Napoli. Le notti al gelo dei clochard. L’ondata di freddo ripropone il problema dei senzatetto in una città indifferente

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Napoli. Entra solo il vento dalla porta di ferro spalancata sulla notte di via Foria. Un vento gelido e tenace che s’infila come un padrone di casa nei cunicoli scavati sottoterra e li trova vuoti. Porte aperte alla metrò, giorno due. La mezzanotte è passata da poco, ma nella stazione Museo lasciata aperta per accogliere i senzatetto c’è un solo ospite. Louis già dorme, il suo giaciglio se l’è ricavato in un cantuccio dietro una colonna: una coperta e un cartone adagiati sul pavimento di linoleum, un sacco a pelo blu come guscio e un ombrello viola aperto davanti, a mo’ di separé. Prima di accomodarsi, però, ha chiesto il permesso. Si è presentato intorno alle undici di sera col suo bagaglio minimo e ha domandato agli addetti alla sicurezza: «Dov’è che non dò fastidio?». Ad accoglierlo ha trovato la guardia giurata Domenico D’Angiò, che la notte la passerà al piano di sotto, rintanato nel gabbiotto pieno di monitor che spiano interni ed esterni della stazione. «È venuto da me con grande garbo, mi ha chiesto dove poteva mettersi. Ma per uno educato e pulito ce ne sono tanti altri che meriterebbero di essere cacciati. Sporcano, si ubriacano, vomitano, fanno i bisogni dove capita, litigano tra di loro, fanno sesso davanti a tutti. Insomma, un vero schifo. E alle sei del mattino, quando dobbiamo aprire al pubblico, non vogliono andare via: molti girano con coltelli e taglierini, e noi abbiamo paura». Di tutto questo sconcio, però, stanotte non c’è traccia. Il motivo lo spiega Mario Prisco, addetto alle pulizie per la ditta Manital. «Ancora non s’è sparsa la voce: dategli qualche giorno di tempo e saremo invasi. Questa è la stazione più frequentata dagli stranieri, siamo arrivati anche a venti, venticinque clochard: hai voglia di disinfettare, ma portano sporcizia, malattie e un fetore insopportabile». Passa un’altra ora, ma il metrò dell’arte e della solidarietà, chiuso ai passeggeri e aperto ai senza dimora per volontà del Comune e di Metronapoli (offre ospitalità anche la fermata Vanvitelli al Vomero) in questi giorni di freddo intenso resta deserto. Così il silenzio amplifica i rumori. Quello delle scale mobili che vanno a ciclo continuo, per esempio. Un ticchettio di ingranaggi ripetuto all’infinito con cadenza alienante che sembra scandire un tempo che non passa mai, mentre da fuori entra l’eco della strada: motori, clacson, sirene e schiamazzi. L’inquilino della metro fa un colpo di tosse e schiude appena gli occhi. «Vengo dal Pakistan, ho 45 anni. Ma adesso lasciatemi dormire», risponde. Non avrà compagnia. Per trovarli, i senzatetto, devi attraversare la strada, superare l’incrocio con via Costantinopoli e infilarti in quel corridoio di tubi innocenti, cartoni, luci spente e puzza di urina che è la Galleria Principe di Napoli. Un nome che sembra una beffa. Il popolo degli invisibili ha scelto di restare qui: a terra, addossati ai muri del monumento, trovi oltre venti fagotti di carne, ossa e coperte. Il primo che incontri su questa via crucis di solitudine e disperazione ha la barba incolta, gli occhi gonfi. E a dispetto del cappello blu da Babbo Natale calato sulla fronte, ha ben poco da festeggiare. «Song’ napulitano, voglio restare qua e nun tengo genio ‘e parlà», liquida l’interlocutore. Poco più avanti sta seduto Robert: cappello scuro, giubbino beige e la vita raccolta in un sacchetto di plastica. «Sono polacco, ho 62 anni, ma vivo a Napoli da venti», si presenta con il tono pacato che si confà ad un galantuomo che ha perso tutto, meno che l’eleganza e la dignità. «Al mio Paese stavamo bene fino all’avvento di Solidarnosc, poi il lavoro è venuto a mancare e in tanti siamo andati via». Erano i rutilanti anni Ottanta, che illuminavano l’Occidente e condannavano l’Est Europa. «Facevo il capocantiere, avevo una casa, una famiglia. Adesso i miei figli sono in Irlanda e io dormo per terra. Oppure alla Tenda, alla Sanità. Ma lì si fa a turno e possiamo stare solo quindici giorni, poi torniamo per strada», racconta con gli occhi lucidi, in un italiano che farebbe invidia a molti indigeni. «L’ultima volta che ho dormito in una casa? È stato due anni fa, prima a Marano e poi a Porta Nolana. Facevo il manovale, l’imbianchino. Poi non ho trovato più lavoro e ho ripreso a vagabondare in giro per la città», dice mentre abbassa lo sguardo. Lo solleva quando gli dici della metropolitana aperta. «Davvero si può dormire lì? Lo dirò anche agli altri, grazie», e accenna un sorriso stanco. Poi si rimbocca la coperta. «I napoletani prima ti trattavano col cuore in mano, adesso ognuno pensa per se stesso. Ma è normale – aggiunge l’uomo – con la crisi di questi tempi si bada soltanto ai fatti propri. Per fortuna la Caritas ci porta sempre un pasto caldo. Certo, però, lo Stato italiano potrebbe anche fare di più per chi è sfortunato, per chi non ce l’ha fatta ad avere un tetto sopra la testa». Sono quasi le tre di notte. Il piccolo condominio Galleria dorme con le coperte fin sopra la testa e le automobili che sfrecciano a pochi metri. Certo, il sonno è un lusso che non costa niente. Il più democratico dei piaceri. Ma vaglielo a dire. «Sono stato anch’io alla Tenda e adesso non so dove andare», sospira Petru, 55 anni, che prova a riposare accanto a una chitarra rabberciata con lo scotch e una bottiglia quasi vuota. «Ho le gambe e i piedi che mi fanno male – si lamenta – non ho i soldi per comprare delle scarpe nuove. Per guadagnare qualcosa suono nelle trattorie, ma spesso mi guardano male, altro che darmi dei soldi. È difficile per i napoletani, figuriamoci per noi, stranieri e spesso clandestini», sospira facendo il riassunto di una vita finita in sopravvivenza. Di un’esistenza che non esiste. Perché girato l’angolo il mondo a parte è già finito. E se pure ogni tanto ci inciampa dentro, Napoli distrattamente lo scansa. (Davide Cerbone – Il Mattino)  

Napoli. Entra solo il vento dalla porta di ferro spalancata sulla notte di via Foria. Un vento gelido e tenace che s’infila come un padrone di casa nei cunicoli scavati sottoterra e li trova vuoti. Porte aperte alla metrò, giorno due. La mezzanotte è passata da poco, ma nella stazione Museo lasciata aperta per accogliere i senzatetto c’è un solo ospite. Louis già dorme, il suo giaciglio se l’è ricavato in un cantuccio dietro una colonna: una coperta e un cartone adagiati sul pavimento di linoleum, un sacco a pelo blu come guscio e un ombrello viola aperto davanti, a mo’ di separé. Prima di accomodarsi, però, ha chiesto il permesso. Si è presentato intorno alle undici di sera col suo bagaglio minimo e ha domandato agli addetti alla sicurezza: «Dov’è che non dò fastidio?». Ad accoglierlo ha trovato la guardia giurata Domenico D’Angiò, che la notte la passerà al piano di sotto, rintanato nel gabbiotto pieno di monitor che spiano interni ed esterni della stazione. «È venuto da me con grande garbo, mi ha chiesto dove poteva mettersi. Ma per uno educato e pulito ce ne sono tanti altri che meriterebbero di essere cacciati. Sporcano, si ubriacano, vomitano, fanno i bisogni dove capita, litigano tra di loro, fanno sesso davanti a tutti. Insomma, un vero schifo. E alle sei del mattino, quando dobbiamo aprire al pubblico, non vogliono andare via: molti girano con coltelli e taglierini, e noi abbiamo paura». Di tutto questo sconcio, però, stanotte non c’è traccia. Il motivo lo spiega Mario Prisco, addetto alle pulizie per la ditta Manital. «Ancora non s’è sparsa la voce: dategli qualche giorno di tempo e saremo invasi. Questa è la stazione più frequentata dagli stranieri, siamo arrivati anche a venti, venticinque clochard: hai voglia di disinfettare, ma portano sporcizia, malattie e un fetore insopportabile». Passa un’altra ora, ma il metrò dell’arte e della solidarietà, chiuso ai passeggeri e aperto ai senza dimora per volontà del Comune e di Metronapoli (offre ospitalità anche la fermata Vanvitelli al Vomero) in questi giorni di freddo intenso resta deserto. Così il silenzio amplifica i rumori. Quello delle scale mobili che vanno a ciclo continuo, per esempio. Un ticchettio di ingranaggi ripetuto all’infinito con cadenza alienante che sembra scandire un tempo che non passa mai, mentre da fuori entra l’eco della strada: motori, clacson, sirene e schiamazzi. L’inquilino della metro fa un colpo di tosse e schiude appena gli occhi. «Vengo dal Pakistan, ho 45 anni. Ma adesso lasciatemi dormire», risponde. Non avrà compagnia. Per trovarli, i senzatetto, devi attraversare la strada, superare l’incrocio con via Costantinopoli e infilarti in quel corridoio di tubi innocenti, cartoni, luci spente e puzza di urina che è la Galleria Principe di Napoli. Un nome che sembra una beffa. Il popolo degli invisibili ha scelto di restare qui: a terra, addossati ai muri del monumento, trovi oltre venti fagotti di carne, ossa e coperte. Il primo che incontri su questa via crucis di solitudine e disperazione ha la barba incolta, gli occhi gonfi. E a dispetto del cappello blu da Babbo Natale calato sulla fronte, ha ben poco da festeggiare. «Song' napulitano, voglio restare qua e nun tengo genio 'e parlà», liquida l’interlocutore. Poco più avanti sta seduto Robert: cappello scuro, giubbino beige e la vita raccolta in un sacchetto di plastica. «Sono polacco, ho 62 anni, ma vivo a Napoli da venti», si presenta con il tono pacato che si confà ad un galantuomo che ha perso tutto, meno che l’eleganza e la dignità. «Al mio Paese stavamo bene fino all’avvento di Solidarnosc, poi il lavoro è venuto a mancare e in tanti siamo andati via». Erano i rutilanti anni Ottanta, che illuminavano l’Occidente e condannavano l’Est Europa. «Facevo il capocantiere, avevo una casa, una famiglia. Adesso i miei figli sono in Irlanda e io dormo per terra. Oppure alla Tenda, alla Sanità. Ma lì si fa a turno e possiamo stare solo quindici giorni, poi torniamo per strada», racconta con gli occhi lucidi, in un italiano che farebbe invidia a molti indigeni. «L’ultima volta che ho dormito in una casa? È stato due anni fa, prima a Marano e poi a Porta Nolana. Facevo il manovale, l’imbianchino. Poi non ho trovato più lavoro e ho ripreso a vagabondare in giro per la città», dice mentre abbassa lo sguardo. Lo solleva quando gli dici della metropolitana aperta. «Davvero si può dormire lì? Lo dirò anche agli altri, grazie», e accenna un sorriso stanco. Poi si rimbocca la coperta. «I napoletani prima ti trattavano col cuore in mano, adesso ognuno pensa per se stesso. Ma è normale – aggiunge l’uomo – con la crisi di questi tempi si bada soltanto ai fatti propri. Per fortuna la Caritas ci porta sempre un pasto caldo. Certo, però, lo Stato italiano potrebbe anche fare di più per chi è sfortunato, per chi non ce l’ha fatta ad avere un tetto sopra la testa». Sono quasi le tre di notte. Il piccolo condominio Galleria dorme con le coperte fin sopra la testa e le automobili che sfrecciano a pochi metri. Certo, il sonno è un lusso che non costa niente. Il più democratico dei piaceri. Ma vaglielo a dire. «Sono stato anch’io alla Tenda e adesso non so dove andare», sospira Petru, 55 anni, che prova a riposare accanto a una chitarra rabberciata con lo scotch e una bottiglia quasi vuota. «Ho le gambe e i piedi che mi fanno male – si lamenta – non ho i soldi per comprare delle scarpe nuove. Per guadagnare qualcosa suono nelle trattorie, ma spesso mi guardano male, altro che darmi dei soldi. È difficile per i napoletani, figuriamoci per noi, stranieri e spesso clandestini», sospira facendo il riassunto di una vita finita in sopravvivenza. Di un'esistenza che non esiste. Perché girato l'angolo il mondo a parte è già finito. E se pure ogni tanto ci inciampa dentro, Napoli distrattamente lo scansa. (Davide Cerbone – Il Mattino)