Dai sorrisi al pugno duro: così il tecnico Benitez ha cambiato registro

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Dopo il 3-3 dello scorso anno contro l’Udinese (il 7 dicembre 2013) il Napoli era salito a quota 17 reti complessivamente incassate in campionato. E di queste, solo cinque in casa. Esattamente dodici mesi dopo, gli azzurri hanno peggiorato il record, arrivando a 18 gol subìti. Di cui ben 12 al San Paolo. Il Napoli davanti continua a ragionare a memoria e a sgorgare facilmente: 26 gol. Anche se un anno fa erano 33 dopo 14 giornate. Rafa Benitez, quella sera dopo il patatrac con i friulani, urlò: «Basta con questi errori in difesa, dobbiamo imparare a controllare meglio le partite». Ecco, la musica non è cambiata. Anche se la rabbia non è più quella di allora. Qualcosa è cambiato. Soprattutto nella ricerca delle parole. Al netto dei modi, dei tempi e di tutto quello che non è stato spiegato e ancora sfugge, il passaggio dal righello al martello sorprende: Rafa ora va alla ricerca di chi non fa quello che lui vuole. «In campo c’è chi ha personalità ma in certi momenti viene meno…». Ecco la svolta di Benitez: il ribaltamento dei personaggi e della filosofia che lo ha animato fino ad adesso. Non è più, il suo, un messaggio di normalizzazione: ma è diventato una specie di respiro pieno di affanni e di ardori. «Avevo spiegato per tutta la settimana quello che dovevamo fare per vincere. Ma non è stato fatto», la sintesi. Intimorito dal paragone con se stesso e dalle attese che ha alimentato, ora Benitez sa di essere in un momento un po’ complicato. Tra un giro immenso di parole, il tecnico spagnolo invoca acquisti. Per cambiare musica, perché dopo diciotto mesi a suonare gli stessi strumenti c’è chi ha perso la gioia. E si arrabbia. Tanto. Prima assisteva alle partite con l’aplomb tipico di un inglese all’ora del té. Ora si alza, sbraita, urla. «Sono incazzato», ha detto a Praga per spiegare la delusione del pari col Cagliari mostrando di aver imparato bene l’italiano. «Non ho alcuna voglia di sorridere», ammise invece dopo la vittoria col Sassuolo dopo un mese sul filo del rasoio. Rafa ha fatto una scelta perentoria anche quest’anno: ha preferito privilegiare lo spirito offensivo, decidendo di non dover mai cedere a compromessi. Non ha mai rinunciato ai quattro attaccanti, neppure quest’anno. Neppure una volta. Mai. Tranne, ovviamente, che in alcuni frangenti. E ha aumentato i suoi toni polemici. «Ho 28 anni di carriera e non mi va di essere trattato come uno arrivato dal cielo». E poi la storia dei fatturati, che tira fuori ogni volta per spiegare del perché il Napoli non potrà competere con la Juve. E che ha ripetuto, trasformandolo in un boomerang, alla vigilia della gara con l’Empoli. Dove in sette non guadagnano come Higuain. (Pino Taormina – Il Mattino)

Dopo il 3-3 dello scorso anno contro l’Udinese (il 7 dicembre 2013) il Napoli era salito a quota 17 reti complessivamente incassate in campionato. E di queste, solo cinque in casa. Esattamente dodici mesi dopo, gli azzurri hanno peggiorato il record, arrivando a 18 gol subìti. Di cui ben 12 al San Paolo. Il Napoli davanti continua a ragionare a memoria e a sgorgare facilmente: 26 gol. Anche se un anno fa erano 33 dopo 14 giornate. Rafa Benitez, quella sera dopo il patatrac con i friulani, urlò: «Basta con questi errori in difesa, dobbiamo imparare a controllare meglio le partite». Ecco, la musica non è cambiata. Anche se la rabbia non è più quella di allora. Qualcosa è cambiato. Soprattutto nella ricerca delle parole. Al netto dei modi, dei tempi e di tutto quello che non è stato spiegato e ancora sfugge, il passaggio dal righello al martello sorprende: Rafa ora va alla ricerca di chi non fa quello che lui vuole. «In campo c’è chi ha personalità ma in certi momenti viene meno…». Ecco la svolta di Benitez: il ribaltamento dei personaggi e della filosofia che lo ha animato fino ad adesso. Non è più, il suo, un messaggio di normalizzazione: ma è diventato una specie di respiro pieno di affanni e di ardori. «Avevo spiegato per tutta la settimana quello che dovevamo fare per vincere. Ma non è stato fatto», la sintesi. Intimorito dal paragone con se stesso e dalle attese che ha alimentato, ora Benitez sa di essere in un momento un po’ complicato. Tra un giro immenso di parole, il tecnico spagnolo invoca acquisti. Per cambiare musica, perché dopo diciotto mesi a suonare gli stessi strumenti c’è chi ha perso la gioia. E si arrabbia. Tanto. Prima assisteva alle partite con l’aplomb tipico di un inglese all’ora del té. Ora si alza, sbraita, urla. «Sono incazzato», ha detto a Praga per spiegare la delusione del pari col Cagliari mostrando di aver imparato bene l’italiano. «Non ho alcuna voglia di sorridere», ammise invece dopo la vittoria col Sassuolo dopo un mese sul filo del rasoio. Rafa ha fatto una scelta perentoria anche quest’anno: ha preferito privilegiare lo spirito offensivo, decidendo di non dover mai cedere a compromessi. Non ha mai rinunciato ai quattro attaccanti, neppure quest’anno. Neppure una volta. Mai. Tranne, ovviamente, che in alcuni frangenti. E ha aumentato i suoi toni polemici. «Ho 28 anni di carriera e non mi va di essere trattato come uno arrivato dal cielo». E poi la storia dei fatturati, che tira fuori ogni volta per spiegare del perché il Napoli non potrà competere con la Juve. E che ha ripetuto, trasformandolo in un boomerang, alla vigilia della gara con l’Empoli. Dove in sette non guadagnano come Higuain. (Pino Taormina – Il Mattino)

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