Benitez e De Laurentiis. Mesi di divergenze: dal mercato ai fatturati fino al ritiro annullato

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«Io e Benitez? Siamo una coppia straordinaria e vincente». De Laurentiis lo ha ripetuto ancora una volta ieri. Ma chissà perché questa volta non sembra una autentica dichiarazione d’amore. Qualcosa è cambiato. Il presidente del Napoli non vuole che il suo allenatore venga trattato come un re travicello. Nelle ultime ore, neppure per una frazione di secondo, ha voluto sminuire il lavoro del suo tecnico e neanche per un attimo ha messo in bilico il suo destino napoletano. Ma è chiaro che l’ordine perentorio di mandare tutti in ritiro, sia pure durato poche ore, dà il senso di un presidente che ha voluto dare un segnale alla squadra. Ma anche al suo tecnico a cui ha concesso, sempre, carta bianca. Forse, anche troppa. In fondo, come si dice: parlare a nuora perché suocera intenda. Delegittimare Benitez agli occhi di tutti, ovvio, non può essere un obiettivo di De Laurentiis. Ma è chiaro che il numero uno azzurro ha voluto rimettere se stesso al centro di tutto e di tutti. «Qui ci sono io». E allora quando Benitez, a Castelvolturno, ha fatto suo il malumore della squadra, spiegando che sarebbe stato più complicato per lui far risorgere il Napoli in questo clima di punizione, De Laurentiis ha deciso di interrompere il ritiro. Toda joia, toda beleza, todo amor? Certo, all’inizio tra i due erano davvero solo baci e abbracci. La prima estate assieme, dopo l’addio di Mazzarri, è stata più o meno come un viaggio di nozze. Compreso di fiori d’arancio. «Mi incanta, resterei ore a sentirlo parlare di calcio», ammise De Laurentiis. Il filosofo e professore Benitez, il più fascinoso tra gli allenatori, lo convinse in poche ore di incontro a Londra. Più dell’amore, chiaro, poté per Benitez l’idea di tornare in Italia dopo la turbolenta esperienza all’Inter. Il presidente e la moglie Jacqueline, ospitarono Rafa e la moglie Maria de Montserrat in una villa tra Conca dei Marini e Amalfi in un weekend di giugno. Il patron oltre che di Cavani e Higuain, era lieto di potergli parlare della bellezza di Capri e del centro di Napoli. «Sono fiero di questa terra, ci sono posti meravigliosi qui da voi, che da soli potrebbero dare soldi e lavoro ma servirebbe un marketing migliore», disse Rafa. E poi fece anche un elenco di 10 posti magici «da non perdere». E li mise sul suo sito, in inglese e in spagnolo, neppure fosse una guida Lonely Planet. Troppe volte i due, negli ultimi tempi, hanno viaggiato – nelle parole – su binari paralleli. Senza mai dare l’impressione di recitare parti preparate. Tipo il poliziotto buono e quello cattivo. Per esempio, lo scudetto. «Voglio vincere lo scudetto, quest’anno faremo tutto il possibile per riuscirci», disse nel tripudio dei tifosi assiepati nel teatro di Folgarida a metà luglio. Benitez smorzò subito l’entusiasmo e dopo il ko interno col Chievo fu ancora più categorico: non sono stato certo io a parlare di scudetto. Vero, mai detto. Neppure una volta. Neanche per sbaglio. E dopo la sconfitta con il Milan, domenica sera, nel pellegrinaggio tra un microfono e un altro lo ha ribadito: «Un errore parlarne questa estate». Spavaldo e intelligente, abituato alle iperboli, Rafone ha sempre riempito gli archivi di conferenze con battute taglienti e di sorrisi pieni di sarcasmo, senza mai abbandonarsi all’insulto e al turpiloquio. Eppure prima del preliminare di Champions lasciò tutti di sasso: «Se venissimo eliminati dall’Athletic Bilbao, non sarebbe un dramma». Bene. Andate a chiedere a De Laurentiis se lo è stato: 35 milioni in meno di entrate, un mercato condizionato dalla rinuncia ai bonus della Uefa e un punto interrogativo anche per la prossima stagione. Chi vive di fair play finanziario non può fare a meno dei soldi della Champions. Per De Laurentiis è stato un dramma. Vero. De Laurentiis a inizio settembre era certo che almeno l’eliminazione dalla Champions avrebbe aiutato a dare di più in campionato. «Non esiste una formula matematica per vincere, secondo la quale ci riesce chi spende di più. Io ho scelto di arrivare all’obiettivo attraverso un allenatore che sa perfettamente quello che gli serve. Benitez ha voluto questi acquisti prendendo atto di dover rispettare il fair play finanziario». Tutto vero. Ma Rafa la pensa esattamente in maniera diversa. «Vince chi spende di più, vince chi ha il fatturato più alto, vince chi ha la rosa più ricca. Chi ha un fatturato più basso vince uno scontro-diretto ma non vince il campionato». Ecco, Benitez sapeva bene che il Napoli non ha le fonti di approvvigionamento degli emiri arabi. Dunque, è vero che il tecnico ha inseguito, sfiorandoli, i grandi campioni, quelli da 4-5 milioni netti a stagione. È vero però che De Laurentiis ha sempre messo i paletti: mai il monte-ingaggi può superare il 70 per cento delle entrate. Nelle buone società funziona così. E pure nel Napoli. Assolutamente legittimo, dentro un’economia di mercato spietata come quella del pallone, valutare offerte e ipotizzare svolte, ripensamenti, addii. Tuttavia sorprende che a farlo sia – o possa essere – l’allenatore che più di ogni altro si riempie la bocca con la parola progetto, seguita a ruota dalla parola gruppo. Il suo gruppo. Nel Napoli che ha affrontato domenica il Milan c’era solo Mesto che faceva parte della rosa di Mazzarri. De Laurentiis gli ha dato carta bianca per la rivoluzione. Ma allora perché non ha rinnovato a settembre, quando De Laurentiis ha pensato al nuovo contratto? Perché ha firmato solo un biennale? Ovvio che adesso è De Laurentiis a non essere più sicurissimo che il matrimonio possa andare avanti. «In casa mia i divorzi non esistono», disse il patron una volta. Ma i dubbi restano e ogni frase ha una sua seconda lettura tra scenari ipotetici e pettegolezzi, tra parole mascherate, dubbi, sospetti. (Pino Taormina – Il Mattino)  

«Io e Benitez? Siamo una coppia straordinaria e vincente». De Laurentiis lo ha ripetuto ancora una volta ieri. Ma chissà perché questa volta non sembra una autentica dichiarazione d’amore. Qualcosa è cambiato. Il presidente del Napoli non vuole che il suo allenatore venga trattato come un re travicello. Nelle ultime ore, neppure per una frazione di secondo, ha voluto sminuire il lavoro del suo tecnico e neanche per un attimo ha messo in bilico il suo destino napoletano. Ma è chiaro che l’ordine perentorio di mandare tutti in ritiro, sia pure durato poche ore, dà il senso di un presidente che ha voluto dare un segnale alla squadra. Ma anche al suo tecnico a cui ha concesso, sempre, carta bianca. Forse, anche troppa. In fondo, come si dice: parlare a nuora perché suocera intenda. Delegittimare Benitez agli occhi di tutti, ovvio, non può essere un obiettivo di De Laurentiis. Ma è chiaro che il numero uno azzurro ha voluto rimettere se stesso al centro di tutto e di tutti. «Qui ci sono io». E allora quando Benitez, a Castelvolturno, ha fatto suo il malumore della squadra, spiegando che sarebbe stato più complicato per lui far risorgere il Napoli in questo clima di punizione, De Laurentiis ha deciso di interrompere il ritiro. Toda joia, toda beleza, todo amor? Certo, all’inizio tra i due erano davvero solo baci e abbracci. La prima estate assieme, dopo l’addio di Mazzarri, è stata più o meno come un viaggio di nozze. Compreso di fiori d’arancio. «Mi incanta, resterei ore a sentirlo parlare di calcio», ammise De Laurentiis. Il filosofo e professore Benitez, il più fascinoso tra gli allenatori, lo convinse in poche ore di incontro a Londra. Più dell’amore, chiaro, poté per Benitez l’idea di tornare in Italia dopo la turbolenta esperienza all’Inter. Il presidente e la moglie Jacqueline, ospitarono Rafa e la moglie Maria de Montserrat in una villa tra Conca dei Marini e Amalfi in un weekend di giugno. Il patron oltre che di Cavani e Higuain, era lieto di potergli parlare della bellezza di Capri e del centro di Napoli. «Sono fiero di questa terra, ci sono posti meravigliosi qui da voi, che da soli potrebbero dare soldi e lavoro ma servirebbe un marketing migliore», disse Rafa. E poi fece anche un elenco di 10 posti magici «da non perdere». E li mise sul suo sito, in inglese e in spagnolo, neppure fosse una guida Lonely Planet. Troppe volte i due, negli ultimi tempi, hanno viaggiato – nelle parole – su binari paralleli. Senza mai dare l’impressione di recitare parti preparate. Tipo il poliziotto buono e quello cattivo. Per esempio, lo scudetto. «Voglio vincere lo scudetto, quest'anno faremo tutto il possibile per riuscirci», disse nel tripudio dei tifosi assiepati nel teatro di Folgarida a metà luglio. Benitez smorzò subito l’entusiasmo e dopo il ko interno col Chievo fu ancora più categorico: non sono stato certo io a parlare di scudetto. Vero, mai detto. Neppure una volta. Neanche per sbaglio. E dopo la sconfitta con il Milan, domenica sera, nel pellegrinaggio tra un microfono e un altro lo ha ribadito: «Un errore parlarne questa estate». Spavaldo e intelligente, abituato alle iperboli, Rafone ha sempre riempito gli archivi di conferenze con battute taglienti e di sorrisi pieni di sarcasmo, senza mai abbandonarsi all’insulto e al turpiloquio. Eppure prima del preliminare di Champions lasciò tutti di sasso: «Se venissimo eliminati dall’Athletic Bilbao, non sarebbe un dramma». Bene. Andate a chiedere a De Laurentiis se lo è stato: 35 milioni in meno di entrate, un mercato condizionato dalla rinuncia ai bonus della Uefa e un punto interrogativo anche per la prossima stagione. Chi vive di fair play finanziario non può fare a meno dei soldi della Champions. Per De Laurentiis è stato un dramma. Vero. De Laurentiis a inizio settembre era certo che almeno l’eliminazione dalla Champions avrebbe aiutato a dare di più in campionato. «Non esiste una formula matematica per vincere, secondo la quale ci riesce chi spende di più. Io ho scelto di arrivare all’obiettivo attraverso un allenatore che sa perfettamente quello che gli serve. Benitez ha voluto questi acquisti prendendo atto di dover rispettare il fair play finanziario». Tutto vero. Ma Rafa la pensa esattamente in maniera diversa. «Vince chi spende di più, vince chi ha il fatturato più alto, vince chi ha la rosa più ricca. Chi ha un fatturato più basso vince uno scontro-diretto ma non vince il campionato». Ecco, Benitez sapeva bene che il Napoli non ha le fonti di approvvigionamento degli emiri arabi. Dunque, è vero che il tecnico ha inseguito, sfiorandoli, i grandi campioni, quelli da 4-5 milioni netti a stagione. È vero però che De Laurentiis ha sempre messo i paletti: mai il monte-ingaggi può superare il 70 per cento delle entrate. Nelle buone società funziona così. E pure nel Napoli. Assolutamente legittimo, dentro un’economia di mercato spietata come quella del pallone, valutare offerte e ipotizzare svolte, ripensamenti, addii. Tuttavia sorprende che a farlo sia – o possa essere – l’allenatore che più di ogni altro si riempie la bocca con la parola progetto, seguita a ruota dalla parola gruppo. Il suo gruppo. Nel Napoli che ha affrontato domenica il Milan c’era solo Mesto che faceva parte della rosa di Mazzarri. De Laurentiis gli ha dato carta bianca per la rivoluzione. Ma allora perché non ha rinnovato a settembre, quando De Laurentiis ha pensato al nuovo contratto? Perché ha firmato solo un biennale? Ovvio che adesso è De Laurentiis a non essere più sicurissimo che il matrimonio possa andare avanti. «In casa mia i divorzi non esistono», disse il patron una volta. Ma i dubbi restano e ogni frase ha una sua seconda lettura tra scenari ipotetici e pettegolezzi, tra parole mascherate, dubbi, sospetti. (Pino Taormina – Il Mattino)