De Laurentiis: «Il Napoli ha fatto crescere la città, perché il Comune è contro di noi?»

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Dal caso San Paolo ai due trofei nel 2014, dal futuro di Benitez alle sfide da vincere nel 2015: Aurelio De Laurentiis a tutto in campo in una intervista rilasciata al quotidiano “Il Mattino”. Il presidente del Napoli è carico dopo il trionfo del 22 dicembre a Doha, la Supercoppa conquistata nella sfida contro la Juve che sarà anche il primo avversario degli azzurri nel nuovo anno a Fuorigrotta. Già, lo stadio: la ristrutturazione è una vicenda apertissima, con un elevato livello di tensione tra il Comune e il club. Presidente, in una intervista il sindaco De Magistris ha detto che pensa che lei non abbia un piano per ristrutturare il San Paolo: come è messa la situazione? Al momento c’è una convenzione che scade il 30 giugno 2015 e che è stata notificata soltanto il primo dicembre al Napoli. «In ottobre il consiglio comunale aveva dato il via libera per questa proroga, capisce con quanto ritardo ci è stata notificata? Il progetto di ristrutturazione dello stadio non può essere legato esclusivamente a una legge che ha avuto un lunghissimo iter e che è stata approvata soltanto un anno fa. Ci sono altre imprescindibili considerazioni da fare, che riguardano il sistema economico generale e il quadro politico». Ma De Laurentiis ha un progetto per il nuovo San Paolo? «Io ho affidato a un pool di ingegneri uno studio, prioritario rispetto a quello della ristrutturazione: vogliamo capire qual è lo stato di salute attuale dello stadio perché non vorremmo che questo impianto, costato svariati miliardi di lire prima dei Mondiali del 1990 e reso agibile soltanto grazie agli interventi della mia società, presentasse ulteriori problemi, dopo quello del settore inferiore di Curva A, inagibile da tre mesi. Entro gennaio riceveremo una stima della salute del San Paolo ed entro febbraio una valutazione dei costi degli interventi da effettuare, successivamente lavoreremo al progetto di ristrutturazione cercando di capire anche cosa si potrà costruire di supporto economico all’impianto per dare il via a quelle attività commerciali extracalcistiche che secondo quanto previsto dalla legge dovrebbero creare un equilibrio economico-finanziario per la salute del club». Perché c’è questo stato di tensione nel rapporto con il Comune? «Dieci anni fa non ho comprato una squadra di serie A, di serie B, di serie C. Ho comprato l’autorizzazione del tribunale fallimentare a mettere su un nuovo club. La Federcalcio consentì a me e alla città di ripartire dalla serie C, altrimenti il nostro posto sarebbe stato tra i dilettanti. Abbiamo ricominciato da zero, quello che non è accaduto in altri casi, e per rispetto verso i napoletani chiamai inizialmente la società non Ssc Napoli, ma Napoli Soccer, in attesa di rientrare nel grande gioco. Dopo il primo anno in serie A il Napoli era il club numero 525 al mondo, negli ultimi due anni siamo oscillati tra diciottesimo e ventunesimo posto. Noi abbiamo fatto una grande cavalcata e diamo un’immagine positiva di Napoli nel mondo, ma il Comune cosa ha fatto per creare una struttura adeguata al livello della squadra, delle gare e dei club che abbiamo ospitato? Per lo stato della tribuna d’onore c’è da vergognarsi davanti a dirigenti di club come Bayern, Arsenal, Paris St. Germain e c’è da vergognarsi per la situazione degli spogliatoi. La verità è che se non avessimo noi messo mano al portafogli la Prefettura, la Questura e l’Uefa non ci avrebbero consentito di giocare partite di campionato e internazionali. Noi abbiamo diffuso nel mondo una bella immagine di Napoli contrapponendoci a quelle della monnezza o della Terra dei fuochi». Come uscire da questa situazione? «Ho chiesto tre anni di tempo per valutare l’evoluzione economica del nostro Paese e la verifica del progetto ispirato a una legge che va in direzione delle società calcistiche e non degli immobiliaristi. È chiaro che farò lo stadio dove giocherà il Napoli, non giochereremo dove qualcun altro farà lo stadio. Mi sembra tutto così strano, c’è un vento contrario incomprensibile. Per dieci anni non ho fatto organizzare concerti al San Paolo per tutelare il campo da gioco ed evitare l’inquinamento acustico e adesso i concerti si organizzano: non credo che quei grandi artisti canteranno qui con la sordina… Ho tutelato per dieci anni il Napoli e i cittadini di Fuorigrotta, ora perché si va in un’altra direzione? Non capisco il sindaco e il capo di gabinetto Auricchio, non so quale partita vogliono giocare: c’è sempre un ritardo straordinario su tutto, così non si comporta né il primo né l’ultimo cittadino. Perché questi colpi bassi? Perché il Comune è contro di noi?». Il suo Napoli ha vinto due trofei in sette mesi: quale consiglio darebbe alla città per vincere? «A Napoli ci sono fior di imprenditori con grandi capacità, grande cultura e grande intelligenza, però manca la fiducia nelle istituzioni politiche per tutto quello che è avvenuto in Italia. E c’è il timore di confrontarsi con la burocrazia, che a Napoli è follia: qui ci vogliono sei mesi per scrivere e inviare una lettera». Quale giudizio dà del 2014 della squadra? «Positivo. Abbiamo mantenuto una società con i conti in ordine ed è contemporaneamente proseguito il processo di crescita. Il Napoli è la sola squadra italiana ad aver vinto due trofei nell’anno solare ed eravamo reduci da una straordinaria Champions: nel dicembre 2013 siamo stati eliminati con12 punti, penso a cosa è accaduto nella competizione quest’anno, con la Roma eliminata e la Juve qualificata con punteggi nettamente inferiori al nostro. Abbiamo chiuso lo scorso campionato al terzo posto e siamo ora nelle prime posizioni. I conti vanno fatti alla fine: noi siamo un po’ come quel ciclista che fora una gomma e riparte in ritardo, c’è tempo per recuperare, le tappe del campionato sono 38 e non siamo neanche a metà del cammino». Ma l’eliminazione dalla Champions League nel playoff con l’Athletic Bilbao è stata una dura botta. «Una forte delusione e un danno economico valutabile in alcune decine di milioni. Ma bisogna fare, a mente serena, un ragionamento. Noi abbiamo affrontato l’Athletic Bilbao che non aveva rappresentanti ai Mondiali mentre il Napoli ne aveva avuti ben sedici: la differenza di preparazione era notevole, non può esserci la controprova ma se avessimo trovato una squadra nelle nostre stesse condizioni avremmo probabilmente superato il turno. Pensate a cosa è accaduto al Borussia Dortmund dopo i Mondiali: è stato ai vertici internazionali e ora occupa uno degli ultimi posti nel campionato tedesco. E problemi li hanno avuti squadroni come Barcellona e Paris St. Germain». Quali sono gli obiettivi per il 2015? «Crescere. Restare competitivi in campionato, Europa League e Coppa Italia dopo aver festeggiato la Supercoppa. In campionato c’è già un distacco rispetto a Juventus e Roma, ma andiamo avanti con fiducia. Con l’obiettivo di vincere tutte le partite e senza avere paura di nessuno, come dice Benitez. Noi siamo non scontenti, ma scontentissimi quando non vinciamo o pareggiamo su campi non proibitivi». Benitez è il punto interrogativo: resta o va via? «Il suo contratto era di due anni, mi auguro che voglia restare perché dare continuità a un progetto tecnico e societario è la soluzione migliore. Sapremo tutto tra qualche mese. Ma una cosa è certa: la mentalità internazionale, che io ho voluto proporre affidando la guida della squadra a Benitez, non cambierà, proseguiremo su questa linea che è diventata un nostro principio». Qual è stato l’errore fatto da De Laurentiis nei mesi scorsi? Non prendere un grande giocatore in estate? «Ma se pure lo avessimo preso sarebbe stato reduce dai Mondiali, si sarebbe trovato nella condizione dei nostri sedici convocati: e allora quale contributo avrebbe potuto dare al Napoli? Un errore che mi riconosco è aver detto durante il ritiro di Dimaro che avremmo vinto lo scudetto. Sulla razionalità del presidente è prevalsa la passione del tifoso: mi sono lasciato prendere la mano. Eppure, avevo sempre detto altro nelle precedenti estati. Non è così semplice vincere, perché se si parla di scudetto è come se si escludessero squadre come Juve, Roma, le milanesi. L’obiettivo del Napoli è essere competitivi sempre. Prima o poi lo scudetto arriverà, ma non perché arriveranno uno o due giocatori. Si vince quando c’è un fronte unico composto da squadra, società e tifoseria. Lo scudetto ci sarà quando l’ambiente sarà maturo». «Spalla a spalla» è lo slogan che ha lanciato Benitez ad inizio stagione, quando c’era pessimismo intorno alla squadra: lo condivide? «Assolutamente sì, lo condivido. Quando parlo di ambiente maturo, mi riferisco a tifosi che non siano vicini al Napoli soltanto quando vince. Anzi, è nei momenti più difficili che il tifoso deve dare sostegno e calore, dimostrarsi innamorato. Noi siamo fedeli, non mettiamo le corna a nessuno». Ma i tifosi hanno chiesto investimenti a più riprese. «Noi rispettiamo il fair play finanziario: visto cosa è successo a un club come il Barcellona, che ha un fatturato notevolmente più alto del nostro? Non ha rispettato alcuni parametri e vedrà il suo mercato bloccato. Ci atteniamo alle regole del fair play finanziario, ma per noi – lo ribadisco – il mercato è aperto dodici mesi all’anno, anzi ventiquattr’ore su ventiquattro». Ci sono perplessità anche sugli investimenti extracalcistici: l’ampliamento del centro sportivo e il potenziamento del vivaio, ad esempio. «Non abbiamo un fatturato che ci consente di sviluppare il nostro vivaio come altre società: ritengo già significativo aver tirato fuori in pochissimi anni un campione come Insigne grazie al lavoro dei nostri collaboratori». E gli impianti? «Non possiamo permetterci di investire nella costruzione di un nuovo stadio. Si parla dello Juventus Stadium: ma la Juventus ha ricevuto un finanziamento di 70 milioni a fondo perduto e ne ha messi poi una quarantina, e parliamo di un club che ne fattura trecento. Dobbiamo stare con i piedi per terra e guardare alla realtà che ci circonda. Io sto studiando come diventare competitivi con club che fatturano certe cifre, sto pensando di raddoppiare il fatturato del Napoli creando un club di 150mila tifosi che versino una quota di mille euro ciascuno. Abbiamo una base forte, sono milioni i nostri tifosi nel mondo. In cambio di questa quota dovremmo offrire prestazioni e stiamo cercando di definire quali potranno essere. Magari pacchetti di partite a cui assistere, dalle gare ufficiali alle amichevoli, ad esempio. Se riuscissimo con questa cifra a creare il nuovo stadio, ognuno potrebbe avere un posto assegnato. Il mio stadio ideale è come una sala cinematografica, senza prima e seconda classe, ma con la stessa buona visibilità e gli stessi buoni servizi per tutti. Non parlo di azionariato pubblico, sia chiaro: la mia serietà e la mia professionalità sono una garanzia su questa operazione». Il 2015 si è aperto con Gabbiadini e Strinic: arriveranno altri giocatori? «Benitez ci aveva chiesto di coprire due ruoli: è stato preso Strinic perché Ghoulam sarà impegnato in Coppa d’Africa; è arrivato Gabbiadini, che può giocare da prima come da seconda punta, dopo l’infortunio di Insigne. Gabbiadini ha 23 anni, non rappresenta una soluzione per l’emergenza che si è venuta a creare per l’assenza di Lorenzo ma è anche un investimento per il futuro». Sulla fascia sinistra manca anche Zuniga. «Sì, certo. Ma alla sua assenza ci siamo abituati già lo scorso anno». Altri colpi, allora? «Vedremo tra gennaio e giugno cosa fare in altri reparti, come difesa o centrocampo. Abbiamo soddisfatto le richieste di Benitez, ora valuteremo, anche perché bisogna capire se Rafa resta: comprare ora significherebbe ridurre il budget estivo per impostare magari il discorso con un altro allenatore. Ma, lo ripeto, mi auguro che Benitez resti». A proposito di mercato, soltanto una suggestione il ritorno di Lavezzi a Napoli? «E a che servirebbe? Siamo copertissimi in attacco, tra un paio di mesi rientra anche Insigne. Si dimentica che Lavezzi ha uno stipendio di 4,5 milioni netti all’anno e che soprattutto è stato lui a voler lasciare il Napoli: lo decise nel 2011 e noi gli chiedemmo di restare ancora un anno, nel 2012 è passato al Paris St. Germain. A volte i procuratori dei calciatori si divertono a tirare fuori il nostro nome, ma noi non c’entriamo né con Lavezzi né con Balotelli». (Francesco De Luca – Il Mattino)  

Dal caso San Paolo ai due trofei nel 2014, dal futuro di Benitez alle sfide da vincere nel 2015: Aurelio De Laurentiis a tutto in campo in una intervista rilasciata al quotidiano “Il Mattino”. Il presidente del Napoli è carico dopo il trionfo del 22 dicembre a Doha, la Supercoppa conquistata nella sfida contro la Juve che sarà anche il primo avversario degli azzurri nel nuovo anno a Fuorigrotta. Già, lo stadio: la ristrutturazione è una vicenda apertissima, con un elevato livello di tensione tra il Comune e il club. Presidente, in una intervista il sindaco De Magistris ha detto che pensa che lei non abbia un piano per ristrutturare il San Paolo: come è messa la situazione? Al momento c’è una convenzione che scade il 30 giugno 2015 e che è stata notificata soltanto il primo dicembre al Napoli. «In ottobre il consiglio comunale aveva dato il via libera per questa proroga, capisce con quanto ritardo ci è stata notificata? Il progetto di ristrutturazione dello stadio non può essere legato esclusivamente a una legge che ha avuto un lunghissimo iter e che è stata approvata soltanto un anno fa. Ci sono altre imprescindibili considerazioni da fare, che riguardano il sistema economico generale e il quadro politico». Ma De Laurentiis ha un progetto per il nuovo San Paolo? «Io ho affidato a un pool di ingegneri uno studio, prioritario rispetto a quello della ristrutturazione: vogliamo capire qual è lo stato di salute attuale dello stadio perché non vorremmo che questo impianto, costato svariati miliardi di lire prima dei Mondiali del 1990 e reso agibile soltanto grazie agli interventi della mia società, presentasse ulteriori problemi, dopo quello del settore inferiore di Curva A, inagibile da tre mesi. Entro gennaio riceveremo una stima della salute del San Paolo ed entro febbraio una valutazione dei costi degli interventi da effettuare, successivamente lavoreremo al progetto di ristrutturazione cercando di capire anche cosa si potrà costruire di supporto economico all’impianto per dare il via a quelle attività commerciali extracalcistiche che secondo quanto previsto dalla legge dovrebbero creare un equilibrio economico-finanziario per la salute del club». Perché c’è questo stato di tensione nel rapporto con il Comune? «Dieci anni fa non ho comprato una squadra di serie A, di serie B, di serie C. Ho comprato l’autorizzazione del tribunale fallimentare a mettere su un nuovo club. La Federcalcio consentì a me e alla città di ripartire dalla serie C, altrimenti il nostro posto sarebbe stato tra i dilettanti. Abbiamo ricominciato da zero, quello che non è accaduto in altri casi, e per rispetto verso i napoletani chiamai inizialmente la società non Ssc Napoli, ma Napoli Soccer, in attesa di rientrare nel grande gioco. Dopo il primo anno in serie A il Napoli era il club numero 525 al mondo, negli ultimi due anni siamo oscillati tra diciottesimo e ventunesimo posto. Noi abbiamo fatto una grande cavalcata e diamo un’immagine positiva di Napoli nel mondo, ma il Comune cosa ha fatto per creare una struttura adeguata al livello della squadra, delle gare e dei club che abbiamo ospitato? Per lo stato della tribuna d’onore c’è da vergognarsi davanti a dirigenti di club come Bayern, Arsenal, Paris St. Germain e c’è da vergognarsi per la situazione degli spogliatoi. La verità è che se non avessimo noi messo mano al portafogli la Prefettura, la Questura e l’Uefa non ci avrebbero consentito di giocare partite di campionato e internazionali. Noi abbiamo diffuso nel mondo una bella immagine di Napoli contrapponendoci a quelle della monnezza o della Terra dei fuochi». Come uscire da questa situazione? «Ho chiesto tre anni di tempo per valutare l’evoluzione economica del nostro Paese e la verifica del progetto ispirato a una legge che va in direzione delle società calcistiche e non degli immobiliaristi. È chiaro che farò lo stadio dove giocherà il Napoli, non giochereremo dove qualcun altro farà lo stadio. Mi sembra tutto così strano, c’è un vento contrario incomprensibile. Per dieci anni non ho fatto organizzare concerti al San Paolo per tutelare il campo da gioco ed evitare l’inquinamento acustico e adesso i concerti si organizzano: non credo che quei grandi artisti canteranno qui con la sordina… Ho tutelato per dieci anni il Napoli e i cittadini di Fuorigrotta, ora perché si va in un’altra direzione? Non capisco il sindaco e il capo di gabinetto Auricchio, non so quale partita vogliono giocare: c’è sempre un ritardo straordinario su tutto, così non si comporta né il primo né l’ultimo cittadino. Perché questi colpi bassi? Perché il Comune è contro di noi?». Il suo Napoli ha vinto due trofei in sette mesi: quale consiglio darebbe alla città per vincere? «A Napoli ci sono fior di imprenditori con grandi capacità, grande cultura e grande intelligenza, però manca la fiducia nelle istituzioni politiche per tutto quello che è avvenuto in Italia. E c’è il timore di confrontarsi con la burocrazia, che a Napoli è follia: qui ci vogliono sei mesi per scrivere e inviare una lettera». Quale giudizio dà del 2014 della squadra? «Positivo. Abbiamo mantenuto una società con i conti in ordine ed è contemporaneamente proseguito il processo di crescita. Il Napoli è la sola squadra italiana ad aver vinto due trofei nell’anno solare ed eravamo reduci da una straordinaria Champions: nel dicembre 2013 siamo stati eliminati con12 punti, penso a cosa è accaduto nella competizione quest’anno, con la Roma eliminata e la Juve qualificata con punteggi nettamente inferiori al nostro. Abbiamo chiuso lo scorso campionato al terzo posto e siamo ora nelle prime posizioni. I conti vanno fatti alla fine: noi siamo un po’ come quel ciclista che fora una gomma e riparte in ritardo, c’è tempo per recuperare, le tappe del campionato sono 38 e non siamo neanche a metà del cammino». Ma l’eliminazione dalla Champions League nel playoff con l’Athletic Bilbao è stata una dura botta. «Una forte delusione e un danno economico valutabile in alcune decine di milioni. Ma bisogna fare, a mente serena, un ragionamento. Noi abbiamo affrontato l’Athletic Bilbao che non aveva rappresentanti ai Mondiali mentre il Napoli ne aveva avuti ben sedici: la differenza di preparazione era notevole, non può esserci la controprova ma se avessimo trovato una squadra nelle nostre stesse condizioni avremmo probabilmente superato il turno. Pensate a cosa è accaduto al Borussia Dortmund dopo i Mondiali: è stato ai vertici internazionali e ora occupa uno degli ultimi posti nel campionato tedesco. E problemi li hanno avuti squadroni come Barcellona e Paris St. Germain». Quali sono gli obiettivi per il 2015? «Crescere. Restare competitivi in campionato, Europa League e Coppa Italia dopo aver festeggiato la Supercoppa. In campionato c’è già un distacco rispetto a Juventus e Roma, ma andiamo avanti con fiducia. Con l’obiettivo di vincere tutte le partite e senza avere paura di nessuno, come dice Benitez. Noi siamo non scontenti, ma scontentissimi quando non vinciamo o pareggiamo su campi non proibitivi». Benitez è il punto interrogativo: resta o va via? «Il suo contratto era di due anni, mi auguro che voglia restare perché dare continuità a un progetto tecnico e societario è la soluzione migliore. Sapremo tutto tra qualche mese. Ma una cosa è certa: la mentalità internazionale, che io ho voluto proporre affidando la guida della squadra a Benitez, non cambierà, proseguiremo su questa linea che è diventata un nostro principio». Qual è stato l’errore fatto da De Laurentiis nei mesi scorsi? Non prendere un grande giocatore in estate? «Ma se pure lo avessimo preso sarebbe stato reduce dai Mondiali, si sarebbe trovato nella condizione dei nostri sedici convocati: e allora quale contributo avrebbe potuto dare al Napoli? Un errore che mi riconosco è aver detto durante il ritiro di Dimaro che avremmo vinto lo scudetto. Sulla razionalità del presidente è prevalsa la passione del tifoso: mi sono lasciato prendere la mano. Eppure, avevo sempre detto altro nelle precedenti estati. Non è così semplice vincere, perché se si parla di scudetto è come se si escludessero squadre come Juve, Roma, le milanesi. L’obiettivo del Napoli è essere competitivi sempre. Prima o poi lo scudetto arriverà, ma non perché arriveranno uno o due giocatori. Si vince quando c’è un fronte unico composto da squadra, società e tifoseria. Lo scudetto ci sarà quando l’ambiente sarà maturo». «Spalla a spalla» è lo slogan che ha lanciato Benitez ad inizio stagione, quando c’era pessimismo intorno alla squadra: lo condivide? «Assolutamente sì, lo condivido. Quando parlo di ambiente maturo, mi riferisco a tifosi che non siano vicini al Napoli soltanto quando vince. Anzi, è nei momenti più difficili che il tifoso deve dare sostegno e calore, dimostrarsi innamorato. Noi siamo fedeli, non mettiamo le corna a nessuno». Ma i tifosi hanno chiesto investimenti a più riprese. «Noi rispettiamo il fair play finanziario: visto cosa è successo a un club come il Barcellona, che ha un fatturato notevolmente più alto del nostro? Non ha rispettato alcuni parametri e vedrà il suo mercato bloccato. Ci atteniamo alle regole del fair play finanziario, ma per noi – lo ribadisco – il mercato è aperto dodici mesi all’anno, anzi ventiquattr’ore su ventiquattro». Ci sono perplessità anche sugli investimenti extracalcistici: l’ampliamento del centro sportivo e il potenziamento del vivaio, ad esempio. «Non abbiamo un fatturato che ci consente di sviluppare il nostro vivaio come altre società: ritengo già significativo aver tirato fuori in pochissimi anni un campione come Insigne grazie al lavoro dei nostri collaboratori». E gli impianti? «Non possiamo permetterci di investire nella costruzione di un nuovo stadio. Si parla dello Juventus Stadium: ma la Juventus ha ricevuto un finanziamento di 70 milioni a fondo perduto e ne ha messi poi una quarantina, e parliamo di un club che ne fattura trecento. Dobbiamo stare con i piedi per terra e guardare alla realtà che ci circonda. Io sto studiando come diventare competitivi con club che fatturano certe cifre, sto pensando di raddoppiare il fatturato del Napoli creando un club di 150mila tifosi che versino una quota di mille euro ciascuno. Abbiamo una base forte, sono milioni i nostri tifosi nel mondo. In cambio di questa quota dovremmo offrire prestazioni e stiamo cercando di definire quali potranno essere. Magari pacchetti di partite a cui assistere, dalle gare ufficiali alle amichevoli, ad esempio. Se riuscissimo con questa cifra a creare il nuovo stadio, ognuno potrebbe avere un posto assegnato. Il mio stadio ideale è come una sala cinematografica, senza prima e seconda classe, ma con la stessa buona visibilità e gli stessi buoni servizi per tutti. Non parlo di azionariato pubblico, sia chiaro: la mia serietà e la mia professionalità sono una garanzia su questa operazione». Il 2015 si è aperto con Gabbiadini e Strinic: arriveranno altri giocatori? «Benitez ci aveva chiesto di coprire due ruoli: è stato preso Strinic perché Ghoulam sarà impegnato in Coppa d’Africa; è arrivato Gabbiadini, che può giocare da prima come da seconda punta, dopo l’infortunio di Insigne. Gabbiadini ha 23 anni, non rappresenta una soluzione per l’emergenza che si è venuta a creare per l’assenza di Lorenzo ma è anche un investimento per il futuro». Sulla fascia sinistra manca anche Zuniga. «Sì, certo. Ma alla sua assenza ci siamo abituati già lo scorso anno». Altri colpi, allora? «Vedremo tra gennaio e giugno cosa fare in altri reparti, come difesa o centrocampo. Abbiamo soddisfatto le richieste di Benitez, ora valuteremo, anche perché bisogna capire se Rafa resta: comprare ora significherebbe ridurre il budget estivo per impostare magari il discorso con un altro allenatore. Ma, lo ripeto, mi auguro che Benitez resti». A proposito di mercato, soltanto una suggestione il ritorno di Lavezzi a Napoli? «E a che servirebbe? Siamo copertissimi in attacco, tra un paio di mesi rientra anche Insigne. Si dimentica che Lavezzi ha uno stipendio di 4,5 milioni netti all’anno e che soprattutto è stato lui a voler lasciare il Napoli: lo decise nel 2011 e noi gli chiedemmo di restare ancora un anno, nel 2012 è passato al Paris St. Germain. A volte i procuratori dei calciatori si divertono a tirare fuori il nostro nome, ma noi non c’entriamo né con Lavezzi né con Balotelli». (Francesco De Luca – Il Mattino)