Gregorovius a Ravello

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di VITO PINTO “Chi ha percorso la costa del mare, da Salerno ad Amalfi, ricorderà con gioia quella sponda. Non ve ne è un’altra ugualmente bella in tutto il regno di Napoli, e di tante escursioni che ho fatto in tutta quanta l’Italia, questa è quella che mi ha lasciato il ricordo più vivo”. Così scriveva nei suoi “appunti di viaggio” Ferdinand Gregorovius, autore di una ponderosa opera su Roma Medioevale e di quelle “Passeggiate in Italia” che furono come una sorta di vademecum per quanti desideravano conoscere il Bel Paese e, in specie, città già rinomate come Amalfi, Ravello e Paestum. Gregorovius giunse in Italia nella primavera del 1852; nei suoi diari annotava: “Il 2 aprile 1852 lasciai la città di Königsberg e il 19 aprile entrai in terra d’Italia, a Venezia”. Il viaggio nel Sud Italia dello scrittore tedesco non ha le caratteristiche del Grande Tour al quale si erano conformati molti giovani ricchi del nord Europa, alla ricerca di quella classicità tanto cara a Goethe e ai grandi viaggiatori dell’Italienische reise. Gregorovius, infatti, giunse nel Regno di Napoli come storico, non come pittore-viaggiatore ed era un uomo di trent’anni in cerca di quelle tracce materiali sulle quali aveva costruito, negli anni di studi, il proprio mito. Annotava: “Quando incontravo qualcuno per strada, e gli domandavo “che cosa hai mangiato stamane?” Rispondeva “la pizza”. E se gli domandavo “che cosa mangerai questa sera?” rispondeva ancora “la pizza”. Ne ho mangiata io pure parecchie volte col popolo, seduto sulla nuda terra”. Arrivò in Costiera Amalfitana nel 1856 e fu il primo “viaggiatore” a descrivere quest’ansa del golfo percorrendo la nuova strada amalfitana inaugurata nel 1853 dal re Ferdinando II di Borbone. Il racconto parte da Vietri sul Mare e si conclude a Ravello che soppianta, per la prima volta, Amalfi. Negli appunti pubblicati nel 1861, l’autore scrive: “Il primo paese su questa strada è vicino Salerno e si chiama Vietri. Vi è tagliata una profonda e gigantesca gola, nella quale si precipita un corso d’acqua che dà moto a molti mulini. Vietri si trova sull’orlo, bizzarra con le sue case color marrone, con chiese e cappelle a cupola. Molto in basso, sulla bianca spiaggia si vede la marina con barche a vela… Vi si svolgevano placide scene di pescatori che sono più belle in natura che su tela. E quando si guarda dagli scogli nelle onde verde-smeraldo, le barche vi sembrano sospese come sull’aria.” Proseguendo il viaggio, giunse a Cetara: “Notai subito la pittoresca architettura moresca. Le case sono piccole, ad un piano solo, provvedute di logge e verande alle quali si arrampicano le viti. I tetti sono a volte e intonacati di nero. La bizzarra architettura delle chiesette risalta fantasticamente dallo scuro fogliame degli aranci. Era una vista così singolare che si poteva credere di essere in mezzo ad una civiltà non europea. Tutto sfavillava dello splendore del sole, dai frutti dorati ai fiori esotici. La bella Cetara fu il primo luogo su questa costa dove si stabilirono i Saraceni”. Per il nordico viaggiatore Maiori e Minori sono “due punti di una magica tranquillità, ristretti in breve spazio, freschi, ombreggiati e ridenti; si direbbe appartati da tutto il resto del mondo.” Ma Gregorovius fu soprattutto colpito dalla “fabbricazione dei maccheroni, industria speciale della riviera di Amalfi, la quale ne provvede tutto il regno di Napoli”. Resta affascinato, poi, dall’architettura delle case di Atrani, “le quali hanno tutte la propria loggia”, un paese “piacevolissimo per il bianco delle mura che si staglia sul fondo nero della rupe”. Ed ecco Ravello, “città moresca, con torri e case di stile arabo, fabbricata di tufo nero, solitaria e tranquilla, abbandonata, quasi morta”. Nel 1874 Ferdinand Gregorovius lasciò, dopo circa vent’anni, l’Italia e, con un fratello ed una sorella, come lui non sposati, si trasferì definitivamente in Baviera, a Monaco, dove morì l’1 maggio 1891. Lasciava preziosi appunti di viaggio, libri di grande amore per l’Italia, descrizioni incantate di visioni della costiera amalfitana, come quella che ebbe modo di osservare dalla terrazza di Villa Rufolo a Ravello: “Il sole stava per tramontare… si sarebbe detto che divampasse in cielo un immenso incendio… sembrando fosse in fiamme tutto quanto il golfo di Salerno; a poco a poco il mare assunse prima un colore d’oro, quindi verde pallido, violaceo, gialliccio, finalmente grigio, finché vennero le tenebre. Colpito da quegli scherzi indescrivibili di luce, non potei più muovermi finché fu notte”. La Citta Salerno 

di VITO PINTO “Chi ha percorso la costa del mare, da Salerno ad Amalfi, ricorderà con gioia quella sponda. Non ve ne è un'altra ugualmente bella in tutto il regno di Napoli, e di tante escursioni che ho fatto in tutta quanta l'Italia, questa è quella che mi ha lasciato il ricordo più vivo”. Così scriveva nei suoi "appunti di viaggio" Ferdinand Gregorovius, autore di una ponderosa opera su Roma Medioevale e di quelle "Passeggiate in Italia" che furono come una sorta di vademecum per quanti desideravano conoscere il Bel Paese e, in specie, città già rinomate come Amalfi, Ravello e Paestum. Gregorovius giunse in Italia nella primavera del 1852; nei suoi diari annotava: "Il 2 aprile 1852 lasciai la città di Königsberg e il 19 aprile entrai in terra d'Italia, a Venezia". Il viaggio nel Sud Italia dello scrittore tedesco non ha le caratteristiche del Grande Tour al quale si erano conformati molti giovani ricchi del nord Europa, alla ricerca di quella classicità tanto cara a Goethe e ai grandi viaggiatori dell'Italienische reise. Gregorovius, infatti, giunse nel Regno di Napoli come storico, non come pittore-viaggiatore ed era un uomo di trent'anni in cerca di quelle tracce materiali sulle quali aveva costruito, negli anni di studi, il proprio mito. Annotava: "Quando incontravo qualcuno per strada, e gli domandavo "che cosa hai mangiato stamane?" Rispondeva "la pizza". E se gli domandavo "che cosa mangerai questa sera?" rispondeva ancora "la pizza". Ne ho mangiata io pure parecchie volte col popolo, seduto sulla nuda terra". Arrivò in Costiera Amalfitana nel 1856 e fu il primo "viaggiatore" a descrivere quest'ansa del golfo percorrendo la nuova strada amalfitana inaugurata nel 1853 dal re Ferdinando II di Borbone. Il racconto parte da Vietri sul Mare e si conclude a Ravello che soppianta, per la prima volta, Amalfi. Negli appunti pubblicati nel 1861, l'autore scrive: "Il primo paese su questa strada è vicino Salerno e si chiama Vietri. Vi è tagliata una profonda e gigantesca gola, nella quale si precipita un corso d'acqua che dà moto a molti mulini. Vietri si trova sull'orlo, bizzarra con le sue case color marrone, con chiese e cappelle a cupola. Molto in basso, sulla bianca spiaggia si vede la marina con barche a vela… Vi si svolgevano placide scene di pescatori che sono più belle in natura che su tela. E quando si guarda dagli scogli nelle onde verde-smeraldo, le barche vi sembrano sospese come sull'aria." Proseguendo il viaggio, giunse a Cetara: "Notai subito la pittoresca architettura moresca. Le case sono piccole, ad un piano solo, provvedute di logge e verande alle quali si arrampicano le viti. I tetti sono a volte e intonacati di nero. La bizzarra architettura delle chiesette risalta fantasticamente dallo scuro fogliame degli aranci. Era una vista così singolare che si poteva credere di essere in mezzo ad una civiltà non europea. Tutto sfavillava dello splendore del sole, dai frutti dorati ai fiori esotici. La bella Cetara fu il primo luogo su questa costa dove si stabilirono i Saraceni". Per il nordico viaggiatore Maiori e Minori sono "due punti di una magica tranquillità, ristretti in breve spazio, freschi, ombreggiati e ridenti; si direbbe appartati da tutto il resto del mondo." Ma Gregorovius fu soprattutto colpito dalla "fabbricazione dei maccheroni, industria speciale della riviera di Amalfi, la quale ne provvede tutto il regno di Napoli". Resta affascinato, poi, dall'architettura delle case di Atrani, "le quali hanno tutte la propria loggia", un paese "piacevolissimo per il bianco delle mura che si staglia sul fondo nero della rupe". Ed ecco Ravello, "città moresca, con torri e case di stile arabo, fabbricata di tufo nero, solitaria e tranquilla, abbandonata, quasi morta". Nel 1874 Ferdinand Gregorovius lasciò, dopo circa vent'anni, l'Italia e, con un fratello ed una sorella, come lui non sposati, si trasferì definitivamente in Baviera, a Monaco, dove morì l'1 maggio 1891. Lasciava preziosi appunti di viaggio, libri di grande amore per l'Italia, descrizioni incantate di visioni della costiera amalfitana, come quella che ebbe modo di osservare dalla terrazza di Villa Rufolo a Ravello: "Il sole stava per tramontare… si sarebbe detto che divampasse in cielo un immenso incendio… sembrando fosse in fiamme tutto quanto il golfo di Salerno; a poco a poco il mare assunse prima un colore d'oro, quindi verde pallido, violaceo, gialliccio, finalmente grigio, finché vennero le tenebre. Colpito da quegli scherzi indescrivibili di luce, non potei più muovermi finché fu notte". La Citta Salerno