Nisida. Il carcere? Era un monastero. La scoperta dei baby detenuti durante un progetto educativo

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Nisida. Non nascondono la propria emozione: non capita tutti i giorni la possibilità di mettere anche il proprio sigillo, e da detenuti, ad una scoperta di carattere storico. Antonio, Claudio, Massimo, Silvano, Alessandro, Sbira, Francesco, Giovanni, hanno appena finito di rimuovere le ultime scaglie di gesso dai sotterranei che prendono luce da un finestrone in fondo a strapiombo sul mare: stanno come attaccati l’uno all’altro, hanno lavorato sodo per liberare quei locali da materiali di risulta di ogni genere ammassati da un tempo infinito. Perché quaggiù, sull’isolotto di Nisida legato alla città da una striscia di terra, proprio in quello che oggi è un istituto di pena per ragazzi che hanno un conto da saldare con la giustizia, c’era nei secoli passati una sorta di discarica di un monastero di benedettini. Ci sono tutti i segni, dicono quelli del dipartimento di architettura della Sun, che portano a ritenere che lo “scoglio” dopo una lunga vita nelle vesti di una villa romana sia diventato un convento abitato da monaci benedettini. E in questo lavoro di riscoperta sono entrati a pieno titolo diversi ospiti della struttura carceraria. Tutto comincia quando l’Inail, l’Acen e l’università stringono un patto di alleanza con l’istituto per dare ai ragazzi non solo l’opportunità di impossessarsi del concetto di legalità e, quindi, di mettere nel conto che ci sono altre strade da percorrere per costruire il proprio futuro, ma di scendere anche sul terreno concreto della formazione attraverso laboratori edili che a rotazione possano coinvolgere circa 50 ragazzi e diventare il punto di partenza per inserirsi nel mercato del lavoro. E si decide di partire dallo stesso istituto, da quei sotterranei rimasti off limits per anni e che sicuramente, come si è verificato, avrebbero riservato delle sorprese. Sotto la guida dell’architetto Giovanni Iovinella, e con il coordinamento di Ornella Zerlenga e Claudia Cennamo, dell’università, supportati dagli studenti Domenico Pignata e Salvatore Petrillo, i detenuti di Nisida lavorano di gran lena per ritrovare le vestigia del monastero. Un lavoro di picconatura, intonacatura e pavimentazione che ha fatto seguito ad una prima fase teorica focalizzata per la maggior parte sulla legalità e sulla sicurezza sul lavoro. Che tutto il complesso di Nisida potesse essere stato un monastero, si fa rilevare, era un’ipotesi presa in considerazione da diversi esperti: adesso, con il rilievo architettonico e strutturale, si aggiungono importanti elementi a cui verranno aggiunte analisi chimiche mirate che riguarderanno in modo particolare la malta. Non si tralascia neanche l’altra pista, più remota, di un eventuale palazzo della famiglia Piccolomini. E adesso con il direttore dell’istituto, Gianluca Guida, ci sono tutti quelli che hanno siglato il patto di alleanza per dare una chance ai ragazzi: il direttore regionale Inail, Daniele Leone; la vicepresidente Acen, Stefania Brancaccio; il preside del Dipartimento di architettura, Carmine Gambardella, che sottolineano l’importanza di dare un segno fattivo di cooperazione e di allargare il ventaglio delle opportunità con un aggancio maggiormente incisivo con le aziende. E’ quello che auspica con forza il giudice di sorveglianza, Ornella Riccio. In questa ottica l’assessore regionale, Severino Nappi, fa rilevare che è in arrivo un protocollo di intesa interistituzionale per incidere più concretamente nel mondo del lavoro già durante il periodo di detenzione. Tra gli obiettivi anche quello di inserire gli ospiti di Nisida nel progetto “Garanzia Giovani” per poter contare su ulteriori possibilità di inserimento. (Carmela Maietta – Il Mattino)

Nisida. Non nascondono la propria emozione: non capita tutti i giorni la possibilità di mettere anche il proprio sigillo, e da detenuti, ad una scoperta di carattere storico. Antonio, Claudio, Massimo, Silvano, Alessandro, Sbira, Francesco, Giovanni, hanno appena finito di rimuovere le ultime scaglie di gesso dai sotterranei che prendono luce da un finestrone in fondo a strapiombo sul mare: stanno come attaccati l’uno all’altro, hanno lavorato sodo per liberare quei locali da materiali di risulta di ogni genere ammassati da un tempo infinito. Perché quaggiù, sull’isolotto di Nisida legato alla città da una striscia di terra, proprio in quello che oggi è un istituto di pena per ragazzi che hanno un conto da saldare con la giustizia, c’era nei secoli passati una sorta di discarica di un monastero di benedettini. Ci sono tutti i segni, dicono quelli del dipartimento di architettura della Sun, che portano a ritenere che lo “scoglio” dopo una lunga vita nelle vesti di una villa romana sia diventato un convento abitato da monaci benedettini. E in questo lavoro di riscoperta sono entrati a pieno titolo diversi ospiti della struttura carceraria. Tutto comincia quando l’Inail, l’Acen e l’università stringono un patto di alleanza con l’istituto per dare ai ragazzi non solo l’opportunità di impossessarsi del concetto di legalità e, quindi, di mettere nel conto che ci sono altre strade da percorrere per costruire il proprio futuro, ma di scendere anche sul terreno concreto della formazione attraverso laboratori edili che a rotazione possano coinvolgere circa 50 ragazzi e diventare il punto di partenza per inserirsi nel mercato del lavoro. E si decide di partire dallo stesso istituto, da quei sotterranei rimasti off limits per anni e che sicuramente, come si è verificato, avrebbero riservato delle sorprese. Sotto la guida dell’architetto Giovanni Iovinella, e con il coordinamento di Ornella Zerlenga e Claudia Cennamo, dell’università, supportati dagli studenti Domenico Pignata e Salvatore Petrillo, i detenuti di Nisida lavorano di gran lena per ritrovare le vestigia del monastero. Un lavoro di picconatura, intonacatura e pavimentazione che ha fatto seguito ad una prima fase teorica focalizzata per la maggior parte sulla legalità e sulla sicurezza sul lavoro. Che tutto il complesso di Nisida potesse essere stato un monastero, si fa rilevare, era un’ipotesi presa in considerazione da diversi esperti: adesso, con il rilievo architettonico e strutturale, si aggiungono importanti elementi a cui verranno aggiunte analisi chimiche mirate che riguarderanno in modo particolare la malta. Non si tralascia neanche l’altra pista, più remota, di un eventuale palazzo della famiglia Piccolomini. E adesso con il direttore dell’istituto, Gianluca Guida, ci sono tutti quelli che hanno siglato il patto di alleanza per dare una chance ai ragazzi: il direttore regionale Inail, Daniele Leone; la vicepresidente Acen, Stefania Brancaccio; il preside del Dipartimento di architettura, Carmine Gambardella, che sottolineano l’importanza di dare un segno fattivo di cooperazione e di allargare il ventaglio delle opportunità con un aggancio maggiormente incisivo con le aziende. E’ quello che auspica con forza il giudice di sorveglianza, Ornella Riccio. In questa ottica l’assessore regionale, Severino Nappi, fa rilevare che è in arrivo un protocollo di intesa interistituzionale per incidere più concretamente nel mondo del lavoro già durante il periodo di detenzione. Tra gli obiettivi anche quello di inserire gli ospiti di Nisida nel progetto “Garanzia Giovani” per poter contare su ulteriori possibilità di inserimento. (Carmela Maietta – Il Mattino)