De Laurentiis: «Benitez si decida: il Napoli può andare avanti senza di lui. Finché vivrò non venderò questa società»

0

Lascia? Ma per carità. Magari raddoppia. Anzi, triplica. Nulla è mai banale quando parla De Laurentiis. Nulla è mai più come prima quando è lui a mettersi al centro del Napoli e del suo mondo. Benvenuti a Doha, Qatar, dove il presidente azzurro decide che è il momento di mettere fine ai freni inibitori, a cominciare a parlare chiaro. Su tutto e tutti. Benitez compreso, destinatario di una missiva che pare quasi un ultimatum. C’è il futuro che lo attende. Il futuro suo. E quello della sua creatura: il Napoli. Neppure Roberto Benigni riesce a fermarlo: lo chiama al telefono e lo invita in Qatar. Va veloce, De Laurentiis, quasi non ci fosse più tempo da perdere. «Non lo venderò mai, lo faranno magari i miei figli quando io non ci sarò più. E solo se non saranno capaci di gestirlo». È un muro che si alza: granitico. Non è questione di prezzo, non è questione di soldi. Qui si parla di sentimenti. Ed è chiaro. «Non mollo ma servono almeno 150 milioni di euro per essere davvero competitivi sul mercato: sto pensando a un modo…». Alt. Un passo indietro. Siamo in Qatar e certe voci sulla famiglia Al Thani non lo hanno risparmiato. E allora chiarisce, senza aver bisogno di sollecitazioni. «Non cerco sponsor, non cerco soci: voglio coinvolgere i tifosi. Me ne servono 150mila per cambiare il volto al club: non saremo mai un pubblic company e sto pensando al modo per convogliare queste risorse. Io sono un visionario: non sono stato io il primo a imporre i diritti d’immagine nel calcio italiano quando tutti mi dicevano che era cosa impossibile». Il piano quinquennale. Nuove risorse. Come? Con mille euro a tifoso da versare nelle casse della società. Tifosi da invogliare con iniziative, offerte di servizi: un modo per renderlo esclusivo, speciale. Niente azioni, nessuna partecipazione alla società. «È come entrare a far parte di un club prestigioso. Solo così possiamo riuscire ad essere più competitivi sul mercato». Un progetto a medio termine. Cinque anni per puntare in alto. Anni in cui realizzare lo stadio, diventare più competitivi, pensare al grande salto di qualità del Napoli. Fa fatica a pensare al Comune come suo partner: «Non mi va di sparare sulla Croce Rossa, nei prossimi giorni parleranno i miei avvocati. Nella città ci vogliono manager e non politici per gestire le cose». Chiaro che sulla questione della gestione del San Paolo le cose si mettano male. Spiega: «Gli impianti del futuro devono essere piccoli, non più di ventimila persone sugli spalti». L’orgoglio. «Io non capisco perché in tanti si siano seduti solo perché hanno visto sfumare il primo posto. Noi dobbiamo continuare a lottare, perché siamo l’orgoglio di questa città, siamo il simbolo di una Napoli che soffre». Un monito ai giocatori, certo, ma anche ai tifosi. Spiega meglio. «Non sono un tipo che le manda a dire e alla squadra ho detto quello che dovevo dire. Spero che abbiano inteso il messaggio». È qui per spronarli, oltre che per esigenze istituzionali. Ma questa diventa anche l’occasione per formalizzare l’arrivo di Gabbiadini: «Ha segnato? Che bello. È squalificato? Meglio, così verrà prima da noi per potersi allenare». Il suo modo per dire: è fatta. La rivincita di Pechino. «Quello che è successo lì non è stata colpa né della Juve né del Napoli. Siamo caduti in una zona grigia, vittime di una certa sudditanza che l’introduzione della moviola non potrà che cancellare in maniera totale. Napoli e Juve hanno i destini legati. Ritrovarsi qui dà il senso di quanta strada abbiamo fatto insieme. Ovvio, io voglio vincerla». Non è un De Laurentiis romantico, per carità. È uno che intende dar peso a questa finale, che non è una coppetta ma è qualcosa di assai speciale. E lo è ancora di più perché c’è la Juventus. Benitez. Lentamente, il coperchio si scopre. De Laurentiis è diretto. «Non possiamo permetterci due centrocampisti da 5-6 milioni a stagione. Il progetto è chiaro: io adoro i suoi modi, il suo stile, la sua cultura ma se il progetto non lo convince… vuol dire che ce ne faremo una ragione. Anche il Chelsea è sopravvissuto al suo addio, lo faremo eventualmente anche noi». Sembra di risentire il De Laurentiis prima dell’addio di Mazzarri. Ma forse è solo un modo per sollecitarlo a firmare il rinnovo il prima possibile. Anche perché di sicuro non intende rimanere con il cerino in mano fino a primavera per attendere il suo verdetto. La politica. «Nel nostro Paese non funziona nulla, le istituzioni non ci aiutano, i governi non ci mettono mai le mani e lo Stato ci ha penalizzato: dovremmo chiedere i danni, se l’Italia non fosse sull’orlo della bancarotta. E allora non ci rimane che fare da soli, pretendendo autonomia». Avanti De Laurentiis: ci voleva l’aria del Golfo Persico per riaverlo così combattivo e risoluto. (Pino Taormina – Il Mattino)   

Lascia? Ma per carità. Magari raddoppia. Anzi, triplica. Nulla è mai banale quando parla De Laurentiis. Nulla è mai più come prima quando è lui a mettersi al centro del Napoli e del suo mondo. Benvenuti a Doha, Qatar, dove il presidente azzurro decide che è il momento di mettere fine ai freni inibitori, a cominciare a parlare chiaro. Su tutto e tutti. Benitez compreso, destinatario di una missiva che pare quasi un ultimatum. C'è il futuro che lo attende. Il futuro suo. E quello della sua creatura: il Napoli. Neppure Roberto Benigni riesce a fermarlo: lo chiama al telefono e lo invita in Qatar. Va veloce, De Laurentiis, quasi non ci fosse più tempo da perdere. «Non lo venderò mai, lo faranno magari i miei figli quando io non ci sarò più. E solo se non saranno capaci di gestirlo». È un muro che si alza: granitico. Non è questione di prezzo, non è questione di soldi. Qui si parla di sentimenti. Ed è chiaro. «Non mollo ma servono almeno 150 milioni di euro per essere davvero competitivi sul mercato: sto pensando a un modo…». Alt. Un passo indietro. Siamo in Qatar e certe voci sulla famiglia Al Thani non lo hanno risparmiato. E allora chiarisce, senza aver bisogno di sollecitazioni. «Non cerco sponsor, non cerco soci: voglio coinvolgere i tifosi. Me ne servono 150mila per cambiare il volto al club: non saremo mai un pubblic company e sto pensando al modo per convogliare queste risorse. Io sono un visionario: non sono stato io il primo a imporre i diritti d'immagine nel calcio italiano quando tutti mi dicevano che era cosa impossibile». Il piano quinquennale. Nuove risorse. Come? Con mille euro a tifoso da versare nelle casse della società. Tifosi da invogliare con iniziative, offerte di servizi: un modo per renderlo esclusivo, speciale. Niente azioni, nessuna partecipazione alla società. «È come entrare a far parte di un club prestigioso. Solo così possiamo riuscire ad essere più competitivi sul mercato». Un progetto a medio termine. Cinque anni per puntare in alto. Anni in cui realizzare lo stadio, diventare più competitivi, pensare al grande salto di qualità del Napoli. Fa fatica a pensare al Comune come suo partner: «Non mi va di sparare sulla Croce Rossa, nei prossimi giorni parleranno i miei avvocati. Nella città ci vogliono manager e non politici per gestire le cose». Chiaro che sulla questione della gestione del San Paolo le cose si mettano male. Spiega: «Gli impianti del futuro devono essere piccoli, non più di ventimila persone sugli spalti». L'orgoglio. «Io non capisco perché in tanti si siano seduti solo perché hanno visto sfumare il primo posto. Noi dobbiamo continuare a lottare, perché siamo l'orgoglio di questa città, siamo il simbolo di una Napoli che soffre». Un monito ai giocatori, certo, ma anche ai tifosi. Spiega meglio. «Non sono un tipo che le manda a dire e alla squadra ho detto quello che dovevo dire. Spero che abbiano inteso il messaggio». È qui per spronarli, oltre che per esigenze istituzionali. Ma questa diventa anche l'occasione per formalizzare l'arrivo di Gabbiadini: «Ha segnato? Che bello. È squalificato? Meglio, così verrà prima da noi per potersi allenare». Il suo modo per dire: è fatta. La rivincita di Pechino. «Quello che è successo lì non è stata colpa né della Juve né del Napoli. Siamo caduti in una zona grigia, vittime di una certa sudditanza che l'introduzione della moviola non potrà che cancellare in maniera totale. Napoli e Juve hanno i destini legati. Ritrovarsi qui dà il senso di quanta strada abbiamo fatto insieme. Ovvio, io voglio vincerla». Non è un De Laurentiis romantico, per carità. È uno che intende dar peso a questa finale, che non è una coppetta ma è qualcosa di assai speciale. E lo è ancora di più perché c'è la Juventus. Benitez. Lentamente, il coperchio si scopre. De Laurentiis è diretto. «Non possiamo permetterci due centrocampisti da 5-6 milioni a stagione. Il progetto è chiaro: io adoro i suoi modi, il suo stile, la sua cultura ma se il progetto non lo convince… vuol dire che ce ne faremo una ragione. Anche il Chelsea è sopravvissuto al suo addio, lo faremo eventualmente anche noi». Sembra di risentire il De Laurentiis prima dell'addio di Mazzarri. Ma forse è solo un modo per sollecitarlo a firmare il rinnovo il prima possibile. Anche perché di sicuro non intende rimanere con il cerino in mano fino a primavera per attendere il suo verdetto. La politica. «Nel nostro Paese non funziona nulla, le istituzioni non ci aiutano, i governi non ci mettono mai le mani e lo Stato ci ha penalizzato: dovremmo chiedere i danni, se l'Italia non fosse sull'orlo della bancarotta. E allora non ci rimane che fare da soli, pretendendo autonomia». Avanti De Laurentiis: ci voleva l'aria del Golfo Persico per riaverlo così combattivo e risoluto. (Pino Taormina – Il Mattino)