato? Perché chi dovrebbe studiarlo e valorizzarlo lo lascia marcire, imputridire e consente ai vandali di fare qui dentro ciò che vogliono? La Cava Greca è uno dei ritrovamenti archeologici più misteriosi della città di Napoli. È poco noto perché non è attualmente visitabile ma chi lo ha visto non riesce a dimenticarlo. Si tratta di una vera e propria cava che gli antichi utilizzarono per scavare i mattoni con i quali stavano costruendo la loro Neapolis. All’epoca la zona di Poggioreale era paludosa e i pesanti blocchi di pietra venivano caricati su zattere che arrivavano più o meno all’altezza dell’attuale porta Capuana. Da lì iniziava il viaggio verso case, templi, teatri, stadi. La particolarità della cava sono le centinaia di segni lasciati sulle pareti. Sembra un gigantesco ricamo che copre un’area vasta quanto un palasport. Tutto il perimetro di tufo è ricoperto da segni strani, che nessuno ha mai interpretato e che probabilmente rappresentano le «firme» dei cavatori che lavoravano lì: alcune delle incisioni sulle pareti della cava, ad esempio, corrispondono a identici «disegni» visibili ancora oggi sui mattoni delle mura greche di piazza Bellini. La storia di questo luogo non è mai stata fortunata. La cava venne abbandonata dai greci quando una frana ne bloccò l’accesso imprigionando dentro un antico cavatore. Poi quel luogo è rimasto nel buio per 2500 anni fino a quando lo speleologo Enzo Albertini, calandosi da un pozzo del sovrastante cimitero, la riscoprì e ne raccontò le meraviglie. Per compiere le prime verifiche, e gli studi, venne creato il cunicolo dal quale attualmente si accede (quello utilizzato dai teppisti e dai vandali), ma dopo un iniziale entusiasmo, gli studi si sono bloccati e quel luogo è rimasto abbandonato. In passato venne utilizzato come nascondiglio per armi; in più di una occasione la porta d’accesso (che inizialmente era di legno) è stata forzata, spesso semplicemente da ragazzini desiderosi di avventura. Qualcuno deve averla anche trovata una comoda alcova perché all’internoci sono ancora un materasso e profilattici usati. Circa tre anni fa si tentò di dare una protezione solida al luogo con una pesante porta di ferro. Ma evidentemente anche quella protezione non è bastata. Oggi quella porta non c’è più: la cava di 2500 anni fa, densa di mistero e di segni antichi ancora non interpretati, è tornata nelle mani dei teppisti e dei vandali. Ed è anche tornata a rappresentare un pericolo per chi, inesperto e senza protezione, si inoltra in quel luogo franoso e denso di «trappole». «Io chiedo da sempre di valorizzare questa scoperta – sospira Albertini – all’inizio lo facevo con rabbia, oggi lo chiedo con un senso di “pietà” nei confronti di questa cava misteriosa e bellissima. Capisco che la mancanza di fondi non consente nemmeno di proteggere una meraviglia come questa e mi rivolgo direttamente al ministero: sono pronto a tassarmi in prima persona per difendere la cava che ho scoperto. Ditemi quando e come posso farlo… salvatela, salviamola per piacere». (Paolo Barbuto – Il Mattino)