Loris, al setaccio i tabulati telefonici. Invettiva del viceparroco contro i giornalisti

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Santa Croce Camerina (Ragusa). È alle 9.23 di sabato 29 novembre che Davide Stival, camionista di 29 anni, chiama dal suo cellulare la moglie Veronica, la mamma di Loris. A quell’ora, secondo l’autopsia, il bambino potrebbe essere già stato strangolato. Non si saprà mai cosa si sono detti, rimarrà solo la traccia della chiamata. Ma certamente nulla che abbia allarmato Davide perché al volante del suo camion prosegue il viaggio verso il Nord. Veronica è in casa ormai da 34 minuti, dalle 8.49 a dar retta alla telecamera del negozio di fronte, il Vanity House, che la vede rientrare. La stessa telecamera che diciassette minuti prima ha visto rientrare anche Loris, poi svanito nel nulla. Passano due minuti ancora e la giovane donna uscirà di nuovo, la telecamera vedrà la sua Polo nera «partire dal cortile e svoltare immediatamente in via Roma, in direzione della rotatoria…». Ecco, su questi incastri di orari fra telecamere e telefonate hanno lavorato gli investigatori per tutta la giornata di ieri, otto giorni dopo l’omicidio di Loris Stival. Ma se le telecamere offrono materiale così interessante da immaginare che su quei filmati sarà impostato il primo vero rapporto alla Procura di Ragusa, le chiamate e gli sms non riservano altrettanto. Almeno stando a quel pochissimo che è trapelato dalle prime analisi dei tabulati telefonici. Ad esempio, nel corso della mattinata Davide Stival ha chiamato ancora diverse volte sua moglie, ma senza ricevere risposta. Forse Veronica era al corso di cucina a Donnafugata, forse semplicemente «non raggiungibile». Lo testimoniano, comunque, i messaggi di avviso che partono in caso di mancata risposta. E lei, Veronica? A parte le tante bugie che ha raccontato, con chi è stata davvero in contatto in quelle lunghe ore, diciamo fino alle cinque del pomeriggio, quando il corpo di Loris è stato ritrovato? Oltre a quelli del marito potrebbe aver ricevuto altri quattro, cinque sms e potrebbero essere partite dal suo cellulare una decina di chiamate. Ma tutte nella cerchia familiare o della amicizie strette, nessun numero davvero sospetto. In tanti delitti recenti s’è lavorato sulle celle telefoniche, ma qui è impossibile. Perché fra Santa Croce e il Mulino vecchio operano due sole celle telefoniche, s’intrecciano, si confondono, alla fine sono inutili se si vuole davvero ricostruire un tragitto. È un altro degli handicap che questa indagine è costretta a sopportare. C’è una mamma che non racconta la verità, questo è sicuro. Perché Loris a scuola non l’ha mai accompagnato, perché è rientrata in quella casa non una ma due volte – non solo fra le 8.49 e le 9.25, ma anche fra le 9.36 e le 9.39 – perché giura di aver gettato da qualche parte due sacchetti di immondizia che non sono stati mai trovati. Proprio come lo zainetto blu di Loris, anche quello sparito. E ci sono gli slip del bambino, anzi gli slip che addosso non gli sono stati trovati, un altro mistero: perché ne venne fatto trovare un paio simile, dello stesso presumibile colore, un paio di giorni dopo davanti alla scuola? C’è tutto questo, ma c’è anche che Veronica Panarello non è indagata. Sta chiusa in casa da quel sabato e da allora quasi non tocca cibo. È arrivata una psicologa a sostenere lei, il figlio piccolo Diego e suo marito Davide, che continua a gridare al mondo: «È una mamma speciale». Intanto, il vice parroco lancia delle invettive durante l’omelia. Non s’era mai visto, in tante tragedie italiane, che alla messa della domenica il sacerdote negasse una parola di conforto. È riuscito a farlo, nell’omelia della funzione delle11, don Flavio Maganuco, viceparroco della chiesa di San Giovanni Battista: non un riferimento al piccolo Loris, non una frase di sostegno alla famiglia. Come se il delitto –un bambino di 8 anni strangolato, un assassino che ancora non si trova – non fosse avvenuto. Un’invettiva contro i giornalisti, piuttosto, perché don Flavio solo di quella è stato capace: «Basta con queste telecamere, vergogna. Evidentemente non avete altro da fare». E a chi l’ha avvicinato dopo la Messa, don Flavio ha placidamente risposto: «Non voglio dire nulla prima che sia accertata la verità». Il viceparroco ha poi ribadito che la comunità è stanca e arrabbiata «soprattutto per le cose che sono state dette sulla città e sugli abitanti». «Capiamo l’esasperazione del viceparroco di Santa Croce Camerina. C’è una pressione mediatica eccessiva sulla sorte di Loris, sulle eventuali responsabilità della famiglia. I processi non si fanno in tv». Lo afferma Luca Borgomo, presidente dell’associazione di telespettatori cattolici Aiart. In chiesa non erano presenti né i familiari del piccolo Loris, né Orazio Fidone, il cacciatore che ha ritrovato il corpo nel fosso di Contrada Mulino Vecchio e sinora l’unico indagato. Di quest’ultimo ha parlato il suo legale, Pietro Savà: «Il signor Fidone non è né uno stregone, né l’uomo che ha ucciso il bambino. È una persona appassionata di caccia che ha determinate cognizioni ed esperienze che fanno sì che abbia trovato il bambino. Non è assolutamente vero che è andato direttamente in quel posto a cercare il bambino». E Santa Croce Camerina ha difeso a spada tratta Orazio Fidone, pensionato Enel, e non una parola invece, proprio come il viceparroco, ha speso per Veronica e Davide, i genitori, e per la famiglia. Un silenzio assordante, anche delle istituzioni. Mettendo in fila le dichiarazioni di questa settimana, viene per prima il sindaco Carla Iurato, che si limitò a dire: «Il nostro non è un paese omertoso». Poi la dirigente della scuola che Loris frequentava, Giovanna Campo, che ebbe una sola preoccupazione: «Quelle fascette elettriche noi in classe non le usiamo. Sono pericolose». E’ il tipo di fascette con cui Loris sarebbe stato strangolato, ma neanche qui un ricordo di lui, una parola sulla mamma. Deve aver annusato l’aria lo stesso Orazio Fidone, che davanti alle telecamere ha pontificato: «Andiamo verso la direzione giusta». (Nino Cirillo – Il Mattino)

Santa Croce Camerina (Ragusa). È alle 9.23 di sabato 29 novembre che Davide Stival, camionista di 29 anni, chiama dal suo cellulare la moglie Veronica, la mamma di Loris. A quell'ora, secondo l'autopsia, il bambino potrebbe essere già stato strangolato. Non si saprà mai cosa si sono detti, rimarrà solo la traccia della chiamata. Ma certamente nulla che abbia allarmato Davide perché al volante del suo camion prosegue il viaggio verso il Nord. Veronica è in casa ormai da 34 minuti, dalle 8.49 a dar retta alla telecamera del negozio di fronte, il Vanity House, che la vede rientrare. La stessa telecamera che diciassette minuti prima ha visto rientrare anche Loris, poi svanito nel nulla. Passano due minuti ancora e la giovane donna uscirà di nuovo, la telecamera vedrà la sua Polo nera «partire dal cortile e svoltare immediatamente in via Roma, in direzione della rotatoria…». Ecco, su questi incastri di orari fra telecamere e telefonate hanno lavorato gli investigatori per tutta la giornata di ieri, otto giorni dopo l'omicidio di Loris Stival. Ma se le telecamere offrono materiale così interessante da immaginare che su quei filmati sarà impostato il primo vero rapporto alla Procura di Ragusa, le chiamate e gli sms non riservano altrettanto. Almeno stando a quel pochissimo che è trapelato dalle prime analisi dei tabulati telefonici. Ad esempio, nel corso della mattinata Davide Stival ha chiamato ancora diverse volte sua moglie, ma senza ricevere risposta. Forse Veronica era al corso di cucina a Donnafugata, forse semplicemente «non raggiungibile». Lo testimoniano, comunque, i messaggi di avviso che partono in caso di mancata risposta. E lei, Veronica? A parte le tante bugie che ha raccontato, con chi è stata davvero in contatto in quelle lunghe ore, diciamo fino alle cinque del pomeriggio, quando il corpo di Loris è stato ritrovato? Oltre a quelli del marito potrebbe aver ricevuto altri quattro, cinque sms e potrebbero essere partite dal suo cellulare una decina di chiamate. Ma tutte nella cerchia familiare o della amicizie strette, nessun numero davvero sospetto. In tanti delitti recenti s'è lavorato sulle celle telefoniche, ma qui è impossibile. Perché fra Santa Croce e il Mulino vecchio operano due sole celle telefoniche, s'intrecciano, si confondono, alla fine sono inutili se si vuole davvero ricostruire un tragitto. È un altro degli handicap che questa indagine è costretta a sopportare. C'è una mamma che non racconta la verità, questo è sicuro. Perché Loris a scuola non l'ha mai accompagnato, perché è rientrata in quella casa non una ma due volte – non solo fra le 8.49 e le 9.25, ma anche fra le 9.36 e le 9.39 – perché giura di aver gettato da qualche parte due sacchetti di immondizia che non sono stati mai trovati. Proprio come lo zainetto blu di Loris, anche quello sparito. E ci sono gli slip del bambino, anzi gli slip che addosso non gli sono stati trovati, un altro mistero: perché ne venne fatto trovare un paio simile, dello stesso presumibile colore, un paio di giorni dopo davanti alla scuola? C'è tutto questo, ma c'è anche che Veronica Panarello non è indagata. Sta chiusa in casa da quel sabato e da allora quasi non tocca cibo. È arrivata una psicologa a sostenere lei, il figlio piccolo Diego e suo marito Davide, che continua a gridare al mondo: «È una mamma speciale». Intanto, il vice parroco lancia delle invettive durante l’omelia. Non s'era mai visto, in tante tragedie italiane, che alla messa della domenica il sacerdote negasse una parola di conforto. È riuscito a farlo, nell'omelia della funzione delle11, don Flavio Maganuco, viceparroco della chiesa di San Giovanni Battista: non un riferimento al piccolo Loris, non una frase di sostegno alla famiglia. Come se il delitto –un bambino di 8 anni strangolato, un assassino che ancora non si trova – non fosse avvenuto. Un'invettiva contro i giornalisti, piuttosto, perché don Flavio solo di quella è stato capace: «Basta con queste telecamere, vergogna. Evidentemente non avete altro da fare». E a chi l'ha avvicinato dopo la Messa, don Flavio ha placidamente risposto: «Non voglio dire nulla prima che sia accertata la verità». Il viceparroco ha poi ribadito che la comunità è stanca e arrabbiata «soprattutto per le cose che sono state dette sulla città e sugli abitanti». «Capiamo l'esasperazione del viceparroco di Santa Croce Camerina. C'è una pressione mediatica eccessiva sulla sorte di Loris, sulle eventuali responsabilità della famiglia. I processi non si fanno in tv». Lo afferma Luca Borgomo, presidente dell'associazione di telespettatori cattolici Aiart. In chiesa non erano presenti né i familiari del piccolo Loris, né Orazio Fidone, il cacciatore che ha ritrovato il corpo nel fosso di Contrada Mulino Vecchio e sinora l’unico indagato. Di quest’ultimo ha parlato il suo legale, Pietro Savà: «Il signor Fidone non è né uno stregone, né l'uomo che ha ucciso il bambino. È una persona appassionata di caccia che ha determinate cognizioni ed esperienze che fanno sì che abbia trovato il bambino. Non è assolutamente vero che è andato direttamente in quel posto a cercare il bambino». E Santa Croce Camerina ha difeso a spada tratta Orazio Fidone, pensionato Enel, e non una parola invece, proprio come il viceparroco, ha speso per Veronica e Davide, i genitori, e per la famiglia. Un silenzio assordante, anche delle istituzioni. Mettendo in fila le dichiarazioni di questa settimana, viene per prima il sindaco Carla Iurato, che si limitò a dire: «Il nostro non è un paese omertoso». Poi la dirigente della scuola che Loris frequentava, Giovanna Campo, che ebbe una sola preoccupazione: «Quelle fascette elettriche noi in classe non le usiamo. Sono pericolose». E' il tipo di fascette con cui Loris sarebbe stato strangolato, ma neanche qui un ricordo di lui, una parola sulla mamma. Deve aver annusato l'aria lo stesso Orazio Fidone, che davanti alle telecamere ha pontificato: «Andiamo verso la direzione giusta». (Nino Cirillo – Il Mattino)