Veronica incastrata dalla madre: un’alienata, mi ha accusato di aver rapito Loris. La sorella al telefono: è stata lei

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Santa Croce Camerina (Ragusa). Sono la madre e la sorella – altro che telecamere – le vere, implacabili accusatrici di Veronica Panarello, la casalinga di 26 anni che adesso è in carcere accusata di aver strangolato il figlio Loris, di otto anni. Sono loro, Carmela e Antonella, che prese a verbale dai Carabinieri dipingono un ritratto di Veronica inquietante e spietato e, soprattutto, mostrano di aver capito tutto, proprio tutto. Il Vecchio Mulino. È lunedì scorso, primo giorno di dicembre, sono state appena ascoltate in caserma e si risentono al telefono, la conversazione è agghiacciante. La sorella di Veronica è stata appena condotta dagli investigatori al Mulino Vecchio, dove il corpo è stato ritrovato. E dice alla madre: «Vicino a dove, indovina?». Carmela sul momento sembra non capire: «No,vicino a dove non lo so…». La figlia, che ha cinque anni più di Veronica, le rinfresca la memoria: «Dove andavate a prendere l’acqua, lì è stato trovato il bambino, lì mi hanno fatto passare. Lo sai come mi sono sentita?». Ecco la prima verità, sconvolgente. Il corpo di Loris è stato trovato proprio dove Veronica andava a prendere l’acqua da bambina, a due chilometri dalla casa di allora. La sorella incalza, così sicura che sembra aver visionato già tutti i filmati: «In poche parole lei ha potuto prendere al contrario con la macchina e andarsene a Donnafugata», raggiungere il corso di cucina, appunto. E ne parla come fosse assolutamente sicura della sua colpevolezza. No, non è finita neanche qui, perché la sorella di Veronica si abbandona a un vero sfogo: «Mi è caduto il mondo addosso, mamma, mi è caduto il mondo addosso…». La signora Carmela: «Ma noi non abbiamo colpa, Linuzza, se questa è un’alienata ». La mamma: «È un’alienata». Già, un’«alienata» come la descrive la madre, e anche molto di più a giudicare dal ritratto che Carmela stessa e la sorella ne fanno in alcune di queste pagine, le venticinque pagine del decreto di fermo. «Sono la nonna materna del minore Stival Loris…». Comincia così la signora Carmela ed è l’inizio di un incubo: «Io e mio marito ci siamo subito accorti che Veronica sin da bambina soffriva di manie persecutorie, che era aggressiva e violenta e, infatti, sin dall’età di sette anni, quando ci trovavamo in Liguria, è stata seguita da uno psicologo. Ma con il passare del tempo si è rifiutata di sottoporsi alle visite…». I tentativi di suicidio. Una carrellata di inciampi e di disperazioni: racconta la madre che da ragazza Veronica non solo tenta due volte il suicidio – una terza volta perfino da bambina, quando a Savona minaccia di «gettarsi anche dalla finestra dell’asilo» – ma denuncia in sequenza di aver subito almeno tre tentativi di violenza. Ogni volta un ricovero in ospedale, ogni volta una denuncia e i rapporti fra lei e la madre che diventano alla fine impossibili. «Con mia figlia Veronica ho sempre avuto un rapporto difficile…» ammette subito la madre in caserma. E si scopre che la ragazzina origliava le sue telefonate: «È andata da mio marito che dormiva per riferirgli che io avevo l’amante». Diventa lei, Veronica, la causa della separazione, almeno ad ascoltare la donna, ed è sempre lei che scopre di aver un altro padre, ma che lui non vuole saperne. Carmela lo ammette, per Veronica deve essere stato un trauma: «Dissi a mia figlia di lasciarlo stare in quanto l’aveva rinnegata per la seconda volta». Il sabato della tragedia. Seguono anni di liti e di riappacificazioni, di rimorsi e di rancori, fino a quando arriva quel maledetto 29 novembre, sabato. Carmela racconta: «Intorno alle 15.00-15.30, si presentava a casa mia una persona che si qualificava come maresciallo e mi chiedeva se avessi prelevato mio nipote Loris. Io risposi di no e notai che sull’auto con cui era arrivato il maresciallo vi era Veronica, insieme a un uomo che presumo fosse un carabiniere. Veronica scese perché voleva andare in bagno e al contempo mi chiese dove avessi messo suo figlio. Io le dissi che non avevo alcun motivo per prendere suo figlio». «Dammi mio figlio». Ecco dove a un certo punto siamo arrivati. Al punto che Veronica accusa sua madre di averle rapito il bambino, solo un’ora prima che Loris venisse ritrovato cadavere al Mulino Vecchio. «Aggressiva e violenta», «alienata» anche ad ascoltare madre e sorella, ma a questo punto una mente che nasconde qualcosa di più. «Era la figlia prediletta». «Intendo rispondere a tutte le domande», precisa in apertura di deposizione la sorella Antonella. E tra le righe si capisce subito che le incomprensioni arrivano da lontano: «Da parte dei miei genitori è stata sempre considerata la figlia prediletta… Veronica afferma che nostra madre l’ha abbandonata, la realtà non è questa, è stata Veronica ad abbandonare mia madre quando è andata a stare con Davide Stival». Antonella ripercorre quel sabato pomeriggio, quando lei e sua madre si precipitarono in caserma per avere notizie di Loris: «Veronica non ha fatto entrare mia madre, io sono entrata per pochi secondi. Notata la mia presenza, lei mi ha detto: “Non ti preoccupare, ora me lo portano a casa”». Il cadavere del bambino era stato appena trovato. «Sceneggiata» delle fascette. Poi la «sceneggiata», Antonella è convinta che quella di Veronica, a proposito delle fascette, sia stata una sceneggiata: «Lei sembrava collassata, Davide l’ha dovuta sorreggere», e invece, quando s’e trattato di consegnare quelle fascette alle maestre – lo stesso tipo di fascette con cui Loris sarebbe stato strangolato – «si è alzata di scatto, ha strappato le fascette dalla mani di Davide e le ha consegnate». L’ultima minaccia. Il testo del decreto di fermo per il resto conferma l’impostazione dell’accusa. Le rilevazioni delle telecamere soprattutto, ma anche le forbici ritrovate in casa, il ruolo marginale di Fidone che sembra uscirne completamente scagionato. Ma proprio in chiusura riserva lo stralcio di un tabulato. È del 6 dicembre, sabato scorso. Veronica è in casa con parenti e amici. Piange e si dispera: «Me ne voglio andare da mio figlio». Si capisce che è un’altra minaccia di suicidio perché uno degli amici le fa: «Ti ammazzi…». E un altro amico ancora, come se non le credesse – perché nessuno a questo mondo sembra più credere a Veronica – che le dice: «Metti una firma. Così tuo marito non ha la responsabilità di niente». E non era stata ancora fermata.

I detenuti del carcere di Catania, dove è arrivata ieri sera, l’hanno già condannata. «Assassina, devi morire». Ma c’è scommettere che Veronica Panarello, la mammadi Loris, si difenderà fino all’ultima goccia di energia, quando sarà il momento, per scrollarsi di dosso l’accusa che le viene mossa: aver ucciso suo figlio, sabato 29 novembre, «mediante azione di strangolamento». Ha già quattordici ore di interrogatorio alle spalle, questa giovane donna, e ha mostrato di cosa è capace. Lunedì sera, quando è arrivata per la prima volta in Procura a Ragusa, ha tenuto in scacco per un bel po’ il procuratore Petralia e il sostituto Rota, facendo capire che si sarebbe avvalsa della classica «falcoltà di non rispondere». Poi è venuta a patti, almeno all’apparenza, e sono arrivati i suoi legali a darle man forte. Ma la sostanza non è cambiata: continuava a dire «io collaboro», «non l’ho ucciso io», «Loris è il mio bambino», ma senza aggiungere nulla, proprio nulla a quello che già si sapeva. Senza entrare nel merito di neanche una delle contestazioni che i magistrati puntualmente le muovevano. «L’ho accompagnato a scuola», continuava a ripetere nonostante le sue parole «confliggono palesemente con i video», come è scritto nel decreto che ha portato al fermo. Le avranno chiesto anche del Mulino Vecchio, dove il corpo di Loris è stato ritrovato e dove, guarda caso, lei andava «a prendere l’acqua da bambina». Ma neanche qui, niente. Avranno insistito sul quelle strane fascette che per forza ha voluto riconsegnare alle maestre della scuola – lo stesso tipo di fascette con cui Loris sarebbe stato strangolato e gli sarebbero stati legati i polsi – e ancora niente. Deve aver ripetuto la stessa tattica ieri mattina, quando alle undici è iniziato il secondo interrogatorio dei pm. Li ha trascinati fino alle quattro del pomeriggio, fra un pianto e l’altro, senza scostarsi di un millimetro dalla versione iniziale. Solo per consentire al suo avvocato, FrancescoVillardita, di radunare i giornalisti all’uscita e di pronunciare la sua prima arringa: «Da quei video non si riconosce nessuno, Veronica sta dicendo la verità». È uscita dalla Questura poco dopo le quattro. C’era una piccola folla che l’aspettava, per gridarle «vergogna» e per applaudire Carabinieri e Polizia. Il giudice per le indagini preliminari dovrà ora decidere sulla convalida del fermo, entro domani. Intanto Veronica è in isolamento e non può neanche leggere i giornali e guardare la tv. Se solo lo potesse dovrebbe rendersi conto che non solo il paese ma anche la famiglia Stival, la famiglia del marito Davide – e con loro la mamma Carmela e la sorella Antonella – l’hanno già scaricata, non le credono più. In successione si son presentati davanti ai microfoni, ieri mattina, prima Jessica Stival, la sorella di Davide, la zia di Loris, poi tutti gli altri. Parole di Jessica: «Chiunque sia stato deve morire». Parole di Pina, la nonna: «Non c’è perdono». Parole di Andrea, il nonno, forse le più dure: «Non è il momento di parlare, sono alterato». Che fanno tutte il paio, queste frasi secche, con lo sfogo del povero Davide, il marito di Veronica, il camionista di 29 anni che in un colpo solo non ha più un figlio, ha una moglie in carcere e il piccolo Diego, tre anni appena, a cui badare. Diceva Davide l’altra notte: «Se è stata lei, mi cade il mondo addosso». Sia stata Veronica o no, gli è già caduto. (Nino Cirillo – Il Mattino)

Santa Croce Camerina (Ragusa). Sono la madre e la sorella – altro che telecamere – le vere, implacabili accusatrici di Veronica Panarello, la casalinga di 26 anni che adesso è in carcere accusata di aver strangolato il figlio Loris, di otto anni. Sono loro, Carmela e Antonella, che prese a verbale dai Carabinieri dipingono un ritratto di Veronica inquietante e spietato e, soprattutto, mostrano di aver capito tutto, proprio tutto. Il Vecchio Mulino. È lunedì scorso, primo giorno di dicembre, sono state appena ascoltate in caserma e si risentono al telefono, la conversazione è agghiacciante. La sorella di Veronica è stata appena condotta dagli investigatori al Mulino Vecchio, dove il corpo è stato ritrovato. E dice alla madre: «Vicino a dove, indovina?». Carmela sul momento sembra non capire: «No,vicino a dove non lo so…». La figlia, che ha cinque anni più di Veronica, le rinfresca la memoria: «Dove andavate a prendere l’acqua, lì è stato trovato il bambino, lì mi hanno fatto passare. Lo sai come mi sono sentita?». Ecco la prima verità, sconvolgente. Il corpo di Loris è stato trovato proprio dove Veronica andava a prendere l’acqua da bambina, a due chilometri dalla casa di allora. La sorella incalza, così sicura che sembra aver visionato già tutti i filmati: «In poche parole lei ha potuto prendere al contrario con la macchina e andarsene a Donnafugata», raggiungere il corso di cucina, appunto. E ne parla come fosse assolutamente sicura della sua colpevolezza. No, non è finita neanche qui, perché la sorella di Veronica si abbandona a un vero sfogo: «Mi è caduto il mondo addosso, mamma, mi è caduto il mondo addosso…». La signora Carmela: «Ma noi non abbiamo colpa, Linuzza, se questa è un’alienata ». La mamma: «È un’alienata». Già, un’«alienata» come la descrive la madre, e anche molto di più a giudicare dal ritratto che Carmela stessa e la sorella ne fanno in alcune di queste pagine, le venticinque pagine del decreto di fermo. «Sono la nonna materna del minore Stival Loris…». Comincia così la signora Carmela ed è l’inizio di un incubo: «Io e mio marito ci siamo subito accorti che Veronica sin da bambina soffriva di manie persecutorie, che era aggressiva e violenta e, infatti, sin dall’età di sette anni, quando ci trovavamo in Liguria, è stata seguita da uno psicologo. Ma con il passare del tempo si è rifiutata di sottoporsi alle visite…». I tentativi di suicidio. Una carrellata di inciampi e di disperazioni: racconta la madre che da ragazza Veronica non solo tenta due volte il suicidio – una terza volta perfino da bambina, quando a Savona minaccia di «gettarsi anche dalla finestra dell’asilo» – ma denuncia in sequenza di aver subito almeno tre tentativi di violenza. Ogni volta un ricovero in ospedale, ogni volta una denuncia e i rapporti fra lei e la madre che diventano alla fine impossibili. «Con mia figlia Veronica ho sempre avuto un rapporto difficile…» ammette subito la madre in caserma. E si scopre che la ragazzina origliava le sue telefonate: «È andata da mio marito che dormiva per riferirgli che io avevo l’amante». Diventa lei, Veronica, la causa della separazione, almeno ad ascoltare la donna, ed è sempre lei che scopre di aver un altro padre, ma che lui non vuole saperne. Carmela lo ammette, per Veronica deve essere stato un trauma: «Dissi a mia figlia di lasciarlo stare in quanto l’aveva rinnegata per la seconda volta». Il sabato della tragedia. Seguono anni di liti e di riappacificazioni, di rimorsi e di rancori, fino a quando arriva quel maledetto 29 novembre, sabato. Carmela racconta: «Intorno alle 15.00-15.30, si presentava a casa mia una persona che si qualificava come maresciallo e mi chiedeva se avessi prelevato mio nipote Loris. Io risposi di no e notai che sull’auto con cui era arrivato il maresciallo vi era Veronica, insieme a un uomo che presumo fosse un carabiniere. Veronica scese perché voleva andare in bagno e al contempo mi chiese dove avessi messo suo figlio. Io le dissi che non avevo alcun motivo per prendere suo figlio». «Dammi mio figlio». Ecco dove a un certo punto siamo arrivati. Al punto che Veronica accusa sua madre di averle rapito il bambino, solo un’ora prima che Loris venisse ritrovato cadavere al Mulino Vecchio. «Aggressiva e violenta», «alienata» anche ad ascoltare madre e sorella, ma a questo punto una mente che nasconde qualcosa di più. «Era la figlia prediletta». «Intendo rispondere a tutte le domande», precisa in apertura di deposizione la sorella Antonella. E tra le righe si capisce subito che le incomprensioni arrivano da lontano: «Da parte dei miei genitori è stata sempre considerata la figlia prediletta… Veronica afferma che nostra madre l’ha abbandonata, la realtà non è questa, è stata Veronica ad abbandonare mia madre quando è andata a stare con Davide Stival». Antonella ripercorre quel sabato pomeriggio, quando lei e sua madre si precipitarono in caserma per avere notizie di Loris: «Veronica non ha fatto entrare mia madre, io sono entrata per pochi secondi. Notata la mia presenza, lei mi ha detto: “Non ti preoccupare, ora me lo portano a casa”». Il cadavere del bambino era stato appena trovato. «Sceneggiata» delle fascette. Poi la «sceneggiata», Antonella è convinta che quella di Veronica, a proposito delle fascette, sia stata una sceneggiata: «Lei sembrava collassata, Davide l’ha dovuta sorreggere», e invece, quando s’e trattato di consegnare quelle fascette alle maestre – lo stesso tipo di fascette con cui Loris sarebbe stato strangolato – «si è alzata di scatto, ha strappato le fascette dalla mani di Davide e le ha consegnate». L’ultima minaccia. Il testo del decreto di fermo per il resto conferma l’impostazione dell’accusa. Le rilevazioni delle telecamere soprattutto, ma anche le forbici ritrovate in casa, il ruolo marginale di Fidone che sembra uscirne completamente scagionato. Ma proprio in chiusura riserva lo stralcio di un tabulato. È del 6 dicembre, sabato scorso. Veronica è in casa con parenti e amici. Piange e si dispera: «Me ne voglio andare da mio figlio». Si capisce che è un’altra minaccia di suicidio perché uno degli amici le fa: «Ti ammazzi…». E un altro amico ancora, come se non le credesse – perché nessuno a questo mondo sembra più credere a Veronica – che le dice: «Metti una firma. Così tuo marito non ha la responsabilità di niente». E non era stata ancora fermata.

I detenuti del carcere di Catania, dove è arrivata ieri sera, l'hanno già condannata. «Assassina, devi morire». Ma c'è scommettere che Veronica Panarello, la mammadi Loris, si difenderà fino all'ultima goccia di energia, quando sarà il momento, per scrollarsi di dosso l’accusa che le viene mossa: aver ucciso suo figlio, sabato 29 novembre, «mediante azione di strangolamento». Ha già quattordici ore di interrogatorio alle spalle, questa giovane donna, e ha mostrato di cosa è capace. Lunedì sera, quando è arrivata per la prima volta in Procura a Ragusa, ha tenuto in scacco per un bel po' il procuratore Petralia e il sostituto Rota, facendo capire che si sarebbe avvalsa della classica «falcoltà di non rispondere». Poi è venuta a patti, almeno all'apparenza, e sono arrivati i suoi legali a darle man forte. Ma la sostanza non è cambiata: continuava a dire «io collaboro», «non l'ho ucciso io», «Loris è il mio bambino», ma senza aggiungere nulla, proprio nulla a quello che già si sapeva. Senza entrare nel merito di neanche una delle contestazioni che i magistrati puntualmente le muovevano. «L'ho accompagnato a scuola», continuava a ripetere nonostante le sue parole «confliggono palesemente con i video», come è scritto nel decreto che ha portato al fermo. Le avranno chiesto anche del Mulino Vecchio, dove il corpo di Loris è stato ritrovato e dove, guarda caso, lei andava «a prendere l'acqua da bambina». Ma neanche qui, niente. Avranno insistito sul quelle strane fascette che per forza ha voluto riconsegnare alle maestre della scuola – lo stesso tipo di fascette con cui Loris sarebbe stato strangolato e gli sarebbero stati legati i polsi – e ancora niente. Deve aver ripetuto la stessa tattica ieri mattina, quando alle undici è iniziato il secondo interrogatorio dei pm. Li ha trascinati fino alle quattro del pomeriggio, fra un pianto e l'altro, senza scostarsi di un millimetro dalla versione iniziale. Solo per consentire al suo avvocato, FrancescoVillardita, di radunare i giornalisti all'uscita e di pronunciare la sua prima arringa: «Da quei video non si riconosce nessuno, Veronica sta dicendo la verità». È uscita dalla Questura poco dopo le quattro. C'era una piccola folla che l'aspettava, per gridarle «vergogna» e per applaudire Carabinieri e Polizia. Il giudice per le indagini preliminari dovrà ora decidere sulla convalida del fermo, entro domani. Intanto Veronica è in isolamento e non può neanche leggere i giornali e guardare la tv. Se solo lo potesse dovrebbe rendersi conto che non solo il paese ma anche la famiglia Stival, la famiglia del marito Davide – e con loro la mamma Carmela e la sorella Antonella – l'hanno già scaricata, non le credono più. In successione si son presentati davanti ai microfoni, ieri mattina, prima Jessica Stival, la sorella di Davide, la zia di Loris, poi tutti gli altri. Parole di Jessica: «Chiunque sia stato deve morire». Parole di Pina, la nonna: «Non c'è perdono». Parole di Andrea, il nonno, forse le più dure: «Non è il momento di parlare, sono alterato». Che fanno tutte il paio, queste frasi secche, con lo sfogo del povero Davide, il marito di Veronica, il camionista di 29 anni che in un colpo solo non ha più un figlio, ha una moglie in carcere e il piccolo Diego, tre anni appena, a cui badare. Diceva Davide l'altra notte: «Se è stata lei, mi cade il mondo addosso». Sia stata Veronica o no, gli è già caduto. (Nino Cirillo – Il Mattino)