Riccardo Bacchelli, il bolognese che si innamorò di Positano

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Vito Pinto, giornalista, studioso, uomo di cultura, che ha un rapporto di grande amore e conoscenza con la Costiera amalfitana, ma anche con Positano, dove condirigiva Il Duca, dell’indimenticabile Luca Vespoli, oggi su La Città di Salerno tratteggia un personaggio che mi ha fatto scoprire il professo Talamo titolare dell’Hotel Pasitea, discendente di quell’Errico Talamo, antesignano e pilastro degli storici di Positano, non potevo non riportarlo ringraziando entrambi , Pinto e Talamo, per queste “luci” che mi hanno dato (Michele Cinque direttore di Positanonews)

Ecco il pezzo di Pinto: Proveniva da Napoli, via costiera sorrentina, Riccardo Bacchelli, in quell’estate 1927 quando giunse a Positano, “una città fatta a scale e in cui si va per scale”. Aveva 36 anni e percorreva la Penisola da raccontare nel suo “Italia per terra e per mare”. Il primo impatto dello scrittore, bolognese di nascita, con il paese costiero fu dall’alto: “arrivando si vedono i tetti a cupola schiacciata, appresi dalle fogge moresche. Son fatti d’uno scuro battuto di calcestruzzo e il lume di luna, splendido sul mare, pare che vi muoia sopra senza riflessi”. Pur non avendo completato gli studi universitari per seguire il suo istinto letterario, aveva alle spalle una robusta esperienza formatasi prima alla redazione de “La Voce” di Giuseppe Prezzolini quale critico letterario, e poi, dopo la prima guerra mondiale dove fu volontario, a “La Ronda” di Milano. Quello stesso anno era uscito anche il romanzo “Il diavolo al Pontelungo”, in cui rievocava idee, vicende e personaggi del mondo anarchico emiliano e italiano di fine Ottocento. A Positano, che ospitava diversi esuli russi, Bacchelli abitò alla contrada Mangialupini; non era ancora arrivata la corrente elettrica, per cui, a sera, vi erano pochi e scarsi lumi accesi, ma vi era un gran silenzio: “Quando a notte il mare assai pescoso, e ferace di totani, si popola di barche, il silenzio di Positano risale i secoli…” un silenzio che “non è solo delle ore notturne. Le case dalle finestre piccole e dagli spessi muri, dai tetti di battuto, sono molto sorde. Poi si aggiunge l’indole degli abitanti, nemici dell’alzar voce. Pare che le voci abbian paura degli echi, dei quali è pieno il monte soprastante”. Poi proseguiva, a corona di perfezione ambientale: “Solo i galli all’alba riempiono Positano delle loro squille argentine, ed è un bellissimo destarsi”. Con puntigliosità Bacchelli annotava ogni più piccolo particolare di questa città verticale, costruita da “muratori anonimi e scolari dei secoli, cercatori pazienti in un terreno caduco… che dalla natura hanno appreso l’arte di porre e distribuire le case e le contrade in modo che del monte seguano e sollevino senza turbarle le linee maestre”. Un acquerello da attento osservatore, da uomo di lettere, poeta nell’anima, che 11 anni dopo mise mano a quella monumentale opera che fu “Il Mulino del Po”, importante tappa della letteratura italiana, narrando, “come un cantastorie antico”, le vicende della famiglia Scacerni, ferrarese, di professione mugnai, attraversando un lungo periodo storico, dall’epoca napoleonica alla prima guerra mondiale. Un’opera per la quale Indro Montanelli scrisse: “non riesco mai a stare a lungo lontano dai suoi mulini e ogni poco ci torno come a ricercarvi il senso della mia stessa vita”. Fu, Bacchelli, lo scrittore che più di ogni altro ha incarnato l’anima più autentica della cultura italiana, quella che si svolgeva allora, e nonostante tutto ancora oggi si svolge, nella provincia, intesa come primo nucleo di quel patrimonio immenso di idee, di produzione letteraria e artistica che non trova riscontri in altre parti del mondo. In fondo nessun uomo o donna, come gli italiani, vive nella storia, respira aria d’arte sin dai primi vagiti. In questa sua cronaca di viaggio, allo scrittore non sfugge la religiosità dei positanesi, il rapporto con la loro Madonna Nera; ricorda che i marinai di queste parti si facevano tatuare addosso simboli cristiani, per avere “sacra sepoltura” qualora morissero lontani da casa: non pochi erano gli abitanti di questo paese che andavano per mare. “Positano fu l’approdo di una gente che aveva per patria la tolda delle navi”. Senso religioso che non difettò allo scrittore bolognese e che trasfuse nelle sue opere, nel suo lavoro di viaggiatore attraverso la provincia italiana e la storia della sua composita società umana. Dopo alcuni mesi, Bacchelli partì da Positano una mattina di sole, accompagnato alla macchina da Pasqualino, un ragazzo “dagli occhi astuti e mansueti, figlio di pescatori di notte”. Annotava: “Positano non si lascia volentieri, ma la strada è di una bellezza che smarrisce i rimpianti nell’ammirazione. Non racconterò le antiche torri delle guardie costiere sulle punte che si protendono o che scoscendono in mare, né le grotte e i torrenti e i dirupi, né Vettica e Praiano ridenti e colorite. Ma mi fermai a lungo sul ponte del torrente Furore, incantato” e qui la penna dell’attento cronista di viaggio si attarda nella descrizione di quelle case, quel fiordo che, anni dopo, rapirono i sensi e le anime di Anna Magnani e Roberto Rossellini. “Sulla spiaggetta stanno in secco due o tre barche pescherecce… presso una delle pareti, quasi a mezz’aria, sono cresciute smilze, quasi diresti come le erbe al buio, alcune case di pescatori… Una quieta e soave luce scende dal cielo e sale dal mare”. A mano a mano che il viaggio procedeva verso Salerno, Bacchelli annotava e descriveva, con sapienti dosaggi letterari, i paesi costieri, gli anfratti, quei tornanti che di svolta in svolta riservano al viaggiatore sempre qualche sorpresa “che seduce il cuore e la vista”. Poi, l’acuto del poeta: “La natura nel mezzogiorno mediterraneo ha un modo d’essere così vicina all’arte, che toglie a noi la voglia di farne”

Vito Pinto, giornalista, studioso, uomo di cultura, che ha un rapporto di grande amore e conoscenza con la Costiera amalfitana, ma anche con Positano, dove condirigiva Il Duca, dell'indimenticabile Luca Vespoli, oggi su La Città di Salerno tratteggia un personaggio che mi ha fatto scoprire il professo Talamo titolare dell'Hotel Pasitea, discendente di quell'Errico Talamo, antesignano e pilastro degli storici di Positano, non potevo non riportarlo ringraziando entrambi , Pinto e Talamo, per queste "luci" che mi hanno dato (Michele Cinque direttore di Positanonews)

Ecco il pezzo di Pinto: Proveniva da Napoli, via costiera sorrentina, Riccardo Bacchelli, in quell'estate 1927 quando giunse a Positano, "una città fatta a scale e in cui si va per scale". Aveva 36 anni e percorreva la Penisola da raccontare nel suo "Italia per terra e per mare". Il primo impatto dello scrittore, bolognese di nascita, con il paese costiero fu dall'alto: "arrivando si vedono i tetti a cupola schiacciata, appresi dalle fogge moresche. Son fatti d'uno scuro battuto di calcestruzzo e il lume di luna, splendido sul mare, pare che vi muoia sopra senza riflessi". Pur non avendo completato gli studi universitari per seguire il suo istinto letterario, aveva alle spalle una robusta esperienza formatasi prima alla redazione de "La Voce" di Giuseppe Prezzolini quale critico letterario, e poi, dopo la prima guerra mondiale dove fu volontario, a "La Ronda" di Milano. Quello stesso anno era uscito anche il romanzo "Il diavolo al Pontelungo", in cui rievocava idee, vicende e personaggi del mondo anarchico emiliano e italiano di fine Ottocento. A Positano, che ospitava diversi esuli russi, Bacchelli abitò alla contrada Mangialupini; non era ancora arrivata la corrente elettrica, per cui, a sera, vi erano pochi e scarsi lumi accesi, ma vi era un gran silenzio: "Quando a notte il mare assai pescoso, e ferace di totani, si popola di barche, il silenzio di Positano risale i secoli…" un silenzio che "non è solo delle ore notturne. Le case dalle finestre piccole e dagli spessi muri, dai tetti di battuto, sono molto sorde. Poi si aggiunge l'indole degli abitanti, nemici dell'alzar voce. Pare che le voci abbian paura degli echi, dei quali è pieno il monte soprastante". Poi proseguiva, a corona di perfezione ambientale: "Solo i galli all'alba riempiono Positano delle loro squille argentine, ed è un bellissimo destarsi". Con puntigliosità Bacchelli annotava ogni più piccolo particolare di questa città verticale, costruita da "muratori anonimi e scolari dei secoli, cercatori pazienti in un terreno caduco… che dalla natura hanno appreso l'arte di porre e distribuire le case e le contrade in modo che del monte seguano e sollevino senza turbarle le linee maestre". Un acquerello da attento osservatore, da uomo di lettere, poeta nell'anima, che 11 anni dopo mise mano a quella monumentale opera che fu "Il Mulino del Po", importante tappa della letteratura italiana, narrando, "come un cantastorie antico", le vicende della famiglia Scacerni, ferrarese, di professione mugnai, attraversando un lungo periodo storico, dall'epoca napoleonica alla prima guerra mondiale. Un'opera per la quale Indro Montanelli scrisse: "non riesco mai a stare a lungo lontano dai suoi mulini e ogni poco ci torno come a ricercarvi il senso della mia stessa vita". Fu, Bacchelli, lo scrittore che più di ogni altro ha incarnato l'anima più autentica della cultura italiana, quella che si svolgeva allora, e nonostante tutto ancora oggi si svolge, nella provincia, intesa come primo nucleo di quel patrimonio immenso di idee, di produzione letteraria e artistica che non trova riscontri in altre parti del mondo. In fondo nessun uomo o donna, come gli italiani, vive nella storia, respira aria d'arte sin dai primi vagiti. In questa sua cronaca di viaggio, allo scrittore non sfugge la religiosità dei positanesi, il rapporto con la loro Madonna Nera; ricorda che i marinai di queste parti si facevano tatuare addosso simboli cristiani, per avere "sacra sepoltura" qualora morissero lontani da casa: non pochi erano gli abitanti di questo paese che andavano per mare. "Positano fu l'approdo di una gente che aveva per patria la tolda delle navi". Senso religioso che non difettò allo scrittore bolognese e che trasfuse nelle sue opere, nel suo lavoro di viaggiatore attraverso la provincia italiana e la storia della sua composita società umana. Dopo alcuni mesi, Bacchelli partì da Positano una mattina di sole, accompagnato alla macchina da Pasqualino, un ragazzo "dagli occhi astuti e mansueti, figlio di pescatori di notte". Annotava: "Positano non si lascia volentieri, ma la strada è di una bellezza che smarrisce i rimpianti nell'ammirazione. Non racconterò le antiche torri delle guardie costiere sulle punte che si protendono o che scoscendono in mare, né le grotte e i torrenti e i dirupi, né Vettica e Praiano ridenti e colorite. Ma mi fermai a lungo sul ponte del torrente Furore, incantato" e qui la penna dell'attento cronista di viaggio si attarda nella descrizione di quelle case, quel fiordo che, anni dopo, rapirono i sensi e le anime di Anna Magnani e Roberto Rossellini. "Sulla spiaggetta stanno in secco due o tre barche pescherecce… presso una delle pareti, quasi a mezz'aria, sono cresciute smilze, quasi diresti come le erbe al buio, alcune case di pescatori… Una quieta e soave luce scende dal cielo e sale dal mare". A mano a mano che il viaggio procedeva verso Salerno, Bacchelli annotava e descriveva, con sapienti dosaggi letterari, i paesi costieri, gli anfratti, quei tornanti che di svolta in svolta riservano al viaggiatore sempre qualche sorpresa "che seduce il cuore e la vista". Poi, l'acuto del poeta: "La natura nel mezzogiorno mediterraneo ha un modo d'essere così vicina all'arte, che toglie a noi la voglia di farne"